di Alessandro Sterpa
Davanti all’appuntamento elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo, Antonella Sciortino sottopone alla nostra riflessione una serie di questioni che riguardano l’Unione europea. Alcune aperte da tempo, altre appena dischiuse e altre ancora delle quali si intravede, come suggerisce la collega, quel cenno iniziale di apertura che ferma la penna e invita ad una riflessione estremamente stimolante tanto quanto priva ancora di tratti meglio definiti. Scelgo una questione “semi-aperta” che le condizioni attuali probabilmente candidano ad essere, nella prossima legislatura, frontiera di impegno di ricerca. Su di essa proverò - senza pretesa alcuna di esaustività – a formulare alcuni interrogativi e ad abbozzare alcune risposte nei termini che lo strumento di riflessione impiegato consente.
Ha ancora senso la centralità della struttura dei partiti europei (le “grandi famiglie politiche”) che ha regolato le dinamiche politiche del Parlamento europeo negli ultimi decenni? Soprattutto, ha senso ancora, che la formazione dei gruppi parlamentari favorisca “i grandi orientamenti politici effettivamente presenti nello scenario europeo” (Nicola Lupo, Andrea Manzella, Il Parlamento europeo, LUP, 2024, p. 27)? Ricordiamo, infatti, che si tratta spesso di associazioni convenienti più che convincenti visto che i parlamentari che non fanno parte di uno dei gruppi (molti parlamentari italiani…) sono meno influenti nei processi decisionali sia dell’organo che, più in generale, europei.
Dobbiamo ricordare che i rapporti di forza tra i “gruppi” sono alla base del funzionamento delle istituzioni eurounitarie, della scelta effettiva del Presidente e dei componenti della Commissione, oltre che utili per il “bilanciamento” dei rispettivi pesi tra i diversi ruoli (si pensi al Presidente dell’Assemblea piuttosto che alla guida della BCE e ad altri ruoli….). Il punto, però, è che sembra essersi indebolita la capacità di questo strumento aggregante e di “riduzione della complessità” utilizzato fino ad oggi; ciò almeno per le seguenti ragioni: primo, la macro-dicotomia PPE-PSE non riguarda più tutti i Paesi membri e neppure più tutti i grandi. Nel passato in quasi ogni Paese membro vi era la possibilità che tra i propri eletti al Parlamento europeo vi fossero iscritti ad entrambi i gruppi; ora ciò non è più così sia perché tra i 27 Paesi ci sono realtà del tutto non riconducibili - se non forzando l’adesione di alcuni partiti nazionali - ai due gruppi (si pensi già a quello che accadeva prima con l’UK in UE), sia perché i due “partiti europei” sono di fatto scomparsi in alcuni grandi Paesi membri: in Italia il PPE è ridotto a Forza Italia, mentre in Francia il PSE è quasi estinto. Inutile ricordare che partiti nazionali che fanno parte dello stesso gruppo al PE possono ben essere avversari nelle istituzioni del Paese membro. Inoltre, si sono affacciati partiti nuovi che non appartengono a nessuno dei due gruppi tanto da fondare (trasformando altre esperienze precedenti) il gruppo Renew Europe su di un presupposto di fatto post-ideologico incentrato sul rafforzamento dell’Unione. Sì, perché i due grandi gruppi PPE-PSE certamente condividono l’impostazione filoeuropea sulla carta (salvo ospitare nelle proprie fila soggetti che combattono un rafforzamento dell’Unione), ma soprattutto sono il retaggio dell’ideologie novecentesche adattate al nuovo millennio. Inoltre, questo il punto, in passato proprio perché tutti gli Stati più rilevanti erano rappresentati in entrambe le formazioni parlamentari, la dialettica PPE-PSE riusciva ad assorbire sia la gestione del criterio politico che il (ancora troppo rilevante) “criterio statuale” con il quale sono comunque valutate le scelte (nomine, sedi di organi piuttosto che cariche interne) nella ricerca quotidiana dell’equilibrio delle appartenenze politiche e territoriali tra i Paesi membri dell’Unione.
Considerato che i “partiti europei” altro non sono che sommatorie di partiti nazionali e le stesse elezioni europee si tengono su base nazionale, le dinamiche dei sistemi politici dei singoli Stati membri degli ultimi anni ci impongono di riflettere su questa creazione artificiale dei “gruppi politici” incentrati sulla dialettica PPE-PSE e sulla opportunità di modificare le regole europeo connesse. Cosa è successo al sistema dei partiti? Facile a dirsi visto che, come noto, ha subito sia un processo di de-ideologizzazione (da ultimo, utile Manuel Anselmi, Ideologie politiche, Milano, Mondadori, 2023), oltre che di de-strutturazione ed ha visto affermarsi soggetti “anti-unitari”; si noti bene, non solo anti-unitari nel senso di critici e ostili all’Ue, ma anche di critici e ostili all’unità nazionale (si pensi alla Spagna, ma anche a UK e Francia). D’altronde è un passaggio fisiologico in ogni processo di costruzione di un sistema federale: quando costruisci un contenitore politico e giuridico più ampio stai toccando l’assetto identitario precedente con conseguente attivazione di meccanismi difensivi fisiologici nella struttura genetica dell’essere umano che è ordinariamente orientato alla ricerca di un ordine, meglio se già assunto come tale, e conseguentemente timoroso della diversità e del mutamento. Il sistema dei partiti, insomma, ha assorbito su base nazionale le tensioni di resistenza identitaria, tradottasi nella ostilità sovranista e populista al processo federale europeo, portando nel PE eletti e componenti critiche o del tutto contrarie al processo europeo (si pensi ai gruppi che in questi anni sono stati fondati con riferimento ad identità, democrazia diretta, libertà, nazioni etc… mescolando di volta in volta alcune forze politiche tra le quali in Italia M5S, Lega e Fratelli d’Italia). Non dimentichiamo peraltro che, se guardiamo all’Italia, i consensi alle forze politiche euro-scettiche o anti-europee se sommati, stante l’esito del voto politico nazionale del 2022, vanno ben oltre la maggioranza assoluta e in Francia gli euro-critici hanno ampi consensi sia a destra che a sinistra.
Ciò detto, le regole per costituire i gruppi parlamentari, come sappiamo, si basano su affinità politica dichiarata e numero minimo di Stati rappresentati al fine di creare contenitori politici transnazionali e quindi europei. Si tratta di una vera e propria “finzione” istituzionale, tant’è che questo tentativo non ha avuto successo proprio perché ha provato ad utilizzare le grandi tradizioni culturali del lato occidentale del continente (in parte assenti ad est già ab origine…) proprio quando, nel frattempo, costituivano sempre meno il riferimento di fondo dei singoli sistemi politici nazionali. Dovremmo forse pensare che la costruzione dei grandi contenitori politici del PE non può derivare da categorie assunte come ordinatrici a prescindere dalla realtà e innovare quei contenitori su basi diverse. Dovremmo costruirli non in ragione delle adesioni a monte dei partiti (e degli eletti) che nelle singole arene nazionali si contendono la quota di seggi del PE, ma in ragione di un indirizzo politico europeo sulle grandi questioni che riguardano l’Unione senza lasciare spazio alle declinazioni nazionali che oggi rendono PSE e PPE “scatole” dove convivono europeisti e semi-sovranisti, filo-occidentali e filo-russi, conservatori e riformisti.
Per farlo occorre superare lo schema della rappresentanza delle culture politiche del Novecento e delle ideologie, con tutte le correlate declinazioni e differenziazioni statali, e abbracciare il modello istituzionale del mandato di governo ossia dell’indirizzo politico del Presidente e della Commissione come governo dell’Unione. Eleggere, insomma, con il suffragio universale e diretto la guida dell’Unione europea.
Certo immobilismo della Presidente Von der Leyen non ci dice forse che lo schema dell’“Europa dei partiti” è parimenti paralizzante quanto quello dell’“Europa dei governi”? La proposta di Spitzenkandidaten che non saranno mai Presidenti della Commissione (come è successo a Weber nel 2019 e come si dice già oggi prima del voto per gli attuali…), non ci racconta di un paradigma di azione politica e rappresentativa del tutto illusorio? Deludente al punto da contribuire all’ampio astensionismo già tipico per le elezioni europeo che, appunto tanto europee non sono.
Manca un confronto sulle diverse politiche europee, non solo perché in ogni Paese il momento elettorale per i membri del PE è collocato nelle dinamiche dei rapporti di forza tra i partiti nazionali, ma soprattutto perché non c’è la possibilità di effettuare una scelta tra diversi indirizzi politici europei immaginabili: l’elettore non vota pensando all’Unione europea ma alla politica nazionale e anche quando votasse pensando all’Europa al massimo lo fa guardando alla posizione del partito nazionale sull’Europa (più Europa, meno Europa…). Invece l’elettore deve poter votare scegliendo quali politiche deve realizzare l’Unione, come deve agire e con quali effetti sui cittadini nel proprio territorio e nel mondo. Occorre, insomma, politicizzare le elezioni del PE con una dose di politica europea al posto di quella nazionale: come ha ben detto Monica Rosini, è necessario “europeizzare le elezioni del PE” (federalismi.it, n. 6 del 2022).
È sostenibile che da un lato le decisioni europee condizionino quasi ogni aspetto della vita di 450 milioni di europei che a loro volta devono delegare le scelte politiche euro-unitarie alla dialettica tra 27 Paesi e centinaia di partiti nazionali raggruppati in 4-5 contenitori immaginari? Come si tiene insieme l’art. 10 del TUE che proclama la democrazia rappresentativa per i cittadini europei chiamati a scegliere il PE con il fatto che ciò avviene sulla base di opzioni politiche non di scala europea ma nazionale? Il rischio è che la conventio ad excludendum che lascia oggi fuori dalle istituzioni i nemici della costruzione federale europea non sia dotata di una lettura politica europea; in questo modo quelle forze si rafforzano nelle singole arene politiche nazionali proprio grazie all’assenza del tema dell’indirizzo europeo (cosa deve fare l’Europa) nella competizione per il PE.
Se non sono i partiti a poter fondare una dinamica politica ed elettorale di respiro europeo, come si può procedere? Si può sostenere che le alternative di proposta politica europea devono essere riconoscibili attraverso una figura (un vero candidato e non uno di punta che poi non spunta in Commissione…) e un programma di governo. Serve insomma un vero fattore aggregativo transazionale che non può essere un partito europeo contro un altro (semplicemente non esistono) quanto invece una candidatura contro un’altra alla quale collegare un programma e, nel tempo, una struttura politica organizzata (del tipo dei partiti nazionali nei sistemi federali) su scala europea. Come auspicava venti anni fa Beniamino Caravita, “speriamo che gli europei possano dividersi per eleggere (direttamente o meno, è secondario) un Presidente dell’Unione Europea che sappia rappresentare al meglio le aspirazioni, le richieste, le tensioni europee, che sappia essere portatore – se veramente esiste – del «sogno europeo»” (federalismi.it, n. 21 del 2004).
A ben vedere, dunque, il tema è - se si vuole - semplice dal punto di vista costituzionale: vogliamo continuare a tenere elezioni nazionali per il PE discutendo se l’Unione europea è utile o meno o preferiamo assistere a competizioni che, dando per scontato che l’UE esiste, provino a determinare cosa debba fare? Facile capire che una prospettiva del genere riempirebbe di nuova linfa progettuale ed europeista un momento elettorale che oggi è, per come si svolge e per quello che genera, un palcoscenico a favore di populisti, sovranisti ed anti-europei che uniti da una pretesa identitaria su piccola scala (d’altronde anche le tribù temevano le città e lo Stato nazione, tanto quanto oggi lo Stato teme l’Unione), non sarebbero in grado di produrre una offerta politica in grado di orientare l’azione dell’Unione e non riuscirebbero neppure ad aver vita facile confutando “quanta Europa c’è in Europa”.
L’Unione europea è semplicemente una necessità se si intende difendere il costituzionalismo e la democrazia liberale nel mondo. Per questa ragione, negarne l’orami raggiunta identità federale e rinunciare a costruire un adeguato impianto istituzionale con un indirizzo politico legittimato dagli europei è concedere un regalo alle democrazie illiberali e alle “democrature”. Quando il progetto europeo dimentica la propria autonoma dimensione politica lascia gli europei soli davanti alla illusione degli “staterelli sovrani” e delle “piccole patrie”; con il rischio che in molti possano arrivare a ritenere che è meglio abbandonare quella nave grande e complessa che, unendoci nella diversità, ci ha garantito pace, libertà e diritti per decenni nel mare in tempesta della globalizzazione; abbandonarla per preferire barchette più semplici e inadeguate, pronte a scomparire tra le onde o a schiantarsi sugli scogli mentre altri (Russia, Cina, India, Usa…) rafforzano le loro grandi imbarcazioni.


