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Dottrina :: Organizzazione dello Stato
L’ ANTIPARLAMENTARISMO E I SUOI INTERPRETI*
di Tommaso Edoardo Frosini
SOMMARIO: 1.- Dal parlamentarismo all’antiparlamentarismo, e ritorno; 2.- Come quando e perché nasce l’antiparlamentarismo in Italia: il contributo della cultura, letteraria in particolare; 3.- Segue: su alcune cause storiche, politiche e istituzionali; 4.- Segue: il contributo della dottrina costituzionalistica; 5.- L’antiparlamentarismo moderato di Giorgio Arcoleo; 6.- La critica al parlamentarismo come classe politica in Gaetano Mosca; 7.- Vittorio Emanuele Orlando e la concezione giuridica del governo parlamentare; 8.- Osservazioni conclusive
1. Dal parlamentarismo all’antiparlamentarismo, e ritorno
Se alla sorte del parlamentarismo è legata la sorte della democrazia – come sostiene Kelsen nel suo Il problema del parlamentarismo[1] –, il compito che mi prefiggo in questo scritto è quello di verificare a quale sorte risulta invece essere legato l’antiparlamentarismo. Che questo rappresenti l’antidemocrazia o addirittura l’anticamera dell’autoritarismo, è risposta sbrigativa e fallace. Che andrebbe a ferire tutta una cultura, giuridica e politica, che nell’Italia di fine Ottocento si espresse in maniera molto critica nei confronti del parlamentarismo[2]. Dei suoi interpreti, me ne occuperò più avanti. Per adesso, mi limito a sostenere che il pensiero antiparlamentare meriterebbe di avere una dignità autonoma nella storia delle idee; anche perché la critica al parlamentarismo non è soltanto distruttiva, e non si esprime affatto nel negare la validità del regime parlamentare, né tantomeno in opposizione totale a esso. Come ebbe a scrivere Rodolfo De Mattei, che fu studioso acuto dell’antiparlamentarismo sulla scia del suo maestro Gaetano Mosca, «l’analisi dei rilievi dell’infermità parlamentare non può onestamente andare scompagnata dall’analisi dei rimedi che vennero contemporaneamente proposti»[3]. Aggiungo, che l’antiparlamentarismo, che si espresse nell’Italia di fine Ottocento, più che critica al parlamento, e la su formula di governo, appare piuttosto come j’accuse contro l’esclusivismo, l’alterigia, la corruttela della classe politica dominante. E comunque l’eco dell’antiparlamentarismo era già risuonato in Europa, a partire dalla crisi politica successiva al 1870, cioè ai traumi di Sedan e della Comune; e che si esprimeva attraverso prese di posizione di radicale confutazione della democrazia, come per esempio quella assunta da un autorevole personaggio come Ernest Renan: «Appliquée au choix de la personne du souverain, l’élection encourage le charlatanisme, détruit d’avance le prestige de l’élu, l’oblige à s’humilier devant ceux qui doivent lui obéir»[4]. Certo, a differenza dell’antiparlamentarismo europeo, che si mostrava più tradizionalista e feudaleggiante, quello italiano era “democratico”: «non rimpiangeva il passato, ma criticava il presente perché non rispondeva alla sua retorica, accusando il sistema parlamentare di essere una finzione che copriva un’oligarchia. Ciò generò una diffusa apatia dell’opinione pubblica verso le istituzioni parlamentari e preparò la crisi costituzionale del dopoguerra e il declino dello Statuto»[5].
Va comunque detto, che se il parlamentarismo è un prodotto materiale del tempo, allora la sua critica ha senso solo se ribadisce questa storicità. Mi spiego: la critica al parlamentarismo, o se si preferisce l’antiparlamentarismo, va collocata storicamente e territorialmente, e quindi contestualizzata nel tempo[6]. La critica, infatti, si indirizza verso quel certo tipo di parlamentarismo, ovvero l’esagerazione del sistema parlamentare, che si è andato sviluppando in quel determinato periodo storico e in quello specifico Paese. Non si può generalizzare. Per fare un esempio: l’antiparlamentarismo degli Arcoleo e Mosca, e altri di cui mi occuperò, è ben altra cosa rispetto all’antiparlamentarismo di un Carl Schmitt. Da un lato, infatti, c’è la critica al parlamentarismo così come gestito e interpretato dalla classe politica del tempo; dall’altro, invece, l’opposizione è rivolta all’istituzione, alla forma di governo. Chiudo questo breve passaggio con una battuta, che possa servire a chiarire ulteriormente le differenze: ad Arcoleo e Mosca (e altri: Palma, Minghetti etc.) il parlamentarismo inglese piaceva tantissimo, così come si era venuto a manifestare in quel Paese; a Carl Schmitt invece no: egli vuole un’altra cosa, un altro metodo di governo fondato sulla decisione e non sulla discussione e partecipazione[7].
2. Come quando e perché nasce l’antiparlamentarismo in Italia: il contributo della cultura, letteraria in particolare
C’è stato chi ha sostenuto, che l’antiparlamentarismo (in Italia) sorge e si sviluppa a causa dell’intimo affetto per l’organismo parlamentare[8]. Fu quasi uno stato d’animo, che proveniva dalla delusione, dall’amarezza per una realtà che era troppo diversa da quella sperata e sognata; e dalla speranza di correggere e modificare questa realtà per adeguarla all’ideale vagheggiato. L’antiparlamentarismo, allora, non è ostilità nei confronti all’istituto ma piuttosto alla degenerazione dell’istituto, ai mali che lo colpivano, alla sua incapacità di rappresentare. E si ricollega ai grandi problemi dell’epoca, sollevati dall’avvento degli elettorati di massa e della democrazia: e quindi, ribaltamento dei vecchi equilibri sociali e politici, tramonto delle classi dirigenti e crisi dello Stato e della sua autorità.
Cerco di procedere con ordine.
Nell’ultimo ventennio dell’Ottocento cominciano a manifestarsi forme di insofferenza verso il parlamentarismo italiano. Come questo si è venuto a sviluppare rispetto alla previsione dello Statuto, e come si è venuto a insidiare rispetto al meccanismo rappresentativo. Ma le prime reazioni antiparlamentari non furono frutto di elaborazioni di diritto costituzionale, ma piuttosto esternazioni letterarie. Sono i letterati, quindi, a fare da apri-pista nella critica al parlamentarismo; «fu la “via letteraria” che alimentò le pulsioni antiparlamentari di fine secolo e che, come esito ultimo, travolse il regime liberale, e con esso le sue classi dirigenti e le formule politiche»[9]. Non meravigli: nel finale del XIX secolo è soprattutto la letteratura, specialmente in Francia e in Italia, che ha influenza politica e che forma l’opinione pubblica. Della letteratura antiparlamentare ora dirò; ma non ci fu solo la letteratura: tendenze antiparlamentari (e antidemocratiche) erano presenti anche nelle teorie antropologiche, psicologiche, sociologiche e politiche di studiosi come Sergi, Morasso, Sighele. In particolare questo ultimo, autore di un saggio intitolato Contro il parlamentarismo (1895), in cui si sostiene che l’errore strutturale del parlamento consiste nel fatto che l’aggregazione collettiva ha il potere di paralizzare l’espressione della genialità individuale; per poi concludere, che il parlamento è il male della nazione, ma è anche insostituibile[10]. Ancora, tendenze antiparlamentari si esplicitavano pure nella psichiatria di Lombroso, Ferrero, Morselli: laddove gli elementi di verifica delle teorie del delitto politico venivano a essere tratti dalla riflessione sui mali del parlamentarismo. Insomma, vi era, alla fine dell’Ottocento, tutto un moto culturale[11], che si muoveva criticamente nei confronti del parlamentarismo, così come questo si stava venendo ad atteggiare in Italia.
Torno alla letteratura e agli scrittori antiparlamentari[12].
I moribondi di Palazzo Carignano di Ferdinando Petruccelli della Gattina, pubblicato nel 1862, è forse il primo libro – una raccolta di scritti giornalistici sotto forma romanzata, a dire il vero[13] – che denuncia l’avvento al potere di una classe di affaristi, e che vede nel parlamento il luogo dello scontro fra interessi personali e quelli della patria.
Merita ricordare e citare il romanzo di Matilde Serao, La conquista di Roma (1885), dove il parlamento diventa simbolo di piattezza, di inutile retorica che maschera l’affarismo, che più in generale coinvolge la capitale, che diventa corrotta e preda dei politici che conquistano immoralmente i costumi della città. E sulla linea di una letteratura che denuncia l’immoralità della vita politica romana, si possono altresì menzionare le opere di Anton Giulio Barrili, Il diamante nero (1897) e quelle di Enrico Castelnuovo: L’Onorevole Paolo Leonforte (1894) e I coniugi Varedo (1899), in entrambi la cifra evidenziata è quella della sfrenata ambizione parlamentare a danno della famiglia e in favore dell’affarismo[14].
Discorso a parte, credo, merita Federico De Roberto, il grande scrittore siciliano. I due romanzi, che manifestano idee, pensieri e storie antiparlamentari sono I Vicerè (1894) e, soprattutto, L’imperio (iniziato nel 1895 e uscito postumo nel 1929)[15]. Comunque, sia nel primo che nel secondo romanzo emergono forti critiche del parlamentarismo, attraverso la descrizione di personaggi della politica (il duca d’Oragua, Consalvo Uzeda) spregiudicati nei modi e maniere per la conquista del seggio e per il mantenimento del consenso. E’ la rappresentazione della decadenza del parlamentarismo: nei Vicerè insistita attraverso la rappresentanza parlamentare e il rapporto con l’elettorato, mentre ne L’imperio accentuata attraverso la descrizione dello squallore del Parlamento e della futilità delle istituzioni parlamentari. Si legga questo passo, assai eloquente: «Il giovane abbracciava con uno sguardo la scena, impressionato, commosso dalla maestà di Montecitorio, Foro della nazione, Basilica della terza Roma […] In quel momento il campanello del Presidente squillava, molte voci gridavano […] Dalla confusione, alzandosi, mise piede in fallo e dovette appoggiarsi alla colonna. Allora, sotto la mano, sentì che la grave colonna sorreggente l’arco solenne era di legno foderato di cartone».
Ne L’imperio, più che nei Vicerè, il nichilismo è la cornice di fondo su cui si sviluppa l’antiparlamentarismo, che si rafforza nella critica al trasformismo parlamentare i cui protagonisti sono i personaggi del romanzo di De Roberto: Uzeda, Satta, Milesio[16]. E’ stato scritto, in termini senz’altro condivisibili, che «L’imperio è la migliore opera sul Parlamento e sulla Roma politica, scritto con padronanza mimetico-ricostruttiva a cui si accompagna l’analisi psicologica dei due protagonisti […] La sconvolgente negatività della conclusione porta il discorso verso un esito alto e “necessario” pressoché inedito e brucia ogni residuo di moralismo e ideologismo piccolo-borghesi»[17].
Su De Roberto, è stato detto, non può non aver esercitato influenza diretta la dottrina (antiparlamentare) di Gaetano Mosca, entrambi siciliani ed entrambi collaboratori negli stessi anni al Corriere della sera. Senza il presupposto e lo stimolo della concezione moschiana, De Roberto (e anni dopo anche Tomasi di Lampedusa) non avrebbe potuto concepire l’intelaiatura ideologica dei suoi romanzi[18]. In particolare, il romanzo storico e politico I Vicerè appare dominato, nella sua composizione narrativa e stilistica, da quegli stessi criteri ispirati dal positivismo e sociologismo francese dell’epoca, che furono anche di guida all’analisi sociale condotta da Mosca, su cui esercitò indubbia influenza Hyppolite Taine. Il romanzo sembra addirittura che voglia fornire la dimostrazione in forma di apologo della dottrina della “classe politica”, destinata a governare ogni regime, pur adattandosi alle mutate esigenze dei tempi e dell’opinione pubblica.
Last but not least, Gabriele D’Annunzio. Opere di fine secolo, come Il trionfo della morte, Il fuoco e, soprattutto, Le vergini delle rocce si esprime il disprezzo per la “mediocrità” delle forme rappresentative parlamentari, da cui ne consegue un rifiuto della moderna organizzazione politica e il sogno di una nuova maniera del vivere sociale, fondata sull’ideologia aristocratica. Cantelmo, l’eroe de Le vergini delle rocce, rifiuta quel genere di sovranità che si esercita «riempiendo la scheda con il voto», sottraendo al Parlamento ogni autorità. L’antipolitica d’annunziana si inscrive in un progetto di ammodernamento, che rifiuta la democrazia – «il grigio diluvio democratico moderno», come la definisce ne Il piacere – e dà sfogo ai primi sentimenti tendenti all’autoritarismo. Con l’inizio del Novecento, il romanzo politico si avvia verso la propaganda o l’esaltazione nazionalistica, di cui D’Annunzio sarà noto e suadente cantore[19].
3. Segue: su alcune cause storiche, politiche e istituzionali
Si possono individuare almeno tre percorsi sui quali si innerva l’antiparlamentarismo italiano di fine Ottocento. Li elenco e poi li motivo: a) il Risorgimento tradito; b) la grande frattura tra il Paese e il Parlamento; c) la fragilità degli equilibri istituzionali. Sono, nell’ordine, la causa storica, quella politica e quella istituzionale.
Il tradimento del Risorgimento è anche la causa emozionale, per così dire. Il periodo eroico risorgimentale viene a essere strapazzato dalla piattezza, dall’intrigo, dall’affarismo della nuova classe politica al potere. Il Risorgimento appare – malinconicamente – come rivoluzione incompiuta, piuttosto che rivoluzione mancata. E l’incompiutezza dello sviluppo risorgimentale è ascrivibile alla incapacità e incompetenza della classe politica e del suo parlamentarismo. Non è certo questa la sede nemmeno per provare ad abbozzare un sia pur breve giudizio storico sul Risorgimento[20]; il cui lascito, si può agevolmente convenire, è stato (anche) quello dell’educazione politica delle masse, a partire dall’apostolato di Mazzini. Il processo educativo, pedagogico si era interrotto per dare vita a una fase di deterioramento delle virtù politiche e parlamentari.
Consequenziale al filone del Risorgimento tradito è l’altro, e cioè quello politico, e sociale, della grande frattura fra il Paese e il Parlamento.
Il Parlamento non rappresenta più il Paese e altrettanto il Paese non si sente affatto rappresentato dai suoi parlamentari; questi, ovvero il ceto parlamentare, è visto come ceto inamovibile e come categoria di opportunisti. Basta leggere le pagine di un libretto di Manfredi Siotto Pintor per rimanere davvero meravigliati sulla rappresentazione critica del parlamentarismo di fine secolo e della classe politico-parlamentare dell’epoca. Valgano quantomeno queste affermazioni sulla elezione del deputato, che è «figlia di interessi privati, piccini, meschini, non confessabili […] Dal che risulta che gl’interessi veri e grandi della Nazione non li cura nessuno, e i Gabinetti si reggono per mezzo di continui compromessi vergognosi, di concessioni disonoranti, d’illegalità rivoltanti, di tolleranze stomachevoli che riducono la vita pubblica a quella nauseabonda condizione di corruttela nella quale la vediamo oggi caduta…»[21].
Terzo filone è quello della fragilità degli equilibri istituzionali. Aggiungo: che furono determinati da una certa interpretazione dello Statuto albertino. Qui si entra nel merito del funzionamento della forma di governo statutaria e il discorso si fa complesso. Conviene pertanto – in questa sede – trattarlo sinteticamente, per flash.
Innanzitutto, c’è da dire che il sistema parlamentare non derivò dallo Statuto ma fu possibile grazie allo Statuto. Non c’è nessuna norma nello Statuto – infatti – che faccia riferimento, direttamente o indirettamente, alla forma di governo parlamentare. Tant’è che quando Sidney Sonnino – che è il capo della maggioranza parlamentare dopo Crispi – invoca il famoso Torniamo allo Statuto, nel 1897, egli rivendica la lettera dello Statuto per «richiamare le istituzioni ai princìpi»; e quindi una forma di governo costituzionale pura, in cui l’esecutivo poggiasse solo sulla fiducia del Re, quale legittimità superiore a quella del Parlamento. Poi, Sonnino tende a volere ridimensionare la figura del presidente del Consiglio – «istituto nuovo», «ibrido», «non contemplato affatto nello Statuto» – e parimenti l’istituto della fiducia, quale mannaia che rende impotente la Camera[22]; si dichiara, altresì, favorevole all’ampliamento del suffragio, anche al fine di riuscire così a favorire un rapporto diretto fra il Re e il popolo[23].
Altra argomentazione, con riferimento all’adozione del sistema parlamentare, è quella di chi ritiene che non ci fu errore, perché tale adozione fu storicamente inevitabile e politicamente corretta; ma piuttosto l’errore si commise nel credere che il sistema parlamentare sia stato non solo adottato ma anche seguito fermamente e coerentemente: mentre invece di regime pseudo parlamentare si trattava[24].
E’ pur vero che lo Statuto fu applicato in senso contrario rispetto alla sua lettera, e soprattutto per quanto attiene alla forma di governo. Ma le critiche allo Statuto debbono comunque essere attenuate nel momento in cui si ammette che proprio attraverso di esso l’Italia poté entrare nella modernità costituzionale e diventare uno Stato nazionale. E comunque va detto, che la difficile parlamentarizzazione del sistema passa non tanto attraverso le norme, ma piuttosto le consuetudini messe in atto dagli uomini politici: fu Cavour a introdurre, di fatto, la fiducia parlamentare; fu Crispi che provò a rafforzare il ruolo del capo dell’esecutivo, come capo dell’amministrazione e quindi fiduciario della corona anziché come leader del parlamento; fu Giolitti a esaltare l’osservanza dello Statuto, il rispetto del parlamento e la difesa della libertà. Certo: luci e ombre delle scelte di politica costituzionale degli uomini citati. Un bilancio complessivo severamente riassunto da Giuseppe Maranini: «Quanto alle istituzioni, la loro distorta dinamica, che ben conosciamo, poteva solo essere diseducativa: la mancanza di pochi e chiari schieramenti di partito, la cabala delle combinazioni parlamentari, la corruzione sistematica fatta necessario fondamento del regime, la impossibilità di istituire un rapporto trasparente e palese fra le elezioni e la formazione dei governi, la sensazione diffusa, anche se in parte ingiusta, di essere dominati da oligarchie inefficienti e disoneste, la mancanza di una opposizione che significasse una possibile alternativa dentro il sistema, la evidente immoralità del gioco trasformistico, i periodici interventi irresponsabili della corona, non erano davvero quel che occorreva per educare nuove generazioni di elettori consapevoli, ai quali consegnare le conquiste del risorgimento»[25]. La citazione si chiude col richiamo al Risorgimento; torna quindi il primo dei tre filoni che abbiamo indicato essere le cause che hanno influito sull’antiparlamentarismo, e cioè il Risorgimento tradito. Poi c’è la causa politica, e cioè la frattura fra parlamento e Paese, e quella istituzionale, ovvero della fragilità degli equilibri istituzionali. Anche questi temi sono indicati, o comunque chiaramente ricavabili nell’affermazione di Maranini.
E la dottrina costituzionalistica che posizione assumeva? Come si declinava l’antiparlamentarismo tra gli studiosi di diritto costituzionale?
4.- Segue: il contributo della dottrina costituzionalistica
Numerosi furono gli studiosi di diritto costituzionale che parteciparono al dibattito sui mali e rimedi del parlamentarismo, specialmente in seguito all’invocazione del “ritorno allo Statuto” di Sidney Sonnino: qui basterà fare i nomi di Gaetano Arangio Ruiz, Pietro Chimienti, Antonio Ferracciu, Angelo Majorana, Luigi Palma, Domenico Zanichelli. Sotto altra prospettiva, pur sempre in dialettica critica al sistema parlamentare e ai suoi effetti sull’amministrazione, non può non ricordarsi il discorso tenuto a Bergamo di Silvio Spaventa sulla Giustizia nell’Amministrazione (1880); e, soprattutto, il volume di Marco Minghetti, I partiti politici e la ingerenza loro nella giustizia e nell’amministrazione (1881), che tratta dei pregi e difetti del governo parlamentare come governo di partito, e si pone la questione: «In qual modo si possa assicurare la imparzialità nella giustizia e nell’amministrazione sotto un governo di partito». E ancora, si deve ricordare il volume (in due tomi) di Pasquale Turiello, Governo e governati in Italia, che fra il 1882 e 1889 conobbe due edizioni, e che tratta sì dei mali del parlamentarismo ma attraverso i suoi effetti sulla questione meridionale, e l’incidenza sulla politica estera. E infine, non si possono non citare gli scritti sui Partiti politici nel Parlamento italiano, che Ruggero Bonghi venne pubblicando sulla Nuova Antologia nei primi mesi del 1868, e la notissima affermazione sul sistema parlamentare come «un uomo che morrà».
Si può però dire, che questi scritti segnarono l’inizio di una letteratura giuridica e politica, che si potrebbe riassuntivamente indicare come riformismo di destra, per distinguerla da quella proveniente dagli ambienti intellettuali repubblicani e socialisti, che era invece ispirata ad un riformismo di sinistra. Non il primo né il secondo prendevano però in considerazione l’ipotesi rivoluzionaria della sostituzione dell’istituto parlamentare con una dittatura, che veniva avanzata invece dalle correnti extraparlamentare di opposizione.
Scelgo però di trattare il pensiero e l’opera di tre autori, costituzionalisti e critici del parlamentarismo: Giorgio Arcoleo, Gaetano Mosca e Vittorio Emanuele Orlando. Riscontro in loro un metodo e un ragionare antiparlamentare, che è tormentato e per questo meritevole di essere esaminato più da vicino. E poi si tratta di tre campioni del costituzionalismo italiano a cavallo fra Ottocento e Novecento, senza volere togliere nulla ad altri ovviamente. Si badi: tutti e tre antiparlamentaristi ma tutti e tre parlamentari. Può sembrare un ossimoro dell’esperienza politica: i critici del parlamentarismo, del grande gioco di illusionismo, che per loro era il sistema di rappresentanza parlamentare, entrano a fare parte del quel gioco perché eletti deputati e anche nominati senatori (Mosca addirittura era stato anche funzionario parlamentare). Certo, entrare in Parlamento voleva però dire tentare di salvare il parlamentarismo da dentro, contribuendo a migliorare il livello della classe politica. Sul punto, tornerò più avanti.
C’è un altro dato che accomuna i tre studiosi, nonostante siano distinti e per certi versi distanti fra loro: è quello della sicilianità. Costituzionalisti nati in Sicilia e vissuti fuori dall’isola – tutti e tre si trasferirono e insegnarono “in continente”, a Napoli il solo Arcoleo gli altri due alla Sapienza di Roma – ma che seppero e vollero mantenere un legame fortissimo con la Sicilia, e non solo politico-parlamentare: sebbene furono tutti e tre eletti deputati in collegi elettorali siciliani[26]. Certo, il costituzionalismo siciliano non è solo per nascita ma soprattutto per appartenenza. Appartenere cioè a quell’Isola a cui spetta il primato nello sviluppo delle istituzioni costituzionali e rappresentative: il Parlamento siciliano, infatti, è stato il primo a sorgere nella storia moderna d’Europa, precedendo persino il Parlamento inglese di Simone di Montfort. Appartenere a quell’Isola che aveva attraversato i tempestosi eventi della rivoluzione del ’48, della restaurazione borbonica, dell’impresa dei Mille, dell’annessione al Regno d’Italia, delle delusioni delle speranze autonomistiche e della rivolta palermitana del 1866[27]. Appartenere a quell’Isola che aveva prodotto un ceto intellettuale che, fra il 1830 e il 1850, era andato “formandosi una coscienza di respiro europeo”, come scrive Rosario Romeo ne Il Risorgimento in Sicilia. E ancora, dal punto di vista del costituzionalismo, appartenere a quell’Isola che la Costituzione del 1812 aveva richiamato alla ribalta della scena storica, attribuendole un nuovo compito di costruzione politica, e ponendola a contatto e a confronto con le forze irrompenti della borghesia liberale[28]. E che il fallimento dell’esperienza costituzionale del 1812 aveva lasciato in eredità, nell’Isola e presso gli isolani, il senso orgoglioso dell’appartenenza alla “nazione” siciliana, la fede nel principio rinnovatore della libertà, la suggestione esercitata dal modello politico e civile della Gran Bretagna. E’ in questo clima, e attraverso queste esperienze, che nasce e cresce il costituzionalismo siciliano della seconda metà dell’Ottocento: Arcoleo, Mosca e Orlando trovano nella Sicilia non solo il luogo geografico di nascita ma quella certa idea di costituzionalismo, che poi si svolgerà, per ognuno di loro, su opposti sentieri. Come scrive Vittorio Emanuele Orlando nella presentazione dei suoi scritti di Diritto pubblico generale del 1940: «Solo la Sicilia avrebbe potuto vantare un diritto pubblico, una sua costituzione secolare di carattere rappresentativo, che aveva avuto sviluppi singolarmente analoghi a quelli della costituzione inglese; ma la malvagia follia dei Borboni aveva queste gloriose tradizioni interrotte brutalmente con l’atto fedifrago dell’8 dicembre 1981 con cui furono insieme soppresse la indipendenza e la costituzione siciliane»[29].
5.- L’antiparlamentarismo moderato di Giorgio Arcoleo
Dei tre – Arcoleo, Mosca e Orlando – è Giorgio Arcoleo a iniziare una sottile polemica antiparlamentare. E’ del 1881, infatti, il libro Il Gabinetto nei governi parlamentari: «In questo saggio – scrive Arcoleo – non ho inteso che rendermi ragione di alcuni difetti del Governo parlamentare, comuni a quasi tutti gli Stati del Continente»[30]. Ma non vi è solo critica al parlamentarismo, peraltro attenuata da una alta concezione del parlamento nel senso inglese però, che «comprende il capo dello Stato, la Camera alta e la Camera dei Comuni che costituiscono l’unità organica, il centro vero delle istituzioni politiche, la cui espressione più spiccata è la legge; la funzione più continua il sindacato sui pubblici poteri; lo scopo più diretto la garenzia di tutte le libertà»[31]. Va invece detto, che il volume sul Gabinetto ci appare oggi e meglio come uno studio sulla teoria giuridica delle forme di governo, con particolare riguardo a quella parlamentare. Insomma: più che una critica al parlamentarismo, che c’è, il volume di Arcoleo si rivolge allo studio dei rapporti del Governo con la maggioranza e con lo Stato, cercando di definire uno stabile elemento giuridico nella sfera d’azione governativa tutta pervasa dalla politica. Più netta, allora, è la posizione antiparlamentare che assume Arcoleo nel saggio Diritto e Politica del 1883: «il maggior pericolo della prevalenza della Politica sul Diritto è nel parlamentarismo. Il popolo si abitua a guardare non in se stesso, ma in alto: tutto aspetta di là: antico temperamento di tempi servili». E viene citata l’amata Inghilterra, come modello da imitare: «Lì si distrugge solo quello che non si può conservare, e da noi si conserva quello che non si può distrurre». Ecco i contrasti, che da noi si producono e ci riducono: «invece della prerogativa del Capo dello Stato, il potere personale; invece dell’autorità del Parlamento nella sfera della propria competenza legislativa, l’illimitato arbitrio dell’assemblea; invece del self-government, o un despotico accentramento o una dispersione anarchica dei poteri dello Stato; invece della tutela giuridica per tutti, un difetto di giurisdizioni, specialmente nei rapporti del cittadino con lo Stato; invece di un organismo di servizi secondo leggi, una burocrazia sottoposta alla politica; invece della costituzione dei partiti fondati sull’ordinamento dello Stato, un meccanismo di partiti che intendono a sostituire l’ordinamento dello Stato»[32]. Si richiama l’attenzione su questa ultima affermazione, con riferimento ai partiti politici. A differenza di Mosca e Orlando, che si mostrano tendenzialmente indifferenti nei riguardi del partito politico, in Arcoleo, invece, il problema del partito politico, della sua natura e della sua funzione in seno al sistema del governo parlamentare, con particolare riferimento alla situazione politica italiana, costituisce certamente un leit-motif. Per Arcoleo, infatti, il partito politico, in un sistema rappresentativo, è l’organo fondamentale della pubblica opinione, perché racchiude idee e propositi e dispone dei mezzi più idonei a trasformare i programmi in atti e fatti, muovendo tutte le energie di cui è in possesso in campo elettorale, parlamentare e governativo.
La complessa posizione antiparlamentaristica dell’Arcoleo deve poi essere mediata con il suo determinante contributo alla stesura di un progetto di riforma del Senato presentato nel 1910, su espressa richiesta del presidente del Senato Manfredi (che nominò a tale proposito una commissione presieduta dal sen. Finali e relatore il sen. Arcoleo). Il progetto fu predisposto, discusso ma non ebbe seguito in termini di realizzazione; resta però chiaro l’intento di Arcoleo, che del progetto fu il materiale estensore, e cioè di riformare il parlamento, o almeno un ramo di esso, per amore verso il parlamento: provare a ridare così dignità a un organo – il Senato, appunto – svilito non soltanto dalla crescente quantità di nomine (soltanto Giolitti nominò ben 266 senatori fra il 1903 e il 1924) ma soprattutto dai criteri usati per le nomine stesse, e cioè come “premio” per i prefetti e gli ex deputati amici, ovvero i candidati avversari per toglierli di mezzo come possibili concorrenti. All’antiparlamentarista Arcoleo veniva così data occasione di provare a cambiare in meglio il parlamentarismo, perlomeno nel suo profilo organizzativo e delle funzioni. Come è stato scritto in termini condivisibili: «la proposta di riforma del Senato formulata da Arcoleo è da cogliere nella sua collocazione in un più ampio discorso riformatore, che investe tutta la rappresentanza politica nella sua duplice componente, elettiva popolare e delle capacità, e che punta a inserire l’insorgente democrazia nella organizzazione dello Stato […] Dal momento che guardava a un rinnovamento della classe politica, intesa non come cristallizzata cerchia dei grandi interessi economici ma come classe media, della cultura, dell’interesse generale secondo termini sì tradizionali, e tuttavia investigata nella concreta configurazione delle forze sociali sue componenti, nel tentativo di chiamare a una piena partecipazione politica le energie più dinamiche e produttive, cui avrebbe potuto in prospettiva iscriversi anche i ceti operai e agricoli»[33]. Mi fermo qui con Arcoleo, rimandando a un mio scritto per approfondimenti sulla figura e l’opera nel suo complesso[34].
6. La critica al parlamentarismo come classe politica in Gaetano Mosca
Nel 1884 appare il volume di Gaetano Mosca, Teorica dei governi e governo parlamentare. Si tratta di uno studio assai conosciuto, su cui non occorre spendere molte parole. Salvo evidenziare la vibrante polemica antiparlamentare, di gran lunga maggiore a quella dell’Arcoleo di qualche anno prima. Una critica impietosa del sistema parlamentare al fine di individuarne, in una prospettiva scientifico-positiva della politica, le cause e proporne i rimedi. Una critica che si snoda e si dipana, con toni e accenti cangianti, nel corso dell’itinerario costituzionale moschiano, dalla Teorica fino alla pubblicazione della prima e poi della seconda parte degli Elementi di scienza politica (1896-1923). E che conoscerà una radicale torsione nel 1925, nel famoso discorso in Senato avendo avanti a sé Mussolini quale capo del Governo. Un percorso complesso, quindi, che qui si può solo accennare ma intorno al quale oramai esiste una notevolissima messe di studi[35].
Da un lato Mosca sottolinea come la prassi parlamentare e quella di governo avessero deviato dai principi fondamentali dello Stato di diritto, quale era stato assunto dalla tradizione dello Stato liberale, per cui governo e parlamento non riuscivano più a garantire l’imparziale amministrazione della cosa pubblica. La critica è poi avanzata nei confronti della classe politica, la minoranza che governa. C’è un passaggio, nella Teorica, molto duro: «Ciò che vi predomina [nella classe politica] è la più decisa e schiacciante mediocrità: mediocrità di intelletti, che hanno quella mezzana ed appariscente elevatezza che ci vuole per essere capiti ed apprezzati dalla turba volgare, per non ribellarsi mai alle credenze poco combattute e convenzionali»[36]. Citazione per certi versi emblematica, che sottolinea come la posizione di Mosca non fosse affatto contro il parlamento ma piuttosto contro i parlamentari, ovvero contro l’esclusivismo, l’alterigia, la corruttela della classe politica dominante. Aggiungo: la critica moschiana era volta a condannare il sistema parlamentare nella forma in cui esso era stato applicato in Italia, perché tale applicazione appariva distinta e distante vuoi dalla classica formulazione liberale del sistema, vuoi perché si era rivelata incapace di assicurare almeno i vantaggi che sembravano proprio dei principi democratici. E allora, si può ricordare come Mosca, al pari di Arcoleo, apprezzasse e ammirasse il sistema parlamentare inglese, dove vi è una classe politica indipendente, per il ruolo che svolge nella società e per il prestigio di cui gode. Mosca, quindi, rendeva conto del carattere chiuso della classe politica scaturita dal parlamentarismo, impegnata esclusivamente nel perseguimento di interessi particolari a scapito di quelli generali.
Altro tema moschiano, che ci è possibile solo accennare, è quello del sistema elettorale e la sua incidenza sulla crisi del parlamentarismo. Valga questa significativa citazione, tratta da un saggio chiaramente titolato, Cause e rimedi della crisi del regime parlamentare: «è la cosiddetta rappresentanza proporzionale, che secondo me ha contribuito, nei paesi che l’hanno adottata, ad aggravare i mali del Parlamentarismo, perché essa indebolisce le maggioranze che devono sostenere i Ministeri, rendendo questi più fiacchi e instabili, e rinforza inutilmente le minoranze, che, avendo l’ufficio di controllare gli atti dei governanti e di informare il pubblico dei loro errori, non hanno bisogno di essere troppo numerose».
La critica del parlamentarismo viene a essere riconsiderata, in termini diciamo più morbidi, nel 1923, con la pubblicazione della seconda parte degli Elementi di scienza politica. Infatti, dichiara esplicitamente, che «le nostre idee [sul parlamentarismo] si sono abbastanza modificate»; perché «una maggiore conoscenza della storia ed una esperienza maggiore della vita ci hanno insegnato a considerarli [i problemi derivanti dal parlamentarismo] con maggiore indulgenza, avendo constatato come sia impossibile che esista una forma di organizzazione politica la quale, nel suo pratico funzionamento non sia inquinata dalle immancabili debolezze morali ed intellettuali della natura umana»[37].
Due anni dopo, e cioè nel 1925 a regime fascista avviato, il critico del parlamentarismo ne divenne il difensore. Nel suo discorso in Senato, pronunziato il 19 dicembre 1925, a proposito del dibattito sul disegno di legge “Attribuzioni e prerogative del capo del Governo, Primo ministro Segretario di Stato”, Mosca così parlava: «…noi assistiamo, diciamolo pure sinceramente, alle esequie di una forma di Governo; io non avrei mai creduto di dovere essere il solo a fare l’elogio funebre del regime parlamentare […] io che ho adoperato sempre una critica aspra verso il Governo parlamentare, ora debbo quasi rimpiangerne la caduta. Riconosco che questo sistema doveva subire delle sensibili modificazioni, ma non credo che sia già maturo il tempo di procedere ad una sua trasformazione radicale, ed ora che lo sia abbandona è giusto ricordare i suoi meriti […] Certo che il sistema rappresentativo parlamentare non deve e non può essere immutabile; cambiando le condizioni della società, vanno cambiate le organizzazioni politiche. Ma il cambiamento doveva essere rapido e radicale oppure lento e meditato? Questo è il quesito gravissimo che angoscia il mio animo, e che io, antico avversario del sistema parlamentare, credo si debba risolvere nel senso più moderato e prudente»[38].
Una presa di posizione riassumibile col titolo, che suona come un monito, di un grosso volume moschiano apparso nel 1958: Ciò che la storia potrebbe insegnare.
7.- Vittorio Emanuele Orlando e la concezione giuridica del governo parlamentare
E veniamo infine alle posizioni di Vittorio Emanuele Orlando, che sono complesse e che si muovono nell’ambito di un metodo giuridico, di cui lo stesso Orlando fu assertore e divulgatore. La posizione di Orlando in tema di parlamentarismo si manifesta attraverso un saggio eloquentemente titolato: La decadenza del sistema parlamentare (1884), ma a ben vedere non molto severo nei confronti del parlamentarismo. E’ pur vero che Orlando condivide il carattere catastrofista della letteratura costituzionalistica antiparlamentare sulla validità delle istituzioni rappresentative[39], ma la conclusione del suo ragionare non è critica verso il governo parlamentare. E lo fa ricorrendo a un apologo del vecchio che, sopraffatto dal carico di legna che gli era stato messo sulle spalle, invocava la morte, ma quando ella vi comparve davanti, negò di averla chiamata con l’intenzione che essa ponesse fine alla sua vita, dicendo che voleva essere soltanto liberato dal peso. Orlando, quindi, sostiene che la decadenza del sistema politico non è imputabile ai meccanismi incerti del parlamentarismo ma piuttosto nella “grande disgregazione sociale”: le cui cause sono determinate dalla “rottura del partito medio”, il quale poteva equilibrare gli estremi, e dalla “anarchia parlamentare”, in quanto basata su “formule vuote ed astratte”. Ed è proprio l’individuazione delle cause a distinguere la posizione di Orlando rispetto a quella dei critici del parlamentarismo, nonostante la comunanza dei giudizi.
L’approccio cambia con la pubblicazione degli Studi giuridici del governo parlamentare (1886). Orlando si pone come obiettivo quello di provare l’identità di Rechtsstaat e governo parlamentare, ovvero il fondamento giuridico del governo parlamentare. L’errore commesso dai critici del parlamentarismo, secondo Orlando, è quello di avere fatto confusione dei criteri propri all’ordine giuridico: «da questi studii particolari [sull’antiparlamentarismo] si risale a critiche generali, si accusa l’organismo medesimo nei suoi elementi costitutivi, e l’accusa è tanto più grave, in quanto si sostiene l’intrinseca inettitudine di quella forma di reggimento a provvedere ai fini generali e particolari dello Stato. Qui la preoccupazione politica, più o meno fondata, si sostituisce alla valutazione giuridica; dall’esame di uno stato di fatto si deduce l’insufficienza del diritto »[40]. Viceversa, per Orlando «la migliore confutazione che si possa opporre alla tendenza ostile al governo parlamentare sia quello studio giuridico invocato nel principio del presente lavoro. Tanto compito noi ci siamo proposti, e questi studii avranno pienamente raggiunto il loro scopo qualora fossero ritenuti un modesto ma coscienzioso contributo ad una intellezione più giuridicamente vera del governo parlamentare»[41]. Da qui la necessità dell’adozione di un metodo giuridico, che sarà poi la cifra che contraddistinguerà la speculazione scientifica di Orlando. Conclusione dei studii è (anche) la elaborazione della teoria giuridica del Governo di Gabinetto, dove: «1) la funzione propria alle Camere rappresentative cioè di far leggi nel senso costituzionale, va distinta a seconda del contenuto della determinazione o del provvedimento. 2) In rapporto alle leggi propriamente dette, se si guarda alla essenza della funzione, la Camera non può nulla creare, ma semplicemente riconoscere il diritto, sicché la sua funzione si riduce da un lato alla con stazione di un bisogno cui risponde il provvedimento del diritto (funzione gravissima, ma non caratteristica, perché non specifica) dall’altro al conferimento di una esterna solennità […]. 3) In quanto alle leggi impropriamente dette, il loro contenuto è relativo all’azione governativa […] sicché siffatta attività dei corpi rappresentativi va compresa, costituendone parte integrante e principalissima, nella sfera di quella funzione cui, più o meno esattamente intendendola, si fa tuttavia corrispondere il così detto potere esecutivo»[42].
Dall’indagine sulle strutture parlamentari dello Stato liberale Orlando giunge, pochi anni dopo, a elaborare i famosi criteri tecnici per la ricostruzione giuridica del diritto pubblico (1889), sui cui non ci è possibile in questa sede soffermarci[43]. Due parole, però, conviene spenderle su altro tema, che è liminare al problema del parlamentarismo: la rappresentanza politica. Sul punto, Orlando elabora una tesi, che muove da due premesse: la convinzione che i termini popolo e Nazione debbano essere considerati sostanzialmente equivalenti, mentre invece «popolo e Stato vengano considerati le due facce, sinteticamente distinte, di un’idea essenzialmente unica, in base alla quale il popolo trova nello Stato la sua personalità giuridica e lo Stato trova nel popolo l’elemento materiale che lo costituisce»[44]. Orlando rifiuta l’idea di una delegazione di poteri da parte del popolo verso l’Assemblea legislativa; il popolo, allora, non è sovrano, non è titolare del potere costituente, non è quindi la fonte della sovranità. Questa è dello Stato, che si manifesta in più organi, così come la rappresentanza dello Stato risiede in più organi: con la conseguenza che tutti gli organi dello Stato debbono essere considerati rappresentativi. Su Orlando mi fermo qui; anche perché sono questioni ormai note.
8. Osservazioni conclusive
Che conclusione trarre da questa rassegna sull’antiparlamentarismo e i suoi interpreti, che si è fin qui svolta? Innanzitutto, si può affermare che la specificità dell’antiparlamentarismo di fine Ottocento non è soltanto quello di avere raccolto un vasto moto di reazione all’instabilità degli equilibri politici, quanto di avere ricercato alcune soluzioni dei problemi istituzionali al di fuori del parlamento e non in opposizione a esso. Gli sforzi delle elaborazioni scientifiche di Arcoleo, Mosca e Orlando si muovono senz’altro in tal senso. E c’è da rimanere comunque ammirati.
Ben altra posizione – lo ricordavo all’inizio – è quella espressa, qualche anno dopo, da Carl Schmitt, il più severo censore del parlamentarismo. Le critiche si appuntano sulla mancanza di discussione, di pubblicità e di carattere rappresentativo, che segnano la caduta dei presupposti ideali del parlamentarismo[45]. Da sostituirsi con un regime che esalti l’identità e la decisione, che definisca e realizzi il rapporto amico-nemico in chiave autoritaria. Il discorso, a questo punto, si farebbe lungo e necessiterebbe di ben altro argomentare. Una cosa si può dire: se le critiche di Schmitt al parlamentarismo possono essere avvicinate a quelle dei costituzionalisti italiani di fine Ottocento prima esaminati, distantissime sono le soluzioni e le prospettazioni di “teologia politica”. Da un lato, c’è un antiparlamentarismo volto a rinforzare il ruolo del Parlamento, dando a esso dignità e valore; dall’altro, invece, l’antiparlamentarismo volto a distruggere la “clasa discutora” parlamentare (come Schmitt la chiama, riprendendo Donos Cortés), e i suoi meccanismi, che incapace di ricondurre a unità la divisione pluralistica della società, appare come inutile se non pericolosa. E’ stato scritto, che «L’attualità di Schmitt è da rinvenirsi nella forza delle sue specifiche critiche, non invece nella sua “teologia politica”, nella sua visione teorica d’insieme»; per poi comunque aggiungere «Ciò che sembra in realtà drammaticamente ancora mancare è una convincente ermeneutica dei Parlamenti nelle società contemporanee, che sia in grado di riaffermare l’essenza e il valore di una qualificata e specifica prospettiva democratica. Solo a quel punto potrà darsi una risposta appropriata e definitiva alle specifiche critiche di Carl Schmitt. Liberandosi finalmente del suo fantasma»[46].
Certo, le posizioni antiparlamentariste laddove si affissano sulla decadenza di un modo di far vivere le istituzioni al loro interno e sull’uso trasformistico dei programmi politici, e quindi sulla scarsa rappresentatività della classe politica, assumono forme e prospettive che vanno oltre lo spirito del tempo. A parte la parentesi del regime fascista, in cui il parlamento era raffigurato come una “aula sorda e grigia” e la rappresentanza si caratterizzava attraverso i fasci e le corporazioni, si può provare a ragionare intorno a un’equazione: il parlamentarismo sta al regime rappresentativo statutario, come alla Costituzione repubblicana sta la partitocrazia. E quindi i mali del parlamentarismo che si denunciavano alla fine dell’Ottocento ricorrono, sotto altre angolature, nella seconda metà del Novecento[47]. Certo, si tratta – volutamente – di una comparazione per analogie, che è forzata e (forse) azzardata. Ma le accuse al trasformismo parlamentare non sono forse le stesse? Le denuncie sull’immoralità (e la corruttela) della classe politica non hanno parimenti caratterizzato pezzi delle storie politiche dei due secoli? Le difficoltà di istituire un rapporto trasparente fra elezioni e formazione dei governo non ha segnato buona parte del travaglio del sistema istituzionale, sia vigente lo Statuto che la Costituzione? E ancora: i tentativi di ridare forza e dignità al parlamento, anche attraverso le (numerose) ipotesi di riforma di una delle due Camere e non solo, non si sono manifestati con frequenza e preoccupazione oggi come ieri?[48]
Si sarebbe tentati di sostenere che l’antiparlamentarismo – nei termini di affetto per le istituzioni parlamentari e quindi nella speranza di potere correggere i suoi mali – è come una sorta di fiume carsico che attraversa la storia delle istituzioni italiane: con lo Statuto, per certi versi e nonostante tutto anche durante il regime, e in età repubblicana. C’è un periodo, intorno agli Settanta, in cui viene a essere valorizzata la formula della “centralità del Parlamento” nel sistema istituzionale; ma a ben vedere, di centralità del partito politico si trattava: perché il parlamento diventa lo strumento del partito, e il legislatore apparente, ovvero l’assemblea, viene a essere sostituito con il legislatore reale, ovvero le direzioni dei grandi partiti di massa. Anche la forma di governo parlamentare si viene a declinare in diversi modi e con una varietà di accenti: se oltre un secolo fa si invocava un ritorno allo Statuto, e quindi il ripristino di un governo costituzionale puro, oggi si invoca l’attuazione di un metodo maggioritario, che realizzi un neoparlamentarismo, che valorizzi il momento della governabilità sia pure a prezzo di una tendenziale compressione della rappresentanza politica. Neoparlamentarismo, quindi: che è cosa distinta e distante dall’antiparlamentarismo[49].
* Relazione tenuta alle Giornate di diritto e storia costituzionale «Atelier 4 luglio “G.G. Floridia”», Università di Teramo, 4 luglio 2008, e destinata agli Scritti in onore di Angelo Antonio Cervati
[1] H. KELSEN, Il problema del parlamentarismo, in ID., Il primato del Parlamento, ed it. a cura di C. Geraci, Milano, 1982, 174
[2] Per i termini di confronto, v. G. PERTICONE, Parlamentarismo e antiparlamentarismo nel post-Risorgimento, in ID., Scritti di storia e politica del post-Risorgimento, Milano, 1969, 185-218; E. CUOMO, Critica e crisi del parlamentarismo (1870-1900), Torino, 1996; v. la breve raccolta antologica: L’antiparlamentarismo italiano (1870-1919), a cura di C. Cerbone, Roma, 1972
[3] R. DE MATTEI, Il problema della democrazia dopo l’Unità, Roma, 1934, 35
[4] Cfr. E. RENAN, La Réforme intellectuelle et morale de la France (1871), ora in ID., Oeuvres complete de Ernest Renan, t. I, Paris, 1947, 360 ss.
[5] Così G. REBUFFA, Il Re e il Parlamento: lo Statuto albertino nell’Italia liberale, saggio introduttivo allo Statuto Albertino [1848], Macerata, 2008, XX
[6] Non mi persuade la pur brillante tesi di M. CARDUCCI, La critica del parlamentarismo come teoria della Costituzione, in Giacomo Perticone. Stato parlamentare e regime di massa nella cultura europea del Novecento, a cura di M. Silvestri, Cassino, 1999, 337
[7] C. SCHMITT, Parlamentarismo e democrazia, ed.it. a cura di C. Marco, Cosenza, 1998; per una recente e serrata critica agli argomenti di Schmitt sul parlamentarismo, v. G. AZZARITI, Critica della democrazia identitaria. Lo stato costituzionale schmittiano e la crisi del parlamentarismo, Roma-Bari, 2005, 67 ss.
[8] E’ la tesi di M. DELLE PIANE, Il significato dell’antiparlamentarismo italiano nel secolo scorso, in ID., Liberalismo e parlamentarismo, Città di Castello, 1946, 103 ss.
[9] Così G. REBUFFA, Lo Statuto albertino, Bologna, 2003, 126
[10] Analizza e discute la tesi di Sighele, G. MOSCA, Intorno al parlamentarismo (1885), rist. in ID., Ciò che la storia potrebbe insegnare. Scritti di scienza politica, Milano, 1958, 331-336
[11] Cfr. L. MANGONI, Una crisi fine secolo. La cultura italiana e la Francia fra Otto e Novecento, Torino, 1985
[12] Sul tema, c’è una discreta bibliografia: A. BRIGANTI, Il Parlamento nel romanzo italiano del secondo Ottocento, Firenze, 1972; G. CALTAGIRONE, Dietroscena. L’Italia post-unitaria nei romanzi di ambiente parlamentare (1870-1900), Roma, 1993; Rosso e Nero a Montecitorio. Il romanzo parlamentare nella nuova Italia (1861-1901), a cura di C. A. Madrignani, Firenze, 1980; C. MADRIGNANI e G. BERTONCINI, Il Parlamento nel romanzo italiano, in Il Parlamento. Storia d’Italia, Annali 17, a cura di L. Violante, Torino, 2001, 931 ss.
[13] Tant’è che A. BRIGANTI, op. cit., 7, attribuisce al libro di Petruccelli della Gattina la valenza di opera giornalistica, e individua nel romanzo di Francesco Domenico Guerrazzi, Il secolo che muore, pubblicato postumo nel 1885, la prima opera letteraria che contiene elementi peculiari del romanzo antiparlamentare
[14] Per approfondimenti, v. C. MADRIGNANI e G. BERTONCINI, op. cit., 940-942
[15] Su cui v. ora il saggio di A. RIDOLFI, L’antiparlamentarismo e i romanzi di Federico De Roberto (A proposito del dialogo del giurista con la letteratura), in Teoria del diritto e dello Stato, n. 1-2-3, 2006, 199 ss.
[16] Cfr. A. RIDOLFI, op.cit., 225 ss. (ivi lunghe e dettagliate note, che riportano brani, assai significativi dal punto di vista dell’antiparlamentarismo, del romanzo L’imperio)
[17] Così, C. MADRIGNANI e G. BERTONCINI, op. cit., 943
[18] Sul punto, V. FROSINI, Gaetano Mosca e l’esperienza parlamentare, in Gaetano Mosca, scienza politica e regime rappresentativo nell’età contemporanea, a cura di C. Mongardini, Roma, 1995, 276. V. anche, G. LA ROSA, Il finale dei Vicerè, Gaetano Mosca e la cosiddetta “Italia liberale”, in Giornale di storia costituzionale, n. 5, 2003, 223 ss.
[19] Su cui, v. Scritti politici di Gabriele D’Annunzio, a cura di P. Alatri, Milano, 1980
[20] Su cui restano insuperate le pagine di R. ROMEO, Il giudizio storico sul Risorgimento, Catania, 1966; sugli aspetti costituzionali, v. C. GHISALBERTI, Stato e Costituzione nel Risorgimento, Milano, 1972
[21] Cfr. M. SIOTTO PINTOR, Il sistema parlamentare rappresentativo. Mali e rimedi, Torino, 1895; v. altresì le spietate critiche di un altro giurista quale T. PERASSI, Le attuali istituzioni e la bancarotta del parlamentarismo, Pavia, 1907: rist. in ID., Il parlamentarismo e la democrazia, Roma, 1946, 17, che scrive: «L’aspirazione di raggiungere il potere è la preoccupazione suprema della maggior parte dei deputati, in luogo della difesa degli interessi, che essi dovrebbero rappresentare in parlamento. E quest’aspirazione è concepita, come un bisogno che non ammette che il proprio soddisfacimento sia troppo lontano. Si vuol giungere al potere ad ogni costo e non si sta a scegliere la via che si può condurre. Il retroscena, gli intrighi, le transazioni, le viltà sostituiscono le grandi contese parlamentari fatte sulle grandi questioni di politica e di amministrazione. Così il livello morale dell’ambiente parlamentare si abbassa e tutti gli inquinamenti più tristi penetrano e vi portano la dissoluzione».
[22] L’articolo di Sonnino, come noto, uscì a firma “un deputato” sulla Nuova Antologia nel 1897: rist. in S. SONNINO, Scritti e discorsi extraparlamentari 1870-1902, a cura di B.F. Brown, Bari, 1972, 575 ss. Su Sonnino, v. l’ampio saggio di P. RIDOLA, Sonnino e la crisi delle istituzioni parlamentari in Italia, in Critica storica, n. 2, 1974, 266 ss. e la recente monografia di E. MINUTO, Il partito dei parlamentari. Sidney Sonnino e le istituzioni rappresentative (1900-1906), Firenze, 2004
[23] Sul punto, v. le osservazioni di R. ROMANELLI, Il comando impossibile. Stato e società nell’Italia liberale, seconda ed., Bologna, 1995, 157 ss.; S. MERLINI, Il governo costituzionale, in Storia dello Stato italiano dall’Unità a oggi, a cura di R. Romanelli, Roma, 1995, 3-39; F. ROSSI, Saggio sul sistema politico dell’Italia liberale. Procedure fiduciarie e sistema dei partiti fra Otto e Novecento, Soveria Mannelli, 2001
[24] Vedi quanto sostenuto da G. PERTICONE, op. cit. [in tema, v. il saggio di M.S. CORCIULO, Giacomo Perticone e l’antiparlamentarismo, in Giacomo Perticone. Stato parlamentare e regime di massa nella cultura europea del Novecento, cit., 357 ss.]; di “regime pseudo parlamentare” parla G. MARANINI, Storia del potere in Italia 1848-1967, nuova ed. con una nota di S. Tosi, Firenze, 1983, 129 ss., il quale, come noto, colloca il problema nell’ambito del meccanismo elettorale, e quindi critico del proporzionale e favorevole al maggioritario, quale sistema in grado di evitare la disfunzione del regime parlamentare
[25] G. MARANINI, op. cit., 229; v. ora la ricostruzione interpretativa – non distante dall’impostazione maraniniana – svolta da R. MARTUCCI, Storia costituzionale italiana. Dallo Statuto albertino alla Repubblica (1848-2001), Roma, 2002
[26] Sulla loro attività parlamentare, v. ora pubblicati, a cura del Senato della Repubblica, i rispettivi discorsi parlamentari: V.E. ORLANDO, Discorsi parlamentari, con un saggio di F. Grassi Orsini, Bologna, 2002; G. MOSCA, Discorsi parlamentari, con un saggio di A. Panebianco, Bologna, 2003; G. ARCOLEO, Discorsi parlamentari, con un saggio di T.E. Frosini, Bologna, 2005
[27] Su questi eventi, v. le appassionate e lucide pagine di G. ARCOLEO, L’anima della Rivoluzione siciliana, ora in ID., Opere, vol. II, Uomini e tempi, Milano, 1932, 3 ss.; ivi, 21, la seguente affermazione: «Nessun popolo [come il siciliano] ha mostrato tanto impeto di ribellione e tanta saviezza politica. E’ virtù etnica, che tempera eccessi e difetti. Ha fulmineo lo scatto, tenace il proposito: – rispetta la gerarchia, non tollera la prepotenza: – ambisce la gloria, ma affronta il sacrificio: – ama l’indipendenza, ma vuole un governo: – è religioso, non clericale: – pronto alla rivoluzione, vuole una costituzione. Megalomane sia pure, perché l’ampiezza degli orizzonti e del mare che ne circonda impedisce le minute visioni e suscita l’istinto della grandezza e l’ideale di una patria che prevalga oltre i limiti del territorio».
[28] Su cui v. il famoso saggio di L. PALMA, La Costituzione siciliana del 1812, in Nuova Antologia, II-III-IV, 1894; e il volume di E. SCIACCA, Riflessi del costituzionalismo europeo in Sicilia (1812-1815), Catania, 1966
[29] V.E. ORLANDO, Diritto pubblico generale. Scritti vari (1881-1940) coordinati in sistema (rist.inalt.), Milano, 1954, XIII
[30] G. ARCOLEO, Il Gabinetto nei governi parlamentari, Napoli, 1881, 216 (si deve all’editore Colombo di Roma la meritoria opera della ristampa anastatica del volume edita nel 1998, che si è qui utilizzata)
[31] G. ARCOLEO, Opere, vol. III, Diritto costituzionale, cit., 285; ma, ivi, 14, leggi la seguente affermazione: «Il parlamentarismo nella barbara parola esprime l’eccesso o la deficienza degli ordini rappresentativi, anzi talora fu contrapposto al costituzionalismo, come manifestazione morbosa di energie e tendenze politiche, soverchianti i limiti imposti a tutela dello Stato e dei diritti»
[32] G. ARCOLEO, Diritto e Politica, ora in ID., Opere, vol. II, Uomini e tempi, cit., 210 e 213
[33] Così L. BORSI, Classe politica e costituzionalismo. Mosca-Arcoleo-Maranini, Milano, 2000, 283
[34] Cfr. T.E. FROSINI, Giorgio Arcoleo, un costituzionalista in Parlamento, saggio introduttivo al vol. G. ARCOLEO, Discorsi parlamentari, cit. (ora rist. in ID., Teoremi e problemi di diritto costituzionale, Milano, 2008, 391-439)
[35] E’ cosa nota l’amplissima bibliografia che esiste, in Italia e all’estero, sul pensiero di Gaetano Mosca. Qui ci si limita a ricordare l’ampio volume con numerosi contributi, che affrontano il pensiero di Mosca sotto diverse angolature: Gaetano Mosca, scienza politica e regime rappresentativo nell’età contemporanea, a cura di C. Mongardini, cit., e due recenti lavori: F. MANCUSO, Gaetano Mosca e la tradizione del costituzionalismo, Napoli, 1999; L. BORSI, op. cit., 25-148
[36] G. MOSCA, Teorica dei governi e governo parlamentare, rist. in ID., Scritti politici, vol. I, a cura di G. Sola, Torino, 1982, 484
[37] G. MOSCA, Elementi di scienza politica, in Scritti politici, vol. II, a cura di G. Sola, cit., 998-999
[38] G. MOSCA, Discorsi parlamentari, cit., 362
[39] «Le censure contro il governo parlamentare non sono cosa nuova: ma di recente sono incomparabilmente cresciute per estensione e gravità. Prima esse fondavansi in gran parte su mere probabilità od ipotesi, ora sulla base ben più certa di una esperienza dolorosa e di fatti innegabili di cui ognuno può essere testimone: prima lo studio dei fatti serviva, per così dire, a dare una maggiore luce ai grandi pregi, ora non si dà quartiere ed il sistema si dice pessimo ed intollerabile»: V.E. ORLANDO, La decadenza del sistema parlamentare, in Rassegna di scienze sociali e politiche, vol. II, 1884, 589
[40] V.E. ORLANDO, Studi giuridici sul governo parlamentare (1886), rist. in ID., Diritto pubblico generale. Scritti vari (1881-1940) coordinati in sistema, rist., Milano, 1954, 349
[43] E si rimanda (quantomeno) ai noti studi: F. TESSITORE, Crisi e trasformazioni dello Stato. Ricerche sul pensiero giuspubblicistico italiano tra Otto e Novecento, terza ed., Milano, 1988; G. CIANFEROTTI, Il pensiero di V.E. Orlando e la giuspubblicistica italiana fra Ottocento e Novecento, Milano, 1980; M. FIORAVANTI, La scienza del diritto pubblico. Dottrine dello Stato e della costituzione tra Otto e Novecento, Milano, 2001
[44] V. E. ORLANDO, Del fondamento giuridico della rappresentanza politica (1895), in ID., Diritto pubblico generale. Scritti vari (1881-1940) coordinati in sistema, cit., 436
[45] V., almeno, C. SCHMITT, Dottrina della Costituzione (1928), ed. it. a cura di A. Caracciolo, Milano, 1984, 420 ss.
[46] Cfr. G. AZZARITI, op. cit., 117
[47] Esemplificativo, fin dal titolo, il saggio di C. CHIMENTI, Un parlamentarismo agli sgoccioli. Lineamenti della forma di governo italiana nell’esperienza di dieci legislature, Torino, 1992. Da ultimo, v. l’accurata e ragionata rassegna di L. PALADIN, Saggi di storia costituzionale, a cura di S. Bartole, Bologna, 2008, 136 ss.
[48] Da ultimo, v. Per far funzionare meglio il Parlamento. Quarantaquattro modeste proposte, a cura di F. Bassanini e A. Manzella, Bologna, 2007
[49] In tema, si rinvia a T.E. FROSINI, Forme di governo e partecipazione popolare, terza ed., Torino, 2008
(06 ottobre 2008)
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