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(contributo destinato agli scritti in memoria di Giuseppe Floridia)

ROBERTO ROMBOLI
(Professore ordinario di Istituzioni di Diritto costituzionale nell'Università di Pisa)

Qualcosa di nuovo … anzi d’antico: la contesa sull’interpretazione conforme della legge (*)

Sommario: 1. Premessa. – 2. Alle origini della interpretazione conforme: le sentenze interpretative della Corte ed il problema della loro efficacia nei confronti dei giudici. – 3, La prima fase: l’interpretazione conforme come monopolio della Corte costituzionale. – 4. Gli anni Novanta: la valorizzazione dell’attività interpretativa del giudice “aperta” dalle decisioni “di principio”. – 5. Le due “sentenze-trattato” della Corte di cassazione (Anagni, 1998 e Pezzella, 2004) sull’efficacia delle decisioni interpretative di rigetto. – 6. Interpretazione conforme e diritto vivente: la prevalenza della prima ed il carattere residuale del secondo. – 7. Segue: il rapporto “diretto” tra Corte costituzionale e Corte di cassazione. – 8. La manifesta inammissibilità per mancata sperimentazione dell’interpretazione conforme: i riflessi sul giudizio di non manifesta infondatezza e sulla riproponibilità della stessa questione nel medesimo giudizio. – 9. Segue: i riflessi sull’impiego delle interpretative di rigetto ed il “nuovo” utilizzo delle medesime (le interpretative manipolative”). – 10. Il problema “antico” della efficacia delle sentenze interpretative e le possibili soluzioni: conflitto tra poteri, efficacia erga omnes per atto normativo o in via giurisprudenziale, distinzione delle competenze. Critica. – 11. La necessità di una collaborazione tra Corte e giudici nell’interpretazione conforme: criteri e limiti. – 12. Interpretazione conforme e pronuncia di incostituzionalità: l’importanza della forza persuasiva della motivazione e del corretto utilizzo delle interpretative di rigetto e di quelle di accoglimento.

1. Premessa.

Il tema della interpretazione conforme ossia della possibilità-doverosità, quando ammissibile, di attribuire alla legge un significato tale da escludere la necessità di una sua dichiarazione di incostituzionalità, presuppone ed implica tutta una serie di problemi di eccezionale importanza e complessità per il diritto costituzionale.

Intendo riferirmi, tra gli altri, agli aspetti relativi al valore normativo della Costituzione, e quindi alla possibilità per il giudice di porsi nei confronti della stessa, con le dovute distinzioni, al pari di quanto avviene nei riguardi delle altre fonti del diritto; a quello della interpretazione della Costituzione ed all’altro, strettamente connesso ma autonomo, della interpretazione della legge alla luce della Costituzione e quindi della specificità della interpretazione costituzionale ([1]); all’esatta definizione del principio di soggezione del giudice alla legge (rectius al diritto) ed al valore da attribuire al testo ed alla lettera dell’atto normativo ([2]); al rapporto, di conseguenza, tra il diritto politico ed il diritto culturale, specificamente quello giurisprudenziale ([3]); alle implicazione del tema in oggetto sul modello di giustizia costituzionale adottato in Italia e concretamente realizzatosi nell’esperienza pratica ([4]).

Appare evidente come non sia possibile dedicare un approfondimento, neppure superficiale, ai summenzionati problemi, che verranno solamente richiamati in ordine agli specifici argomenti trattati, nonché ad alcune posizioni e soluzioni avanzate in questa relazione, la quale sarà dedicata in particolare ad un esame dei rapporti che si sono posti tra la Corte costituzionale ed i giudici comuni in ordine al problema della interpretazione della legge alla luce della Costituzione (e quindi della interpretazione conforme) nei cinquanta anni di funzionamento della giustizia costituzionale nel nostro paese.

Al proposito tratterò, in maniera più sintetica, i primi anni della giurisprudenza costituzionale - che rappresentano in certo senso, per riprendere il titolo della relazione ([5]), l’“antico” - in quanto certamente più noti, soffermandomi maggiormente sul “nuovo” rappresentato, grosso modo, dall’ultimo decennio della giurisprudenza costituzionale e comune, cercando alla fine di trarre da questa esperienza alcune conclusioni di carattere più generale circa i rapporti tra Corte e giudici nel nostro modello di giustizia costituzionale.

Non sarà invece trattato, anche perché oggetto di altra specifica relazione, il tema assai interessante della possibilità-doverosità del giudice comune, stavolta nella sua veste di giudice comunitario, di seguire un’interpretazione della legge nazionale conforme al diritto comunitario. La problematica, con le sue particolarità, pare presentare diversi punti di contatto e di somiglianza con quella trattata nella presente relazione ([6]).

2. Alle origini della interpretazione conforme: le sentenze interpretative della Corte ed il problema della loro efficacia nei confronti dei giudici.

La problematica della interpretazione conforme trova la sua origine nella prima tipologia di decisioni “creata” dalla Corte costituzionale, allorché essa iniziò concretamente a funzionare, allo scopo evidente di sottrarsi dalla rigida secca alternativa tra “accoglimento” o “rigetto”, tra dichiarazione di incostituzionalità o di infondatezza della questione sollevata.

Mi riferisco ovviamente alle sentenze interpretative, attraverso le quali il Giudice costituzionale si pose il problema, di fondamentale importanza, relativo alla possibilità dello stesso di procedere ad una interpretazione o reinterpretazione della legge oggetto della eccezione di costituzionalità, senza essere vincolato alla lettura fatta in proposito dall’autorità giudiziaria rimettente.

La risposta affermativa al suddetto problema condusse così, com’è noto, la Corte costituzionale a superare la contrapposizione tra il piano della legalità e quello della costituzionalità - la cui rigida separazione avrebbe portato al risultato per cui l’interpretazione della legge sarebbe dovuta spettare ai giudici comuni (rispetto ai quali la cassazione avrebbe svolto il proprio ruolo di nomofilachia), mentre l’interpretazione della Costituzione sarebbe stata di esclusiva competenza della Corte e vincolante per i giudici ([7])  - ed a “creare” la tipologia delle sentenze interpretative di rigetto.

Questo tipo di decisioni nasce quindi con l’inizio dell’attività della Corte, in quanto la prima pronuncia del genere - nel senso in cui poi si affermerà nella successiva giurisprudenza, quale dichiarazione di infondatezza della eccezione proposta a condizione che della disposizione impugnata venga data l’interpretazione suggerita dalla Corte – è la sent. n. 8 del 1956, con cui viene affrontata la questione di costituzionalità dell’art. 2 del testo unico di leggi di pubblica sicurezza, circa i poteri del prefetto di adottare, nel caso di urgenza o per grave necessità pubblica, i provvedimenti indispensabili per la tutela dell’ordine pubblico e della sicurezza sociale.

La Corte infatti avanza una propria interpretazione della disposizione impugnata, riferita “non nel sistema in cui essa storicamente ebbe nascimento, bensì nell’attuale sistema nel quale vive”, osservando altresì che qualora, data la lata formulazione della stessa, “si affermassero interpretazioni diverse da quella rilevata dalla Corte”, l’“odierna decisione non precluderebbe il riesame della questione” ([8]).

La formula “nei sensi di cui in motivazione”, che diverrà poi identificativa di questo tipo di pronuncia, viene invece impiegata per la prima volta l’anno successivo nella sentenza n. 1, con cui viene esaminata la questione di costituzionalità relativa al reato di apologia del fascismo ([9]).

Quella che sarà, in larga misura, la problematica sottesa alla interpretazione conforme viene colta con estrema lucidità nella seduta inaugurale del secondo anno di attività della Corte dal presidente Azzariti, il quale ne pone in rilievo i fondamenti, nonché gli aspetti più critici (quale quello dell’efficacia dell’interpretazione suggerita dalla Corte nei confronti dei giudici), facendo alcune affermazioni che non saranno seguite dalla dottrina, né dalla giurisprudenza costituzionale immediatamente successive, ma diverranno poi un punto fermo, unanimemente accolto, del tema trattato solamente dopo quaranta anni, cioè a partire dalla nota sentenza n. 356 del 1996 ([10]).

Per questo, nonostante risulti abbastanza lunga, mi pare opportuno riportare testualmente il relativo passo della relazione di Azzariti, il quale sostenne che “è evidente che alla Corte non spetti esaminare l’applicazione concreta delle norme, perché questa è demandata esclusivamente ai giudici di merito; ma ciò non esclude il potere della Corte di interpretare tanto la norma costituzionale che si assume violata, quanto la norma della legge ordinaria che si asserisce costituzionalmente illegittima. La identificazione della norma è il prius per giudicare se vi sia o meno conformità con la Costituzione e tale identificazione non può essere fatta che per mezzo della interpretazione del testo normativo; il problema diventa però delicato quando la disposizione legislativa sia suscettibile di interpretazioni diverse, delle quali taluna attribuisca alla norma un significato in contrasto con la Costituzione. In questo caso è naturale che sia data preferenza ad altra interpretazione, purchè consentita dal testo legislativo e dal sistema dell’ordinamento giuridico, la quale porti a riconoscere una norma che sia conforme alla Costituzione, essendo evidente che non può essere dichiarata la illegittimità costituzionale di una disposizione legislativa solo perché possa prestarsi ad una interpretazione difforme dai precetti costituzionali. Forse poche disposizioni riuscirebbero a sottrarsi, in tal caso, ad una dichiarazione simile ed è del resto sempre grave eliminare una norma di legge vigente senza avere i poteri per sostituirla o adattare le norme residue che con quella erano connesse. Si potrebbe qui chiedere quali siano il valore e l’efficacia pratica dell’interpretazione legislativa della Corte costituzionale. Questa non ha il potere di interpretare autenticamente le leggi e solo alle sue decisioni che dichiarano la illegittimità costituzionale di norme legislative è attribuita efficacia erga omnes. La interpretazione che la Corte adotta non ha quindi una generale efficacia vincolante. Solo nel giudizio nel quale la questione di costituzionalità è stata proposta, la norma non potrà dal giudice essere applicata se non nel senso indicato dalla Corte costituzionale; ma in altri giudizi le autorità giurisdizionali, non essendo vincolate giuridicamente, potrebbero pure dare alla norma un’interpretazione diversa” (corsivo aggiunto).  ([11])

Essendo le decisioni interpretative creazione della giurisprudenza costituzionale, e quindi per ciò prive di qualsiasi disciplina, si è posto da subito, come problema centrale, quello relativo alla efficacia di tali pronunce ([12]) nei riguardi dei giudici, vale a dire al grado di vincolatività per gli stessi dell’interpretazione suggerita dalla Corte, allo scopo di evitare che le stesse risultassero, di fatto, inutiliter datae.

Apparve chiaro come, nei riguardi della generalità dei giudici, il principio di autonomia e indipendenza della magistratura impedisse di poter ritenere per essi vincolanti le interpretazione del Giudice costituzionale contenute in una sentenza di rigetto, priva quindi di efficacia erga omnes e che queste dovessero imporsi non tanto in virtù della loro forza legale, ma di quella persuasiva degli argomenti posti a giustificazione dell’interpretazione suggerita.

Così anche quanti ritennero l’interpretazione conforme a Costituzione come rientrante fra i doveri del giudice, tennero a precisare che ciò non avrebbe dovuto significare l’obbligo di seguire quella indicata come tale dalla Corte ([13]), mentre alcuni, in considerazione di una funzione di “magistero costituzionale” riconosciuta alla stessa, affermarono l’esistenza  nel nostro ordinamento di un principio fondamentale che avrebbe dovuto imporre alle diverse autorità ed ai cittadini di “conformarsi” alle decisioni del Giudice costituzionale e di non dare seguito alle interpretazioni condannate da quest’ultimo, al pari dell’obbligo della pubblica amministrazione di conformarsi al giudicato dei tribunali. Pur riconoscendo la mancata esplicita previsione di siffatto principio, si sostenne che esso avrebbe trovato la sua piena affermazione allorché, attraverso comportamenti costantemente seguiti si fosse formata una consuetudine in tal senso e che i giudici pertanto erano tenuti a seguire gli indirizzi affermati dalla Corte attraverso le decisioni interpretative di rigetto ([14]).

Una diversa, maggiore efficacia fu invece ritenuto di poter attribuire alle pronunce interpretative di rigetto nei riguardi del giudice che aveva  proposto la questione di costituzionalità, indicando alcuni l’esistenza nei suoi confronti di un vincolo “negativo”, altri di un vincolo “positivo” ([15]).

Il punto di arrivo maggiormente condiviso venne raggiunto dalla tesi, tendente a bilanciare la possibilità di riconoscere una qualche efficacia alle sentenze interpretative con la libertà di interpretazione del giudice, secondo cui sul giudice che ritenesse di non condividere l’interpretazione suggerita dalla Corte gravava l’obbligo di sollevare nuovamente la questione di costituzionalità. Ciò non tanto perchè vincolato dalla sentenza interpretativa, ma dal potere-dovere su di esso incombente di valutare, d’ufficio o su istanza di parte, la non manifesta infondatezza della eccezione di costituzionalità e non potendo, alla luce della giurisprudenza costituzionale, giudicare la stessa come manifestamente infondata ([16]).

3. La prima fase: l’interpretazione conforme come monopolio della Corte costituzionale.

In un primo momento si affermò, come assolutamente prevalente, la tesi secondo cui l’opera di interpretazione conforme veniva, di fatto, considerata come monopolio della Corte costituzionale, facendo valere per ciò in larga misura le ragioni che avevano indotto i Costituenti a scegliere per un sistema accentrato, anziché diffuso, di controllo della costituzionalità delle leggi.

L’esistenza di un unico organo ad hoc, dotato, anche in ragione della sua particolare composizione, di una maggiore sensibilità politica rispetto ai giudici comuni avrebbe, da un lato, garantito il parlamento rispetto all’annullamento delle leggi da questo approvate e, dall’altro, garantito il principio di certezza del diritto, evitando che una stessa legge fosse ritenuta da alcuni giudici in contrasto con la Costituzione, e quindi disapplicata e da altri invece costituzionalmente corretta e quindi vigente ed applicata.

Il riconoscimento ai giudici del potere-dovere di interpretazione conforme appariva pertanto come foriero di tutti quei rischi che il sistema accentrato aveva voluto evitare, come appare assai chiaramente da quanti videro in ciò il pericolo di un vero e proprio esautoramento dei poteri e delle funzioni attribuite alla Corte costituzionale, rilevando come “attraverso i più audaci mezzi ermeneutici” sarebbe stato sempre possibile riportare una legge nell’alveo dei principi costituzionali, impedendo così alla Corte di operare ([17]).

Allo stesso risultato conducevano anche le tesi secondo le quali il giudice, allorché avesse rilevato una possibile lettura incostituzionale della legge da applicare, avrebbe dovuto senz’altro proporre il dubbio alla Corte costituzionale, a nulla rilevando la possibilità di una interpretazione conforme della stessa legge, essendo la regola quella di evitare qualsiasi applicazione incostituzionale e l’interpretazione conforme l’eccezione ([18]). Quest’ultima sarebbe stata perseguibile direttamente dal giudice solamente scegliendo nell’ambito di più interpretazioni tutte costituzionalmente conformi, mentre l’esistenza di una possibile lettura incostituzionale avrebbe obbligato lo stesso a sollevare la questione di costituzionalità ([19]).

In occasione dell’importante e noto Congresso dell’ANM, che si tenne a Gardone nel 1965, venne approvato, dopo ampia discussione, un ordine del giorno, dal quale emergeva invece con chiarezza un differente rapporto tra l’interpretazione conforme e la proposizione della questione di costituzionalità. Si legge infatti che compito del giudice è quello di “interpretare tutte le leggi in conformità ai principi contenuti nella Costituzione” e di “rinviare all’esame della Corte costituzionale, anche d’ufficio, le leggi che non si prestino ad essere ricondotte, nel momento interpretativo, al dettato costituzionale” (corsivo aggiunto) ([20]).

Di fatto la magistratura continuò, anche negli anni successivi, a preferire la proposizione della questione di costituzionalità rispetto alla interpretazione conforme, anche e soprattutto allorchè si poneva il problema, specie per la magistratura più giovane, di superare certe interpretazioni restrittive seguite dalla Corte di cassazione che, senza l’ausilio della Corte costituzionale, avrebbe finito per prevalere in una logica di controllo diffuso di costituzionalità.

Rimane comunque di importanza decisiva, per il tema che ci occupa, la questione relativa alla efficacia delle sentenze interpretative di rigetto, le quali, come è stato sostenuto, proprio per i limiti incontrati alla loro vincolatività, sembravano destinate a scomparire ([21]).

Il problema, come sottolineato da Crisafulli, viene a porsi “in termini che possono dirsi drammatici” ([22]) durante quella fase nota come della “guerra tra le due corti”, segnata in particolare da un atteggiamento di rifiuto da parte della Corte di cassazione di seguire le interpretazioni suggerite dalla Corte costituzionale.

La necessità, ben evidenziata dall’illustre Autore, di superare comunque quello che lui chiama il “dialogo tra due sordi” ([23]) troverà, com’è noto, una soluzione nella valorizzazione, da parte della Corte costituzionale, del “diritto vivente” e quindi della giurisprudenza della Corte di cassazione, come strumento per superare il sorgere di possibili conflitti ed evitare il loro protrarsi nel tempo.

In presenza del formarsi di una interpretazione ampiamente condivisa in giurisprudenza, cioè di un diritto vivente, il giudice avrà la possibilità di scelta fra seguire una propria interpretazione conforme diversa dal diritto vivente ritenuto incostituzionale oppure di impugnare quest’ultimo davanti alla Corte costituzionale, la quale, nel decidere la questione, potrà giudicare il diritto vivente non in contrasto con la Costituzione (avallando quindi il medesimo) oppure dichiararlo incostituzionale, ma non avanzare proprie interpretazioni alternative. Queste ultime saranno invece ovviamente possibili in assenza di un diritto vivente o in una situazione in cui questo non può ritenersi ancora formato e con esse la Corte viene quindi a collaborare, con le proprie interpretazioni, alla realizzazione di un diritto vivente.

4. Gli anni Novanta: la valorizzazione dell’attività interpretativa del giudice “aperta” dalle decisioni “di principio”.  

Gli anni Novanta del secolo scorso sono caratterizzati, anche a seguito dell’avvenuta eliminazione dell’arretrato, da un deciso aumento della concretezza del giudizio costituzionale incidentale, la quale si esprime anche attraverso l’invito, sempre più pressante, rivolto ai giudici da parte della Corte costituzionale affinché questi facciano uso dei loro poteri interpretativi e, nella scelta tra diverse possibili letture di una disposizione, seguano direttamente quella conforme ai principi costituzionali, evitando perciò di rimettere ad essa una questione di costituzionalità allorché la stessa possa essere risolta attraverso un’interpretazione conforme. Ciò nella convinzione che certi risultati siano meglio conseguibili attraverso l’attività interpretativa del giudice, che limita gli effetti al caso deciso, che non attraverso una pronuncia di incostituzionalità con effetti erga omnes.

L’attività interpretativa del giudice non si riduce quindi ad una scelta tra due diverse letture di un testo normativo, ma diviene un’operazione più complessa, spesso “aperta” o resa possibile attraverso pronunce “di principio”, con cui la Corte si limita ad esprimere principi costituzionalmente rilevanti, cui il giudice dovrà attenersi nella sua attività interpretativa, in tal modo sostituendo “ad una regola rigida, stabilita dalla legge, una norma flessibile ed adattabile al caso, aprendo la strada a nuovi ambiti di discrezionalità dei giudici e secondo taluno tendendo addirittura a configurare un diritto casistico in luogo di un diritto per regole generali” ([24]).

In alcuni casi “il principio” è contenuto in pronunce aventi un dispositivo di accoglimento (c.d. additive di principio) impiegate perlopiù allorchè non ricorre una situazione di “rime obbligate” che legittima, secondo la consolidata giurisprudenza costituzionale, una pronuncia additiva autoapplicativa, per cui la Corte, nel dichiarare la norma impugnata incostituzionale, si limita ad enunciare un principio cui il giudice comune deve attenersi per la soluzione del caso concreto. L’assenza di “rime obbligate” infatti se esclude un intervento, con validità generale della Corte, non esclude che la soluzione, costituzionalmente più corretta, venga rinvenuta dal giudice caso per caso.

Questo è accaduto ad esempio con riguardo alla questione concernente la differenza massima di età prevista dalla l. 184/1983 per l’adozione, la quale traeva origine da un caso di adozione, svolta all’estero e perfezionata in Italia, da parte di coniugi, uno dei quali con età di soli tre mesi superiore al limite di quaranta anni di massimo divario, fissato dal legislatore.

La Corte, pur considerando ragionevole la scelta del legislatore, afferma che “deve essere riconosciuta la possibilità che il giudice valuti, con rigoroso accertamento, l’eccezionale necessità di consentire, nell’esclusivo interesse del minore, che questi sia inserito nella famiglia di accoglienza che, sola, può soddisfare tale suo interesse, anche quando, pur rimanendo nella differenza di età che può solitamente intercorrere tra genitori e figli, l’età del coniuge adottante si discosti in modo ragionevolmente contenuto dal massimo di quaranta anni, legislativamente previsto. Tuttavia, affinché non si trasformi in una regola l’eccezione deve rispondere ad un criterio di necessità in relazione ai principi ed ai valori costituzionali assunti quale parametro di valutazione della legittimità costituzionale della disposizione denunciata (art. 2 e 31 Cost.)” ([25]).

Le espressioni evidenziate con il carattere corsivo paiono mostrare, fuori da ogni ragionevole dubbio, l’ampio margine che la Corte viene così a riconoscere al potere interpretativo del giudice nel “conformare”  il dettato normativo ai principi costituzionali da essa indicati ([26]).

In altre ipotesi il “principio” viene espresso in decisioni il cui dispositivo è invece di infondatezza o anche di inammissibilità, senza quindi procedere previamente ad alcuna modifica formale dell’assetto normativo regolante la materia.

In alcuni casi ad esempio la Corte costituzionale, di fronte all'accertata situazione di assenza di una disciplina da applicarsi al caso specifico e concreto che il giudice è chiamato a risolvere, lo invita esplicitamente a trovare lui stesso la soluzione attraverso un'applicazione diretta dei principi costituzionali da essa indicati.

Così a proposito della questione di costituzionalità relativa alla sanzione penale prevista per coloro che rifiutano il servizio militare di leva senza essere stati ammessi al servizio civile sostitutivo, rispetto alla quale la Corte ha ritenuto che "spetta al giudice, attraverso l'esercizio pieno dei poteri di interpretazione della legge e del diritto, risolvere, conformemente alla Costituzione, il problema che la rilevata lacuna normativa in ipotesi determina" ([27]).

Lo stesso con riguardo al caso, assai noto, relativo al disconoscimento di paternità da parte del marito nei confronti del figlio nato a seguito di inseminazione artificiale eterologa, alla quale aveva prestato il proprio preventivo consenso. La Corte ha sostenuto che, nonostante la chiara formulazione letterale, l'art. 235 cod. civ. doveva ritenersi scritto per l'ipotesi di figli nati da rapporti adulterini e quindi non applicabile al caso di specie, rispetto al quale ha proceduto ad individuare i principi costituzionali da ritenere ad esso riferibili, vale a dire la tutela della persona nata a seguito di fecondazione artificiale, sia in relazione ai propri diritti verso chi si è impegnato liberamente ad accoglierlo (il quale deve assumersi le sue responsabilità), sia agli obblighi di istruzione e mantenimento che gravano sui genitori.

Anche in questo caso la Corte ha concluso la propria decisione affermando che "nell'attuale situazione di carenza legislativa, spetta al giudice ricercare nel complessivo sistema normativo l'interpretazione idonea ad assicurare la protezione degli anzidetti beni costituzionali" ([28]).

Un chiaro favor per l’interpretazione conforme è poi rinvenibile nel già ricordato principio, affermato per la prima volta con la sent. 356/1996, secondo cui una legge si dichiara incostituzionale non perché è possibile darne interpretazioni incostituzionali, ma perché è impossibile darne interpretazioni costituzionali.

5. Le due “sentenze-trattato” della Corte di cassazione (Anagni, 1998 e Pezzella, 2004) sull’efficacia delle decisioni interpretative di rigetto.

Elementi di estremo interesse per il tema che ci occupa possono trarsi dal “seguito” avuto da due decisioni interpretative di rigetto, pronunciate dalla Corte nel 1998 ([29]), a distanza di meno di un mese l’una dall’altra, le quali hanno avuto, come vedremo, un’accoglienza del tutto diversa da parte dei giudici comuni ed in particolare della Corte di cassazione, con il risultato che, in un caso, la vicenda può ritenersi conclusa nello stesso anno, mentre nell’altro, si è protratta ben oltre, fino al 2005.

Significativo in particolare appare l’esame congiunto e parallelo delle risposte date alle decisioni di cui sopra dalla Corte di cassazione attraverso due “sentenze trattato” ([30]), le quali vengono entrambe ad esprimersi, anche se in maniera differente, sui medesimi aspetti del nostro tema, vale a dire relativamente: a) ai vincoli derivanti per il giudice a quo dalle sentenze interpretative di rigetto; b) ai vincoli derivanti per tutti gli altri giudici dalle medesime decisioni; c) al ruolo spettante alla Corte costituzionale ed a quella di cassazione nell’interpretazione della legge alla luce della Costituzione. La prima decisione è la sent. Anagni del 1998, con la quale il giudice di legittimità sostiene, riguardo all’aspetto sub a), che grava sul giudice a quo un vincolo di carattere solo negativo, restando possibile per lui seguire qualsiasi interpretazione della legge ritenuta conforme a Costituzione, ma che ciò non si verifica allorché la Corte costituzionale abbia qualificato l’interpretazione da essa suggerita come l’unica compatibile con la Costituzione, nel qual caso il giudice ha l’obbligo, positivo, di seguire quella interpretazione.

Circa il secondo aspetto (sub b), la Cassazione sostiene che il giudice non può sbrigativamente andare di contrario avviso rispetto all’interpretazione suggerita dalla Corte, ma su di lui grava l’obbligo, “anche giuridico”, di spiegare le ragioni per cui dissente da tale soluzione e, ove ritenga di non aderirvi, ha il dovere di sollevare una nuova questione di costituzionalità. Pertanto non può disconoscersi l’efficacia di “precedente” verso tutti i giudici i quali, in assenza di validi motivi, sono tenuti ad uniformarsi all’interpretazione indicata nella sentenza costituzionale.

Quanto infine al profilo sub c), la sentenza in discorso afferma che, nel sindacare la conformità della legge alla Costituzione, la Corte costituzionale si pone “in posizione di vertice” e rappresenta l’“organo più qualificato in tema di interpretazione costituzionale”.

A proposito della suddetta pronuncia pare il caso di segnalare come l’allora presidente della Corte costituzionale Vassalli, nell’ambito della annuale conferma stampa, ebbe a sottolineare – sotto certi aspetti quasi invertendo il ruolo delle parti in un ipotetico incontro-scontro tra le due Corti – che, sulla base delle affermazioni contenute nella decisione della Cassazione, le interpretazioni della Corte costituzionale divengono quasi vincolanti, con il rischio che quest’ultima venga ad assumersi un ruolo di nomofilachia che non le spetta ([31]) e come altri – da buoni profeti - posero invece in rilievo che una simile posizione avrebbe potuto in seguito dar luogo a conflitti in tutti quei casi in cui i giudici avessero ritenuto di non seguire (o di non poter seguire) le interpretazioni avanzate dalla Corte ([32]).

La seconda pronuncia è invece la sent. Pezzella del 2004, la quale sul punto a) afferma l’esistenza, per il giudice a quo, di un mero vincolo negativo, richiedendo ogni altra interpretazione della disposizione oggetto della questione di costituzionalità l’autonoma adesione da parte dell’autorità giudiziaria rimettente, mentre per quanto concerne tutti gli altri giudici (aspetto sub b), la pronuncia interpretativa della Corte costituzionale non avrebbe alcun effetto vincolante, mantenendo il giudice il potere-dovere di interpretare autonomamente la legge, secondo quanto può ricavarsi dall’art. 101, 2° comma, Cost., purchè segua una lettura costituzionalmente orientata, ancorché diversa da quella del Giudice costituzionale, in quanto, in caso contrario, quest’ultimo risulterebbe investito di poteri di interpretazione autentica. La Cassazione quindi contesta che l’interpretazione della Corte costituzionale abbia effetti assolutamente vincolanti per il giudice, al quale non spetterebbe altro compito che quello di adeguarsi, sostenendo che il valore di precedente opera solamente se sorretto da argomentazioni persuasive, tali da indurre i giudici a condividerle ed a farle proprie.

In ordine all’aspetto sub c), la sentenza precisa come divergenze ed interferenze tra le due Corti possono sussistere, in quanto la Costituzione riconosce e legittima il potere di interpretare la legge, nelle rispettive sfere di attribuzione, della Corte costituzionale e della Corte di cassazione e l’interpretazione conforme suggerita dalla prima è lecita fintanto che si è di fronte a testi di legge polisenso, a fronte dei quali i differenti significati possono essere derivati dal giudice utilizzando i poteri interpretativi ad esso riconosciuti dall’ordinamento ([33]).

6. Interpretazione conforme e diritto vivente: la prevalenza della prima ed il carattere residuale del secondo.

La diversità di posizione (in alcuni passaggi addirittura radicale) espressa dalla Corte di cassazione nelle due pronunce sopra richiamate, induce a riflettere, al di là della specificità dei casi e delle vicende che hanno portato alle medesime, su alcuni elementi che sono venuti emergendo proprio nel periodo grosso modo intercorrente tra la prima e la seconda decisione.

Il primo di questi elementi concerne il riferimento ed il significato attribuito dalla giurisprudenza costituzionale al “diritto vivente” ([34]), che aveva svolto un ruolo decisivo, come ricordato, nel superamento della fase critica della “guerra tra le due Corti”.

A fronte di quanti avevano avvertito circa i rischi derivanti dall’omaggio, ritenuto eccessivo, fatto dalla Corte al diritto vivente, potendo ciò spingere il giudice ad essere accondiscendente verso interpretazioni seguite dalla giurisprudenza prevalente, creando una sorta di appiattimento verso la giurisprudenza della Cassazione ed il rischio di  porre in essere una sorta di gerarchizzazione dell’ordine giudiziario ([35]), si assiste progressivamente, e dapprima quasi inavvertitamente, ad una minore valorizzazione  del diritto vivente, tanto da parlare di una “crisi” del medesimo ([36]).

Il richiamo al diritto vivente aveva già indubbiamente subito, oggettivamente, una perdita di significato a seguito dell’avvenuta eliminazione dell’arretrato e della possibilità quindi che in certi casi la Corte si trovasse a decidere su leggi appena approvate, sulle quali pertanto non si era potuto formare una giurisprudenza, tanto meno consolidata ([37]), nonché in conseguenza dei confini sempre abbastanza vaghi della sua definizione, per cui ne era derivato, in capo alla Corte, un ampio margine di discrezionalità, non sempre utilizzato in maniera coerente, nel decidere quando un “diritto vivente” potesse effettivamente dirsi formato oppure no. ([38])

Negli ultimi anni è dato di assistere, con sempre maggiore frequenza, ad ipotesi in cui, a fronte di un diritto vivente inequivocabilmente formatosi, la Corte avanza ciò nonostante proprie, differenti interpretazioni ([39]), mentre in altri casi essa rivolge esplicitamente ai giudici l’invito a seguire una interpretazione conforme, anche in presenza di un diritto vivente o di un orientamento giurisprudenziale univoco, avendo il giudice “solo la facoltà e non l’obbligo di uniformarsi al prevalente orientamento giurisprudenziale” ([40]).

Così facendo – e dichiarando altrimenti manifestamente inammissibili le questioni di legittimità costituzionale sollevate dai giudici in quanto finalizzate a chiedere un avallo alla propria opzione interpretativa, tale da superare quella di altri giudici (spesso dei gradi superiori del giudizio) – la Corte induce il giudice a seguire un’interpretazione in certo senso “suicida”, in quanto quasi certamente destinata ad essere annullata dalla pronuncia dei giudici dei gradi superiori e sottoponendo, come esattamente rilevato ([41]), ad una specie di “calvario”, con pesanti conseguenze anche di ordine economico, le parti sostanziali dei giudizi principali.

Nel rapporto tra diritto vivente ed interpretazione conforme, la Corte costituzionale mostra quindi di dare la prevalenza alla seconda, venendo quindi il primo ad assumere la natura di criterio residuale ([42]).

7. Segue: il rapporto “diretto” tra Corte costituzionale e Corte di cassazione.

La cosa appare di chiara evidenza ed assume anche connotati particolari allorché la questione di costituzionalità sia proposta dalla stessa Corte di cassazione, con la quale quindi il Giudice costituzionale viene a porsi in dialogo diretto ([43]), potendo sembrare, in alcuni casi, che la posizione assunta da quest’ultimo venga, in qualche misura, a porre in discussione o a delegittimare la funzione nomofilattica della prima ([44]).

Così, ad esempio, per alcuni casi nei quali la Corte costituzionale ha ritenuto non assolto, da parte della Cassazione, l’onere di previa sperimentazione di una possibile interpretazione conforme.

In uno di questi si trattava della questione di costituzionalità relativa alla presenza del consiglio notarile locale nel procedimento che si instaura a seguito di impugnazione dei provvedimenti disciplinari nei confronti di un notaio presi dal consiglio medesimo. La giurisprudenza della Cassazione non era univoca sul punto, fornendo alcune sezioni un’interpretazione che legittimava l’intervento in giudizio del consiglio notarile locale (e quindi superava i dubbi di costituzionalità), mentre altre lo ritenevano inevitabilmente escluso sulla base delle disposizioni impugnate. Per la composizione di tale contrasto giurisprudenziale la questione era stata rimessa alle sezioni unite le quali, sollevando eccezione di costituzionalità, avevano inequivocabilmente operato una precisa scelta, nel senso di seguire l’interpretazione indicata come seconda ([45]).

In altra ipotesi a Cassazione indicava una certa interpretazione della disposizione impugnata come diritto vivente e la Corte costituzionale ha rilevato come tale qualificazione “non può vincolare, da sola, il giudice di legittimità ad un’opzione interpretativa pur ritenuta lesiva di valori costituzionali, atteso che proprio alla Corte di cassazione l’ordinamento attribuisce la funzione di nomofilachia, cui si ricollega la stessa formazione, e perciò anche l’evoluzione nel tempo, del diritto vivente” ([46]).

A volte il Giudice costituzionale pare poi rimproverare alla Cassazione di non aver usato correttamente dei propri poteri interpretativi. Così quando, di recente, ha osservato che il giudice di legittimità aveva dato esclusivo rilievo al dato letterale della disposizione impugnata, senza procedere ulteriormente la propria operazione ermeneutica attraverso la ricerca di una valutazione sistematica della normativa, concludendo che “il mancato integrale esperimento del percorso interpretativo (salvo l’esito di esso, evidentemente rimesso alla decisione del giudice a quo), si risolve in un vizio di inadeguata motivazione circa l’impossibilità di dare della norma impugnata un’interpretazione conforme a Costituzione” ([47]).

La crisi del diritto vivente, negli aspetti sopra sommariamente rilevati, determina, quasi inevitabilmente, le condizioni per il sorgere di possibili contrasti interpretativi specie (anche se non solo) tra le due Corti e di questo ne troviamo riscontro nella giurisprudenza costituzionale più recente.

In alcuni casi la Corte costituzionale pare fingere di non rendersi pienamente conto del conflitto interpretativo sorto a seguito di proprie decisioni interpretative di rigetto, come per la questione risolta con l’ord. 158/2003 ([48]), con riguardo alla quale l’interpretazione “adeguatrice” suggerita dalla Corte ([49]) - la quale aveva rilevato come l’art. 12 d. lgs. 546/92 poteva essere interpretato nel senso che la mancata sottoscrizione del difensore nelle cause di valore superiore a cinque milioni di lire non poteva ritenersi di per sé inammissibile, discendendo tale conseguenza solo nel caso che non sia eseguito l’ordine del giudice di supplire all’omissione - non era stata seguita dalla Cassazione. Questa, attraverso una presa di posizione degna del periodo della “guerra tra le due Corti”, aveva invece ribadito l’inammissibilità del ricorso, escludendo che all’omessa sottoscrizione del difensore si potesse porre rimedio in un momento successivo, eventualmente su disposizione del giudice ([50]), anche se, pochi mesi dopo, un’altra sezione aveva invece ritenuto, seppure esprimendo qualche perplessità ed in ossequio al principio di certezza del diritto, di seguire l’interpretazione conforme indicata dalla Corte costituzionale ([51]). Quest’ultima, risolvendo la questione che, su tale base, le era stata rimessa dal giudice a quo, non fa alcun riferimento alla suddetta giurisprudenza del giudice di legittimità e si limita a ribadire che il giudice a quo non tiene conto della interpretazione conforme da essa indicata.

In altri casi la Corte assume invece un atteggiamento del tutto conciliante e tale da evitare il sorgere di contrasti.

In tal senso può essere ricordata la ord. 149/2002 ([52]), pronunciata in un giudizio in cui il giudice a quo, in sede di rinvio, osservava come il principio di diritto fissato dalla Cassazione si poneva in evidente contrasto con l’interpretazione fornita dalla Corte costituzionale in una sua pronuncia. La Corte rileva l’erroneità del presupposto interpretativo da cui muove il giudice a quo, osservando come la disciplina si sia man mano modificata, superando la situazione normativa che aveva giustificato la suddetta interpretazione adeguatrice della Corte costituzionale ([53]).

Ancora più significativa appare la sent. 470/2002, con cui, a fronte dell’eccezione secondo cui la Cassazione avrebbe di fatto proposto una sorta di impugnazione della sentenza interpretativa della Corte costituzionale, questa ha affermato che “rifiutando di far propria l’interpretazione prospettata da questa Corte e contestualmente sollevando questione di legittimità costituzionale, la Corte di cassazione non altro ha fatto che esercitare il potere-dovere di interpretare la legge che l’art. 101 Cost. riconosce a qualsiasi giudice e certamente riconosce ad un giudice cui, ‘quale organo supremo della giustizia’, l’ordinamento giudiziario (art. 65) affida il compito di assicurare l’esatta osservanza e l’uniforme interpretazione della legge’. Del tutto corrette, quindi, sono quali esercizio del potere-dovere di interpretare la legge, le considerazioni svolte dal rimettente nel dar conto delle ragioni per le quali disattende l’interpretazione proposta dalla sent. 242/1999 di questa Corte: la quale, quindi, non può che prendere atto della conclusione raggiunta dal rimettente circa l’’unica’ interpretazione compatibile con il tenore letterale della disposizione in questione” ([54]).

Con lo stesso significato possiamo infine ricordare il caso in cui l’eccezione di costituzionalità, sollevata dalla Cassazione, concerneva le disposizioni secondo cui gli effetti della notificazione a mezzo posta decorrono, anche per il notificante, dalla data di consegna del plico al destinatario, anziché dalla data della spedizione. La questione era stata dichiarata manifestamente inammissibile con ord. 322/2001 ([55]), non avendo il giudice assolto all’onere di dimostrare l’impossibilità di una lettura della disposizione tale da superare i dubbi di legittimità costituzionale. La Cassazione aveva nella sostanza ribadito la propria interpretazione sottolineando come l’inequivocabile lettera della legge non consentiva una lettura diversa della stessa e la Corte costituzionale, ad evitare un conflitto con il giudice di legittimità, ha qualificato la riproposizione dell’eccezione come “essenzialmente diversa, sia sotto l’aspetto normativo che argomentativo, da quella già proposta nel corso dello stesso giudizio”, anche se qualche dubbio in proposito si poteva fondatamente nutrire. ([56])

8. La manifesta inammissibilità per mancata sperimentazione dell’interpretazione conforme: i riflessi sul giudizio di non manifesta infondatezza e sulla riproponibilità della stessa questione nel medesimo giudizio.

Il secondo elemento di grande importanza è rappresentato da quella giurisprudenza, che può ormai ritenersi consolidata ([57]), attraverso la quale, stabilmente a partire dal 1998, la Corte chiede al giudice, pena la manifesta inammissibilità, di dare prova, nella motivazione, di aver ricercato e privilegiato le possibili ipotesi interpretative che consentano di adeguare la disposizione di legge ai parametri invocati a sostegno del dubbio di costituzionalità.

Un primo dato su cui riflettere, a proposito della predetta linea giurisprudenziale, concerne la coerenza e compatibilità della stessa con i tradizionali adempimenti, normativamente previsti, che si impongono al giudice per la proposizione di una questione di costituzionalità, nonché con i supposti limiti, così come finora intesi dalla dottrina e dalla giurisprudenza costituzionale, alla riproponibilità della eccezione da parte del medesimo giudice nell’ambito dello stesso giudizio.

Quanto al primo aspetto la legge richiede che il giudice disponga l’“immediata trasmissione” degli atti allorché ritenga la questione rilevante e non manifestamente infondata, attraverso un’ordinanza contenente semplicemente l’indicazione delle disposizioni della legge che si suppongono viziate e quelle della Costituzione che si assumono violate (art. 23 l. 87/1953), mentre “un’adeguata motivazione” è prevista espressamente per il provvedimento con cui il giudice intenda respingere l’eccezione di costituzionalità proposta da una delle parti (art. 24, stessa legge).

Da ciò se ne è derivato, com’è noto, che, ai fini delle condizioni necessarie al sollevamento della questione, sia sufficiente l’esistenza di un semplice dubbio e che l’esame del giudice deve essere a carattere meramente delibatorio, tale da escludere il rinvio solo quando il contrasto tra la legge e la Costituzione appaia a prima vista, assolutamente privo di fondamento.

La richiesta, a pena di manifesta inammissibilità, di un’adeguata motivazione in ordine all’aver sperimentato la possibilità di interpretazione conforme, pare reagire sui presupposti tradizionali ed in particolare su quello della non manifesta infondatezza ([58]), nel senso di trasformare quello che era un dubbio in una quasi certezza del contrasto della legge con i principi costituzionali ([59]).

Se è vero che, in pratica, l’attenzione dei giudici a quibus si è sempre maggiormente soffermata a spiegare le ragioni della non manifesta infondatezza (rispetto a quelle della rilevanza) - dando sovente l’impressione, proprio per l’impegno profuso e le espressioni impiegate, di aver raggiunto in proposito una certezza, anziché nutrire un mero dubbio - segna indubbiamente un salto di qualità il fatto che sia la Corte a richiedere quell’impegno nel motivare il merito della eccezione, e lo faccia a pena di inammissibilità, non sembrando di poter in ciò condividere quanti hanno invece ritenuto che la giurisprudenza in parola si inserisca armonicamente in quella, da tempo consolidata, di dichiarare la manifesta inammissibilità di questioni di costituzionalità, in quanto scarsamente o insufficientemente motivate o sollevate in maniera perplessa, contraddittoria ecc. ([60]).    

Per quanto concerne invece il secondo aspetto, è pure noto come le pronunce di inammissibilità (semplice o manifesta) da tempo non esercitano più, come invece in un primo momento sembrava assolutamente logico e conforme al sistema, efficacia preclusiva per l’autorità giudiziaria rimettente, dovendosi distinguere tra le pronunce di inammissibilità c.d. decisorie, che rilevano cioè un vizio fuori dalla portata riparatoria del giudice e quelle c.d. non decisorie, le quali, al contrario, sono pronunciate in ragione di una mancanza che può essere successivamente sanata dal giudice a quo.

L’effetto preclusivo, valido nel primo caso, non ha ovviamente ragione di essere nel secondo e quindi il giudice è legittimato, una volta eliminato il vizio, a sollevare nuovamente la medesima questione ([61]).

Nel nostro caso, dal momento che la Corte fonda la decisione di manifesta inammissibilità su un difetto di motivazione in ordine alla praticabilità di un’interpretazione conforme, dovremmo essere senz’altro nell’ambito delle pronunce a carattere non decisorio che dovrebbero quindi consentire, una volta provveduto alla integrazione della motivazione, la riproposizione della questione.

Ciò in concreto, come esattamente rilevato ([62]), diviene spesso difficile, in quanto la decisione processuale assume una portata “di merito”, allorché si esprime attraverso una sorta di autorizzazione al giudice a seguire un’interpretazione che questi aveva ritenuto essergli preclusa dal testo della legge o a suggerire una specifica lettura della medesima.

In tali casi è difficile pensare ad una riproposizione della eccezione di costituzionalità, non restando al giudice che adeguarsi alle indicazioni della Corte oppure porsi con essa in conflitto.

9. Segue: i riflessi sull’impiego delle interpretative di rigetto ed il “nuovo” utilizzo delle medesime (le interpretative manipolative”).

Un secondo, più importante, motivo di riflessione la giurisprudenza in discorso lo pone con riguardo alle ripercussioni che la stessa può avere nei riguardi dell’utilizzo, da parte della Corte costituzionale, delle decisioni interpretative di rigetto.

Ci si chiede cioè quale spazio possa residuare per questo tipo di pronuncia, dal momento che l’astratta possibilità di un’interpretazione adeguatrice dovrebbe sempre condurre, in base alla suddetta giurisprudenza, ad una pronuncia processuale di manifesta inammissibilità, rendendo quindi impossibile il rigetto, con riserva di interpretazione conforme ([63]).

Negli ultimi anni, se è vero che si è registrato un notevole calo quantitativo ([64]) di questo tipo di decisione – compensato in parte dal fenomeno delle c.d. interpretative “mascherate” ([65]) – è altrettanto vero che la presenza, pur ridotta, di interpretative di rigetto “nei sensi di cui in motivazione”, pone il problema di cercare una spiegazione a questa apparente schizofrenia ([66]) della Corte costituzionale.

L’esame congiunto e parallelo delle più recenti decisioni di manifesta inammissibilità ([67]) - attraverso le quali la Corte ha rimproverato al giudice di non aver ricercato un’interpretazione conforme o di non aver adeguatamente dimostrato di averlo fatto - con le interpretative di rigetto pronunciate nel medesimo periodo, mostra come la Corte è ricorsa al primo tipo di decisione in ipotesi che possono essere contenute in tre gruppi, ossia allorché: a) l’interpretazione conforme sia evidente e quindi a portata di mano del giudice, sulla base delle interpretazioni della stessa disposizione indubbiata fornite dalla giurisprudenza comune ([68]) o da quella costituzionale ([69]) o perché il “diritto vivente” denunciato non può ritenersi all’evidenza tale per la presenza di differenti linee interpretative presenti nella giurisprudenza ([70]); b) sia assente qualunque motivazione in ordine all’interpretazione seguita o all’esistenza di altre, diverse letture o la stessa sia assolutamente insufficiente ([71]); c) venga rilevato un palese difetto di tecnica interpretativa in senso stretto, vale a dire la mancanza di una lettura sistematica o solo più attenta del testo o l’aver trascurato di tener conto di altre disposizioni nella specie rilevanti ([72]).

Le pronunce interpretative invece sono impiegate soprattutto in due occasioni: 1) quando si tratta di superare un “diritto vivente” o avanzare ipotesi interpretative ad esso alternative ([73]); 2) allorché essa appare, nei riguardi del testo normativo, più “creativa” o più “ardita”, in quanto il significato indicato dalla Corte non discende affatto chiaramente dalla lettera del medesimo, quando addirittura non sembra porsi in contrasto con esso.

Dal raffronto se ne potrebbe quindi derivare che l’uso delle sentenze interpretative di rigetto sia ormai ridotto alle ipotesi sopra indicate, essendo in ogni altro caso il giudice a dover operare direttamente attraverso l’interpretazione conforme.

Con riguardo a questo “nuovo” utilizzo dello strumento delle interpretative di rigetto, nei paragrafi precedenti è già stato esaminato il tema dei rapporti tra l’interpretazione conforme ed il diritto vivente, mentre vorrei adesso svolgere alcune considerazioni in ordine alla seconda ipotesi sopra indicata, in cui la Corte sembra suggerire al giudice una interpretazione spesso poco conciliabile con la lettera della legge, anche in ipotesi in cui questo si sia espressamente pronunciato nel senso della impraticabilità di tale lettura, proprio in quanto non consentita dal tenore letterale della disposizione impugnata.

Si prenda ad esempio la sent. 394/2005, relativa alla questione di costituzionalità della mancata previsione della trascrizione del titolo che riconosce il diritto di abitazione del genitore affidatario della prole naturale, che non sia titolare di diritti reali o di godimento sull’immobile assegnato.

Il giudice a quo rilevava come le disposizioni censurate non consentivano una diversa interpretazione, in quanto “le norme sulla trascrizione, rispondendo all’interesse pubblico alla sicurezza dei traffici giuridici, sono da considerarsi di stretta interpretazione nella parte in cui indicano gli atti soggetti a trascrizione”.

La Corte afferma invece che allo scopo non è necessaria un’apposita previsione e che il principio che garantisce il minore attraverso la trascrizione del titolo che assegna al genitore affidatario il diritto di abitazione nella casa familiare “è ricavabile da un’interpretazione sistematica delle disposizioni a tutela della filiazione” ([74]).

Lo stesso può dirsi per la questione di costituzionalità relativa al divieto di detenzione di materiali esplodenti per quanti ammessi al servizio civile a seguito di obiezione di coscienza, anche quando detto materiale sia detenuto ad usi chiaramente non offensivi (ma per altri fini, nella specie estrazione di blocchi lapidei).

La questione veniva sollevata sulla base di un’interpretazione, ritenuta del tutto pacifica, dell’espressione “involucro contenente materie esplodenti”, condivisa, tra l’altro, dalla stessa parte privata interessata ([75]).

La Corte costituzionale risolve la questione rilevando come l’espressione di cui sopra, seguendo anche la supposta intenzione del legislatore, deve intendersi come riguardante i materiali esplodenti “in quanto predisposti per l’offesa alla persona” ([76]).

In altra decisione di pari data ([77]), la cosa appare ancora più evidente. L’eccezione di costituzionalità riguardava la disposizione che consente di concedere l’indennità di mansione ai centralinisti non vedenti occupati in base alle norme relative al collocamento obbligatorio. A fronte del testo normativo così formulato, il giudice ne derivava l’ovvia conseguenza che, avendo il legislatore fatto espresso riferimento alle assunzioni in base alle norme relative al collocamento obbligatorio, l’indennità non poteva riconoscersi ai centralinisti non vedenti assunti in via ordinaria.

La Corte risolve la questione attraverso “una ricostruzione sistematica della normativa in esame”, in base alla quale giunge alla conclusione che l’indennità in questione spetta a tutti i centralinisti non vedenti, indipendentemente dalla particolare modalità di accesso all’occupazione, derivandone che “non può ritenersi di ostacolo a questa interpretazione la formulazione testuale della disposizione impugnata, laddove fa espresso riferimento alla fonte costitutiva del collocamento obbligatorio”.

Di recente poi la Corte, dopo aver richiamato espressamente la propria giurisprudenza in tema di necessario esperimento da parte del giudice dell’interpretazione conforme, ha pronunciato una interpretativa di rigetto, rilevando come il giudice a quo, per giustificare l’impossibilità di tale interpretazione si fondasse esclusivamente “su dati letterali”, che la Corte interpreta invece in maniera diversa, superando così i dubbi di costituzionalità ([78]).   

L’uso delle pronunce interpretative di rigetto sopra indicato, allorché l’interpretazione conforme suggerita viene a forzare alquanto il dettato letterale ([79]), porta un elemento di “novità” al problema “antico” dell’efficacia di tali pronunce e si riconnette al problema più generale, anch’esso evidenziatosi negli ultimi anni nella giurisprudenza costituzionale, della efficacia di quelle decisioni – esattamente definite “sentenze-leggi” ([80]) – con cui la Corte, attraverso un dispositivo diverso da quello di illegittimità costituzionale, procede più che ad una interpretazione, ad una vera e propria riscrittura del testo della legge.

Si potrebbero in proposito citare, tra gli altri, i casi relativi alla indennità di maternità in caso di parto prematuro ([81]), quello già ricordato del disconoscimento di paternità in caso di inseminazione eterologa ([82]), quello del permesso di soggiorno a minori stranieri sottoposti a tutela ([83]), quelli in cui il giudice aveva espressamente escluso che il testo normativo consentisse l’interpretazione suggerita dalla Corte ([84]).

Con specifico riguardo all’uso “nuovo” delle sentenze interpretative di rigetto è stato sostenuto che la Corte opererebbe una sorta di “nomofilachia creativa” con riguardo alla normazione di rango primario, attraverso la sostituzione di una nuova scelta politica rispetto a quella operata dal legislatore con l’atto sottoposto a controllo ([85]).

10. Il problema “antico” della efficacia delle sentenze interpretative e le possibili soluzioni: conflitto tra poteri, efficacia erga omnes per atto normativo o in via giurisprudenziale, distinzione delle competenze. Critica.

La possibilità, da parte del Giudice costituzionale, di proporre un’interpretazione conforme delle disposizioni oggetto di una questione di costituzionalità – la quale, a mio avviso, ha ragione di essere assolutamente conservata – pone ancora, accanto agli aspetti di “novità” evidenziati nei paragrafi precedenti, il problema “antico” della efficacia delle decisioni interpretative nei riguardi dell’autorità giudiziaria ed impone quindi una riflessione conclusiva che, tenuto conto anche delle suddette “novità”, tenti di indicare le modalità ed i limiti attraverso i quali il raccordo tra Corte e giudici possa realizzarsi, nella maniera più efficace e però anche rispettosa dei principi del nostro ordinamento costituzionale e del modello di giustizia costituzionale.

Escluso, per ragioni abbastanza evidenti, che una soluzione possa essere individuata nello strumento del conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, cui pure in vario senso alcuni hanno fatto riferimento ([86]), credo pure che debba essere scartata l’ipotesi di attribuire, per dettato normativo, efficacia erga omnes alle sentenze interpretative di rigetto della Corte ([87]).

Con ciò si verrebbe in sostanza ad attribuire al Giudice costituzionale una sorta di potere di interpretazione autentica, simile a quello spettante al legislatore, del tutto estraneo al nostro sistema costituzionale ([88]).

In altri sistemi di giustizia costituzionale, vicini al nostro, dove l’obbligo per il giudice di sperimentare e seguire, quando possibile, l’interpretazione conforme è stabilito per legge e l’efficacia delle decisioni del Giudice costituzionale è pure normativamente fissata anche con riguardo alle motivazioni ([89]), queste vengono normalmente riferite all’interpretazione fornita dal Tribunale costituzionale delle disposizioni e dei principi costituzionali, ma non anche della legge alla luce della Costituzione ([90]).

A quest’ultimo proposito gioca invece un ruolo di decisiva importanza, per la soluzione pratica del problema, l’utilizzo, ove previsto e nei limiti consentiti, del ricorso individuale diretto nei confronti della sentenza del giudice che non accolga la lettura conforme indicata dal Tribunale costituzionale ([91]).

La ricordata esperienza della “vicenda Pezzella” dovrebbe inoltre far concludere nel senso della non percorribilità neppure della strada di una imposizione dell’interpretazione conforme per via giurisprudenziale, che potrebbe dar luogo ad una serie di non auspicabili e poco produttive botte e risposta tra la Corte e l’autorità giudiziaria, allorché quest’ultima ritenga di non poter seguire l’interpretazione indicata dalla prima.

E’ stata di recente avanzata la tesi per cui sarebbe opportuno distinguere con una certa nettezza, attraverso una sorta di actio finium regundorum, la posizione (quindi il ruolo ed i limiti) della Corte costituzionale rispetto a quella del giudice comune, in ordine all’attività di interpretazione conforme, dovendo gli stessi avere posizioni diversificate, anche in ragione della natura politico-giurisdizionale propria della prima e non del secondo. Il giudice dovrebbe svolgere il suo ruolo di interprete della legge, senza procedere ad una sorta di “fai da te” e, di fronte ad un significato normativo sospetto di incostituzionalità, abbandonare ogni via di risoluzione interpretativa per sollecitare l’accertamento della Corte costituzionale ([92]). Il porre entrambi sullo stesso piano rischierebbe di far perdere di vista la specificità che contrassegna la loro azione, nonché di “percorrere lentamente una strada che conduce verso il disfacimento della base legislativa dello stato di diritto ovvero verso la dissoluzione del diritto nella ‘casistica’” ([93]).

Neppure questa posizione può, a mio giudizio, essere seguita e ritenuta tale da dare una risposta efficace al nostro problema, sia in quanto i confini appaiono comunque assai sfumati e difficili quindi da far rispettare, sia soprattutto perché nei confronti dell’attività di interpretazione della legge alla luce della Costituzione non credo si possa (e si debba, alla luce dei principi costituzionali) differenziare la posizione del giudice comune rispetto a quella della Corte costituzionale, dovendo l’uno e l’altra procedere necessariamente all’interpretazione di entrambi gli atti normativi, pur se con le precisazioni che seguono e con l’ovvia riserva al Giudice costituzionale della possibilità di dichiarare incostituzionale una legge o una certa interpretazione della stessa.

11. La necessità di una collaborazione tra Corte e giudici nell’interpretazione conforme: criteri e limiti.

 La soluzione sembra allora doversi individuare nella realizzazione di una proficua opera di collaborazione tra la Corte costituzionale e l’autorità giudiziaria nell’attività di interpretazione della legge alla luce della Costituzione, che risulta del resto essere l’elemento cardine del nostro sistema di controllo di costituzionalità delle leggi, imperniato essenzialmente sulla nozione di pregiudizialità e quindi sulla via incidentale ([94]).

Se ciò risulta del tutto palese con riguardo al momento della investitura (la Corte dipende inevitabilmente dalla sensibilità e dall’attivismo dei giudici a quibus, non potendo autoinvestirsi delle questioni di costituzionalità), lo stesso vale anche per l’efficacia delle decisioni del Giudice costituzionale, spettando in larga misura all’autorità giudiziaria dar loro seguito e farne applicazione. Come esattamente rilevava Leopoldo Elia, nel periodo della “guerra tra le due Corti”, “se molti giudici rifiutassero in modo sistematico di sottostare ai vincoli interpretativi [fissati dalla Corte] potrebbero risultarne vanificati tutti i tipi di sentenza emanati dalla Corte” ([95]).

L’attività di collaborazione tra due soggetti in ordine ad una medesima funzione porta inevitabilmente a chiedersi quali debbono essere i criteri ed i limiti che si pongono all’attività di interpretazione conforme svolta da entrambi.

In proposito ritengo fuori dubbio come in ciò la Corte costituzionale ed i giudici vengano a collocarsi diversamente – i secondi impegnati sul piano applicativo e quindi più legati al caso concreto, la prima muovendosi su quello più generale della costituzionalità della legge – e come ciò possa, conseguentemente, almeno in parte, incidere  anche sui canoni interpretativi da utilizzare ([96]).

Altrettanto certo è che i due soggetti si trovano ad operare con una diversa autorevolezza ([97]).

Tutto ciò ammesso e premesso, deve però ritenersi che entrambi possano operare, nella loro attività interpretativa, con gli stessi poteri e gli stessi limiti, specie con riferimento ai vincoli derivanti dal testo normativo da interpretare, escludendo cioè che solo ad uno di essi (la Corte) spettino, attraverso le pronunce di rigetto interpretative, poteri “creativi” e “manipolativi”, non esercitabili invece da parte del giudice secondo le regole comuni dell’interpretazione.

Non pare infatti da seguire la tesi secondo cui in alcuni casi l’interpretazione della Corte (attraverso decisioni di rigetto) potrebbe atteggiarsi come interpretazione “correttiva”, preclusa al giudice comune in quanto di tipo manipolativo e che si possa sostenere che il dato testuale sia tale da precludere l’interpretazione adeguatrice del giudice, ma non quella della Corte costituzionale  ([98]).

12. Interpretazione conforme e pronuncia di incostituzionalità: l’importanza della forza persuasiva della motivazione e del corretto utilizzo delle interpretative di rigetto e di quelle di accoglimento.

Il riconoscimento in capo ai giudici comuni del potere di interpretazione conforme discende direttamente dalla natura normativa della Costituzione ed era stato a chiare lettere affermato esattamente cinquanta anno or sono dal presidente Azzariti nel discorso avanti ricordato ([99]) e ribadito espressamente nel pur già menzionato documento votato dall’ANM a Gardone ([100]) oltre quaranta anni fa.

Esigenze legate alle condizioni storico-politiche del momento, alla non ancora acquisita sensibilità costituzionale della magistratura, alla necessità di realizzare un determinato modello di giustizia costituzionale, hanno condotto, in una prima fase, a suggerire l’accentramento dell’attività di interpretazione conforme in capo alla Corte. Questa, a partire dagli anni Novanta del secolo scorso ed in conseguenza anche dell’evolversi di tali condizioni (eliminazione dell’arretrato, maturazione della magistratura ([101]), acquisizione di un preciso e consolidato ruolo della Corte nella forma di governo), ha ritenuto di sollecitare, con sempre maggiore insistenza, una presenza attiva dei giudici non solo nel momento propositivo, ma anche in quello risolutivo dei problemi di costituzionalità, attraverso l’utilizzo appunto dell’interpretazione conforme ([102]).

Da questo indirizzo giurisprudenziale, che credo debba essere valutato in maniera del tutto positiva,

è stata fatta discendere – specie in considerazione della ricordata giurisprudenza costituzionale in ordine al mancato esperimento, da parte del giudice, dell’interpretazione conforme – la conseguenza della necessaria scomparsa delle sentenze interpretative di rigetto ([103]).

Non credo possa ritenersi che tale strumento abbia ormai fatto il suo tempo, in quanto legato alla finalità, propria di un determinato periodo, di non creare un vuoto normativo, anche in considerazione della inerzia del legislatore ad intervenire tempestivamente a colmare il vuoto, dando attuazione ai principi costituzionali.

La scomparsa delle sentenze interpretative di rigetto o la loro riduzione al segnalato “nuovo” impiego delle medesime, correrebbe il fondato rischio di interrompere quel “legame virtuoso” ([104]) instaurato nei confronti dei giudici ed espresso principalmente attraverso la comune partecipazione al circuito interpretativo della legge alla luce della Costituzione ([105]).

L’uscita del Giudice costituzionale da quel circuito (rilasciato interamente ai giudici) rischierebbe così di spingere il pendolo della natura della Corte costituzionale decisamente verso l’area della politica rispetto a quella della giurisdizione e di porre la Corte in una situazione di isolamento simile in qualche misura, mutatis mutandis, a quella in cui la stessa si è posta nei riguardi dell’interpretazione del diritto comunitario attraverso la decisione, giustamente criticata dalla dottrina assolutamente prevalente, di ritenersi non legittimata a proporre questioni pregiudiziali alla Corte di Lussemburgo.

Lo strumentario di cui dispone la nostra Corte costituzionale, in larga misura da essa stessa creato per via giurisprudenziale, è, com’è noto, assai più ridotto rispetto a quello di cui godono altri Giudici costituzionali (si pensi alla dichiarazione di incompatibilità, alla dilazione degli effetti della pronuncia di incostituzionalità, al potere cautelare ed altro ancora) e ritengo che debba essere mantenuto nella sua pienezza, badando però ad utilizzare, a seconda dei casi e delle questioni che le vengono sottoposte, lo strumento giusto e più idoneo per il perseguimento delle finalità cui è ispirato il controllo sulle leggi: eliminazione di leggi incostituzionali e tutela dei diritti fondamentali costituzionalmente garantiti.  

Per la scelta dello strumento più idoneo la Corte, nello spirito di necessaria collaborazione con la magistratura, dovrebbe ritenersi tenuta a valutare, a seguito di valido ed accurato accertamento, le posizioni emerse in ordine alla interpretazione della legge impugnata e quindi dell’essersi o meno formato sulla stessa un diritto vivente.

Il ricorso alla interpretativa di rigetto (come in uno dei “nuovi” impieghi della stessa) allo scopo di superare un diritto vivente formatosi o comunque un’interpretazione largamente diffusa della legge, anche se ritenuta dalla Corte non unica possibile, appare pertanto da evitare, sembrando allo scopo preferibile l’impiego della sentenza interpretativa di accoglimento ([106]).

Le sentenze interpretative di rigetto paiono invece chiamate a svolgere un ruolo importante ed essenziale nel guidare ed indirizzare l’interpretazione conforme, allorché la questione di costituzionalità abbia ad oggetto una disposizione rispetto alla quale, per diverse ragioni, non risulta si sia formato alcun diritto vivente. La Corte ha infatti il potere-dovere di indicare l’interpretazione che essa ritiene costituzionalmente conforme, in modo da collaborare al formarsi e consolidarsi di un diritto vivente conforme a Costituzione.

Il successo dell’interpretazione conforme suggerita dalla Corte può nascere pertanto solo dalla capacità di consenso che questa riesce a guadagnarsi con argomentazioni razionali e persuasive e non sulla base della loro efficacia giuridica che attribuirebbe, come detto, alla Corte una sorta di potere di interpretazione autentica ([107]).

Qualora le sue argomentazioni non convincano i giudici e venga a concretarsi un diritto vivente contrastante con la Costituzione, alla Corte non resterà che utilizzare lo strumento della dichiarazione di incostituzionalità.

Nel caso in cui infine il testo normativo non consenta certe letture, pur se ritenute dal Giudice costituzionale costituzionalmente conformi e il risultato da questo proposto sia perseguibile solamente attraverso un intervento creativo e manipolativo nei riguardi del testo della legge oggetto del controllo, la Corte deve sempre utilizzare, anche a garanzia del principio di certezza del diritto ([108]), lo strumento della dichiarazione di incostituzionalità e non quello della sentenza interpretativa di rigetto ([109]).


 

(*) Relazione presentata al Convegno “La giustizia costituzionale fra memoria e prospettive (a cinquant’anni dalla pubblicazione della prima sentenza della Corte costituzionale), Roma 14 e 15 giugno 2006.

[1] In proposito mi limito a rinviare ai recenti interventi di GUASTINI, L’interpretazione dei documenti normativi, Milano, 2004 e Teoria e ideologia dell’interpretazione costituzionale, in Giur. cost., 2006, 743 ss.; G.U. RESCIGNO, Interpretazione costituzionale e positivismo giuridico, in AZZARITI (cur.), Interpretazione costituzionale, Torino, 2007, 17 ss., il quale, richiamando la tesi di Guastini secondo cui “l’interpretazione costituzionale non presenta alcuna specificità rispetto all’interpretazione di qualunque altro documento giuridico” (corsivi dell’A.), ritiene la stessa “sconcertante”; MODUGNO, Interpretazione per valori e interpretazione costituzionale e PACE, Interpretazione costituzionale e interpretazione per valori, entrambi in AZZARITI (cur.), Interpretazione costituzionale cit., rispettivamente, 51 ss. e 83 ss.

[2] Per alcuni recenti riferimenti a tale problematica v. LUCIANI, Interpretazione costituzionale e testo della Costituzione. Osservazioni liminari, in Interpretazione costituzionale cit., 41 ss., 48, il quale, nel sottolineare il limite derivante dal testo per qualsiasi attività interpretativa, rileva come per l’interprete della Costituzione il testo di riferimento reclama una maggiore stabilità interpretativa di quella richiesta dalla legge e sollecita un più robusto ancoraggio alla voluntas dell’autore storico; MODUGNO, Interpretazione per valori cit., 58 ss.; BIN, L’applicazione diretta della Costituzione, le sentenze interpretative, l’interpretazione conforme a Costituzione della legge, relazione al Convegno nazionale dell’AIC su La circolazione dei modelli e delle tecniche del giudizio di costituzionalità in Europa (Roma 27-28 ottobre 2006), i cui atti sono in corso di pubblicazione, secondo cui il principio di soggezione del giudice alla legge comporta che comunque esso non può falsificare il testo e la lettera della legge senza provocare un’invasione del campo di competenza del potere legislativo.

[3] Si vedano le affermazioni dell’allora presidente della Corte CHIEPPA (La giustizia costituzionale nel 2002, in Giur. cost., 2003, 3169 ss., 3180), secondo cui “anche i giudici, costituzionali e comuni, risultano a pieno titolo coinvolti, sia pure entro confini determinati, in una sorta di processo allargato di produzione legislativa, in quanto titolari di attribuzioni direttamente derivanti dalla Costituzione. E lo stesso processo costituzionale finisce per configurarsi (…) come sede, in concreto, di formazione e di elaborazione del ‘miglior diritto possibile’”.

[4] L’applicazione nel nostro sistema della c.d. interpretazione conforme è stata da tempo sottolineata come importante elemento di acquisizione al nostro modello di giustizia costituzionale di caratteri propri di quello diffuso, cfr., tra gli altri, PIZZORUSSO, I sistemi di giustizia costituzionale: dai modelli alla prassi, in Quaderni cost., 1982,  527, secondo cui la sempre maggior importanza attribuita al carattere interpretativo delle pronunce rende meno rilevante la differenza di maggior rilievo che consente tuttora di contrapporre i sistemi europei a quello americano e che deriva dalla efficacia erga omnes delle decisioni di accoglimento; CAPPELLETTI, Questioni nuove (e vecchie) sulla giustizia costituzionale, in Giudizio “a quo” e promovimento del processo costituzionale, Milano, 1990, 34; ARAGON REYES, L’interpretazione del Tribunal constitucional della Costituzione e delle leggi e la sua forza vincolante , in Riv. dir. cost., 2007.

[5] Titolo del quale porta la responsabilità l’amico Paolo Carnevale.

[6] Il giudice nazionale viene infatti invitato dalla Corte di Lussemburgo (ed anche, in alcuni casi, dalla Corte costituzionale) a procedere ad una interpretazione della legge nazionale conforme al diritto comunitario, prima di procedere alla disapplicazione della prima per contrasto con il secondo. Una lettura quindi che tenda a “salvare” la legge dalla disapplicazione.

Il riferimento, nella giurisprudenza comunitaria, alla necessità di un’interpretazione conforme risale al 1984 (sent. 10 aprile 1984, Von Colon e Kamann, causa C-14/83), affermazione poi ribadita più puntualmente nel 1988 (sent.  4 febbraio 1988, Murphy, causa C-157/86). Più recentemente è stato affermato che l’“esigenza di un’interpretazione conforme del diritto nazionale è inerente al sistema del Trattato, in quanto permette al giudice nazionale di assicurare, nel contesto delle sue competenze, la piena efficacia delle norme comunitarie quando risolve la controversia ad esso sottoposta” (sent. 5 ottobre 2004, Pfeiffer, cause riunite da C-397/01 a C-403/01) e che “l’obbligo di interpretazione conforme è uno degli ‘effetti strutturali’ della norma comunitaria che consente, assieme allo strumento più invasivo dell’efficacia diretta, l’adeguamento del diritto interno ai contenuti ed agli obiettivi dell’ordinamento comunitario (conclusioni presentate il 30 giugno 2005 dall’avv. gen. Tizzano sul caso Mangold, causa C-144/04).

Spesso i “suggerimenti” della Corte di giustizia si presentano sotto una forma simile a quella delle sentenze interpretative di rigetto della nostra Corte costituzionale, altre volte sotto quella che potrebbe invece accostarsi alle nostre sentenze additive o sostitutive.

Trattandosi di suggerimenti relativi in sostanza all’interpretazione da dare, da parte giudice, al diritto nazionale più che a quello comunitario, ci potremmo chiedere quale grado di vincolatività essi posso avere per i giudici nazionali.

In proposito v. la ricerca svolta da GIOVANNETTI, Integrazione comunitaria e funzione giurisdizionale, tesi di dottorato, Dottorato di Giustizia costituzionale e diritti fondamentali, XIII ciclo, Pisa, 2006.           

[7] Secondo la felice espressione di MEZZANOTTE (La Corte costituzionale: esperienze e prospettive, in Attualità e attuazione della Costituzione, Bari, 1979, 160) “ai giudici la legge, alla Corte costituzionale la Costituzione”.

Il presidente De Nicola, nel discorso pronunciato in occasione della prima seduta pubblica della Corte il 23 aprile 1956, osservò, tra l’altro, che “nel solo compito in cui la Corte è legata all’autorità giudiziaria [il giudizio sulle leggi in via incidentale] l’una e l’altra devono mirare, con unità di intenti e di azioni, allo stesso scopo: la Corte, vestale della Costituzione; la magistratura, vestale della legge” (Giur. cost., 1956, 168-169).

Cfr. pure, con riguardo all’analoga tematica nel sistema di giustizia costituzionale spagnolo, ARAGON REYES, L’interpretazione cit., il quale ricorda l’importante decisione del Tribunal constitucional n. 50 del 1984, dove è stato affermato esplicitamente che i principi di unità dell’ordinamento e di superiorità della Costituzione non consentono di distinguere tra “piano della costituzionalità” e “piano della semplice legalità” come se fossero “mondi distinti e incomunicabili” , dovendo la giurisdizione ordinaria, nella propria attività interpretativa, tener conto della Costituzione e il Giudice costituzionale dell’applicazione della legge fatta dai giudici comuni.

[8] Corte cost. 2 luglio 1956, n. 8, Giur. cost., 1956, 602.

[9] Corte cost. 26 gennaio 1957, n. 1, Giur. cost., 1957, 1, che ha dichiarato infondata la questione di costituzionalità dell’art. 4 l. 645/1952, sulla base di una lettura di tale disposizione nel senso che l’apologia del fascismo, per assumere carattere di reato, “deve consistere non in una difesa elogiativa, ma in una esaltazione tale da potere condurre alla riorganizzazione del partito fascista”.

[10] Corte cost. 22 ottobre 1996, n. 356, Giur. cost., 1996, 3096, secondo cui “le leggi non si dichiarano costituzionalmente illegittime perché è possibile darne interpretazioni incostituzionali (e qualche giudice ritenga di darne), ma perché è impossibile darne interpretazioni costituzionali”. L’affermazione sarà poi ripetuta per moltissime volte nella giurisprudenza costituzionale successiva, come chiaro segnale della evoluzione giurisprudenziale a favore dell’interpretazione conforme da parte dei giudici.

[11] AZZARITI, Discorso nella seduta inaugurale del secondo anno di attività della Corte, in Giur. cost., 1957, 878 ss., 884-885, il quale proseguiva sul punto, sostenendo che “è difficile però che ciò avvenga in pratica, perché l’autorità delle interpretazioni adottate con sentenza della Corte costituzionale è di per sé notevole. Inoltre nell’adottare un’interpretazione piuttosto che un’altra la Corte non opera arbitrariamente, ma pure affermando in via di principio la sua autonomia di giudizio, suole tener conto della interpretazione che alla norma abbiano data i giudici ordinari e amministrativi e soprattutto la Corte di cassazione, che è l’organo supremo dell’ordine giudiziario. Non è quindi verosimile che vi siano giudici i quali vogliano discostarsi da una corrente giurisprudenziale che abbia conferito valore positivo ad una disposizione legislativa in senso compatibile con le norme costituzionali, e preferiscano accogliere una interpretazione che sia contrastante con la Costituzione, specialmente dopo che una sentenza della Corte costituzionale abbia chiarito che, solo se intesa in quel determinato senso, quella disposizione legislativa sfugge alla dichiarazione di illegittimità costituzionale. Rimarrebbe sempre del resto alla Corte – come questa ha espressamente dichiarato – la possibilità di riprendere in esame la questione di costituzionalità della norma, qualora un mutato indirizzo giurisprudenziale desse alla norma stessa una interpretazione non conforme ai precetti della Costituzione”.

[12] Così accadde ad esempio proprio con riferimento all’interpretazione dell’art. 2 t.u.l.p.s., cui si riferisce la prima sentenza interpretativa di rigetto di cui ho parlato, rispetto alla quale si segnalarono diversi casi di “disobbedienza”, sui quali intese richiamare l’attenzione MORTATI (Effetti pratici delle sentenze interpretative della Corte costituzionale, in Giur. cost., 1959, 552).

[13] ESPOSITO, Nota senza titolo, in Giur. cost., 1957, 73, Compatibilità delle disposizioni di legge con la Costituzione e interpretazione della legge, ivi, 1958, 569 e Autorità delle decisioni di rigetto della Corte nei giudizi a quo, ivi, 1961, 1216 ss.

[14] PIERANDREI, Corte costituzionale, voce dell’Enc. dir., Milano, 1962, X, 987-988.

[15] Cfr., nel primo senso, SANDULLI, Atto legislativo, statuizione legislativa e giudizio di legittimità costituzionale, in Riv. trim. dir. proc. civ., 1961, 12 ss. e, nel secondo, CRISAFULLI, Questioni in tema di interpretazione della Corte costituzionale nei rapporti con l’interpretazione giudiziaria, Giur. cost., 1956, 939, La Corte costituzionale tra magistratura e parlamento, in Scritti giuridici in memoria di Calamandrei, Padova, 1958, IV, 289 ss. e Ancora delle sentenze interpretative di rigetto della Corte costituzionale, in Giur. cost., 1965, 96 ss.

Per una ricostruzione delle varie posizioni espresse in dottrina sull’argomento v., di recente, PUGIOTTO, Le metamorfosi delle sentenze interpretative di rigetto, in Corr. Giur., 2004, 985 ss; RUOTOLO, L’interpretazione conforme a Costituzione nella più recente giurisprudenza costituzionale. Una lettura alla luce di alcuni risalenti contributi apparsi nella rivista “Giurisprudenza costituzionale”, in PACE (cur.) Corte costituzionale e processo costituzionale nell’esperienza della rivista “Giurisprudenza costituzionale” per il cinquantesimo anniversario, Milano, 2006, § 5; SORRENTI, Corte costituzionale, giudici e interpretazione ovvero … l’insostenibile leggerezza della legge, in RUGGERI (cur.), La ridefinizione della forma di governo attraverso la giurisprudenza costituzionale, Napoli, 2006, 468 ss..

[16] La tesi è quella elaborata da  ELIA, Sentenze “interpretative” di norme costituzionali e vincolo dei giudici, in Giur. cost., 1966, 1715 ss. e successivamente condivisa dalla dottrina assolutamente maggioritaria.

[17] Così LAVAGNA, Considerazioni sulla inesistenza di questioni di legittimità costituzionale e sulla interpretazione adeguatrice (1959), ora in Ricerche sul sistema normativo, Milano, 1984, 604.

[18] In tal senso PACE, I limiti dell’interpretazione adeguatrice, in Giur. cost., 1963, 1066 ss., il quale rileva come, mentre le leggi hanno efficacia erga omnes, ciò non può dirsi per le sentenze di rigetto, per cui fintanto che non si potrà riconoscere effetto vincolante alle sentenze interpretative, il giudice, nel dubbio, dovrà sollevare questione di costituzionalità. Secondo Pace il potere di interpretazione conforme spetta allo stesso modo al giudice comune ed alla Corte costituzionale, ma non al fine di adeguare la legge alla Costituzione, bensì a quello di rilevarne la compatibilità e mentre il ruolo del primo si arresta a ciò, quello della seconda prosegue, ma non a scopo interpretativo, ma di espellere la norma incostituzionale dall’ordinamento.

Nel senso che il criterio dell’interpretazione conforme deve essere applicato diversamente dal giudice e dalla Corte, ma giungendo poi alla stessa conclusione circa l’obbligo del primo di rimettere alla seconda una questione di costituzionalità, allorché la disposizione consenta la possibilità di una lettura supposta incostituzionale, v. GROTTANELLI DE’ SANTI, Manifesta infondatezza e interpretazione adeguatrice, ibid., 417 ss.        

[19] In tal senso PIZZETTI, ZAGREBELSKY, “Non manifesta infondatezza” e “rilevanza” nella instaurazione incidentale del giudizio sulle leggi, Milano, 1972, 94-96.

[20] Questo il testo completo dell'ordine del giorno approvato a conclusione dei lavori del congresso di Gardone: "Il congresso afferma che il problema dell'indirizzo politico nell'ambito della funzione giurisdizionale non si pone, ovviamente, in termini di indirizzo politico contingente, che spetta alle forze politiche, titolari della funzione legislativa ed esecutiva, bensì in termini di tutela dell'indirizzo politico-costituzionale, in quanto la Costituzione ha codificato determinate scelte politiche fondamentali, imponendole a tutti i poteri dello Stato, ivi compreso quello giudiziario e attribuendo a quest'ultimo, oltre che al Capo dello Stato e alla Corte costituzionale, il compito di garantirne il rispetto; sottolinea che la retta consapevolezza di questi principi da parte del giudice è necessaria ai fini di una sempre più completa attuazione della Costituzione; afferma che spetta pertanto al giudice, in posizione di imparzialità e indipendenza nei confronti di ogni organizzazione politica e di ogni centro di potere: 1) applicare direttamente le norme della Costituzione, quando ciò sia tecnicamente possibile in relazione al fatto concreto controverso; 2) rinviare all'esame della Corte costituzionale, anche d'ufficio, le leggi che non si prestino ad essere ricondotte, nel momento interpretativo, al dettato costituzionale; 3) interpretare tutte le leggi in conformità ai principi contenuti nella Costituzione, che rappresentano i nuovi principi fondamentali dell'ordinamento giuridico statale. Si dichiara decisamente contrario alla concezione che pretende di ridurre l'interpretazione ad un'attività puramente formalistica indifferente al contenuto ed all'incidenza concreta della norma nella vita del paese. Il giudice, all'opposto, deve essere consapevole della portata politico-costituzionale della propria funzione di garanzia, così da assicurare, pur negli invalicabili confini della sua subordinazione alla legge, una applicazione della norma conforme alle finalità fondamentali volute dalla Costituzione".

[21] In tal senso CARLASSARE, Perplessità che ritornano sulle sentenze interpretative di rigetto, in Giur. cost., 2001, 186 ss.

[22] CRISAFULLI, Ancora delle sentenze interpretative di rigetto cit., 91

[23] CRISAFULLI, Ancora delle sentenze cit., 98, il quale rileva come in una simile situazione si presenta inevitabile il dilemma “o il giudice a quo è vincolato dall’interpretazione assunta dalla sentenza costituzionale a giustificazione e fondamento del dispositivo di non fondatezza della questione oppure  bisognerebbe dimostrare che, stranamente, la Corte non abbia il potere di interpretare (e reinterpretare) la legge, all’atto di giudicarne sotto il profilo della conformità-disformità rispetto a norme costituzionali”.

[24] Così ONIDA, La Corte e i diritti. Tutela dei diritti fondamentali e accesso alla giustizia costituzionale, in CARLASSARE (cur.), Il diritto costituzionale a duecento anni dall’istituzione della prima cattedra in Europa, Padova, 1998, 187.

[25] Corte cost. 24 luglio 1996, n. 303, Giur. cost., 1996, 2503, con nota di LAMARQUE, L’eccezione non prevista rende incostituzionale la regola (ovvero, il giudice minorile è soggetto alla legge, ma la legge è derogabile nell’interesse del minore).

[26] Cfr. COSENTINO, “Adoptio natura imitatur”: il divario di età nella adozione legittimante, in Foro it., 1997, I, 55, il quale evidenzia il rischio di un sistematico aggiramento della prescrizione contenuta nella l. 184/1983, di un graduale elevamento, nei fatti, dell’età per adottare un minore e dell’instaurarsi di una prassi degenerativa, volta ad affermare impercettibilmente l’eccezione in regola (e la regola in casualità e arbitrio).

[27] Corte cost. 5 febbraio 1998, n. 11, Giur. cost., 1998, 53. Nella specie, sulla domanda di ammissione al servizio civile non era intervenuta la risposta in quanto il richiedente era stato nel frattempo congedato per motivi di ordine fisico. L'assenza della risposta (ormai impossibile) rendeva (assurdamente) applicabile al soggetto la sanzione penale ivi prevista. La Corte riconosce che tale situazione sarebbe senz'altro incostituzionale, ma nega che sia riconducibile alla disposizione censurata e chiede pertanto al giudice di individuare altrove la soluzione giuridica del problema, in modo comunque da evitare le conseguenze derivanti dall'applicazione della disposizione impugnata.

[28] Corte cost. 26 settembre 1998, n. 347,Giur. cost., 1998, 2647, con nota di LAMARQUE.

Nella specie il marito il quale, dopo aver dato il proprio assenso alla inseminazione artificiale della moglie con seme di terzi (c. d. inseminazione eterologa) aveva richiesto il disconoscimento di paternità del figlio nato dall'inseminazione artificiale, richiamandosi all'art. 235 cod. civ. In base a tale disposizione è infatti prevista la possibilità di disconoscimento da parte di chi dimostri il proprio stato di impotenza nel periodo compreso fra il trecentesimo ed il centottantesimo giorno prima della nascita (situazione nella quale il marito rientrava).

Il giudice a quo chiedeva alla Corte di dichiarare incostituzionale l'art. 335 cod. civ., nella parte in cui tale previsione era applicabile anche all'ipotesi del figlio nato da inseminazione artificiale eterologa.

[29] Corte cost. 22 giugno 1998, n. 232, Giur. cost., 1998, 1799, con nota di SANTORIELLO e Corte cost. 18 luglio 1998, n. 292, ibid., 2242.

[30] Si esprime in tal senso, con riguardo alla prima (sent. Alagni) LAMARQUE, Le sezioni unite penali della Cassazione “si adeguano” … all’interpretazione adeguatrice della Corte costituzionale, in Giur. cost., 1999, 1412 ss., la quale ricollega le affermazioni contenute in tale pronuncia alla crisi della funzione nomofillatica della cassazione, derivante sia dalla crisi del concetto stesso di nomofilachia, sia dalla incapacità della Cassazione di assolvere a questo compito, per cui questa avrebbe inteso avvalersi del prestigio della Corte costituzionale per riconoscere maggior valore alle proprie decisioni.

[31] VASSALLI, La giustizia costituzionale nel 1999, in Giur. cost., 2000, 1225 ss.

[32] CARLASSARE, Perplessità che ritornano cit., 186 ss.

Per l’affermazione secondo cui , paradossalmente, parrebbe esserci maggiormente bisogno di una Corte di cassazione che non di una Corte costituzionale, v. BIANCHI-MALFATTI, L’accesso in via incidentale, in ANZON, CARETTI, GRASSI (cur.), Prospettive di accesso alla giustizia costituzionale, Torino, 2000, 78.

[33] Per un confronto fra le due pronunce della Cassazione richiamate nel testo, v. pure DOLSO, Le interpretative di rigetto tra Corte costituzionale e Corte di cassazione, in Giur. cost., 2004, 3021 ss.; CAMPANELLI, Incontri e scontri tra Corte suprema e Corte costituzionale in Italia e in Spagna, Torino, 2005, 283 ss.

La “vicenda Pezzella” si chiude con la sent. 22 luglio 2005, n. 299 (Giur. cost., 2005, 2930, con note di DOLSO e GASTALDO, commentata da SANTORIELLO, in Giust. pen., 2005, I, 306, da LACCHI, in Giur. it., 2005, 2344, da LEO, in Guida al dir., 2005, fasc. 31, 59, da DE FALCO, in Dir. e giustizia, 2005, fasc. 32, 50 e da ROMBOLI, in Foro it., 2006, I, 3323), con cui la Corte costituzionale rileva di aver, per quanto possibile, tentato di salvare la disposizione impugnata da una pronuncia demolitoria di incostituzionalità attraverso un’interpretazione “adeguatrice” della stessa, ritenuta possibile e precisamente indicata nelle precedenti decisioni, “anche al fine di evitare il formarsi di lacune nel sistema, particolarmente critiche quando la disciplina censurata riguarda la libertà personale”. Preso atto che le sezioni unite hanno ritenuto di non poter seguire l’interpretazione suggerita dalla Corte costituzionale e indicata come l’unica costituzionalmente possibile, dando così vita ad un “diritto vivente” contrastante con i principi costituzionali, per la Corte non è rimasto altro che la dichiarazione di incostituzionalità del diritto vivente così formatosi.

In dottrina sulla vicenda v. pure, tra gli altri,  SPANGHER, Custodia cautelare: la cassazione “sfida” la Consulta, in Giur. cost., 2003, 1138; BIENTINESI, Un nuovo conflitto sugli effetti delle sentenze interpretative di rigetto, in Giornale dir. amm., 2004, 1203; BRUNO, Divergenze interpretative tra le sezioni unite e la Corte costituzionale in tema di custodia cautelare, in Cass. pen., 2004, 2718; ROMEO, Magis amica veritas: la cassazione ignora i diktat della Consulta, ivi, 2004, 2715; PUGLISI, La durata massima delle misure cautelari nel dialogo tra Corte costituzionale e Corte di cassazione, in Giur. cost., 2004, 707; DOLSO, Le interpretative di rigetto cit., 3021; PUGIOTTO, Le metamorfosi delle sentenze interpretative di rigetto cit., 985; MARCENO’, Le ordinanze di manifesta inammissibilità per “insufficiente sforzo interpretativo”: una tecnica che può coesistere con le decisioni manipolative (di norme) e con la dottrina del diritto vivente?, in Giur. cost., 2005, 785; SORRENTI, “… la sventurata rispose” (ovvero: interpretazione plausibile versus interpretazione verfassungskonforme della legge nella sent. 23016/2004 della Corte di cassazione, sez. unite penali), in Scritti dei dottorandi in onore di Alessandro Pizzorusso, Torino, 2005, 365 ss. e L’interpretazione conforme a Costituzione, Milano, 2006; CAMPANELLI, Incontri e scontri tra Corte suprema e Corte costituzionale cit., 290 ss.; RUOTOLO, L’interpretazione conforme a Costituzione nella più recente giurisprudenza costituzionale cit..

[34] In proposito v., per tutti, PUGIOTTO, Sindacato di costituzionalità e “diritto vivente”. Genesi, uso, implicazioni, Milano, 1994.

[35] Così ONIDA, Il problema dell'interpretazione nei rapporti tra il giudizio costituzionale ed i giudizi ordinari, in Riforme della Costituzione e cultura giuridica, a cura di Pizzorusso, Pisa, 1998, 17 ss.

In senso contrario si è invece espresso PUGIOTTO (La problematica del "diritto vivente" nella giurisprudenza costituzionale del 1994: uso e matrici, in Foro it., 1995, I, 474-475) secondo cui il rischio suddetto sarebbe insussistente, stante la libertà di interpretazione riconosciuta dalla Costituzione ad ogni giudice ed il carattere necessariamente "diffuso" del diritto vivente

[36] In tal senso anche GROPPI, Verso una giustizia costituzionale “mite”? Recenti tendenze dei rapporti tra Corte costituzionale e giudici comuni, in Pol. dir., 2002, 228 ss.

[37] Così ANZON, Il giudice a quo e la Corte costituzionale tra dottrina dell’interpretazione conforme a Costituzione e dottrina del diritto vivente, in Giur. cost., 1998, 1082 ss.

[38] Si vedano in tal senso le osservazioni di DOLSO, Prognosi sul futuro delle interpretative di rigetto, in Giur. cost., 2005, 2935, il quale osserva come spesso manca una vera ricognizione per lo meno esplicita, da parte della Corte, della sussistenza di orientamenti consolidati e SORRENTI, Corte costituzionale, giudici e interpretazione cit., 491-92, la quale rileva come  la Corte goda di ampia discrezionalità nel qualificare in termini di diritto applicato determinati indirizzi interpretativi e come tale spazio di manovra si tramuti talvolta in vero e proprio arbitrio, riportando in proposito una serie di significativi esempi.

[39] Cfr., ad esempio, Corte cost. 28 maggio 1999, n. 196 (Giur. cost., 1999, 1846) la quale non ha accolto l’interpretazione della disposizione impugnata seguita  dalla Corte di cassazione ed ha offerto invece una diversa interpretazione tale da salvare la disposizione dalla dichiarazione di incostituzionalità, attraverso una pronuncia interpretativa di rigetto.

Per altri esempi in tal senso v. pure le decisioni ricordate da DOLSO, Prognosi sul futuro cit., 2934 ss. e da SORRENTI, L’interpretazione conforme a Costituzione cit., 244 ss.

[40] Così Corte cost, ord. 1° luglio 2005, n. 252, Giur. cost., 2005, 2354; analogamente anche Corte cost., ord. 30 gennaio 2002, n. 3, ivi, 2002, 29.

In dottrina v. sul punto le osservazioni di CARDONE, Ancora sulla dichiarazione di manifesta inammissibilità per difetto di interpretazione adeguatrice a quo, in Giur. cost., 2005, 35 ss.; AGRO’, Note storiche sui rapporti tra l’interpretazione del giudice comune e quella della Corte costituzionale, ivi, 2004, 3343 ss.; DOLSO, Prognosi sul futuro cit., 2935 ss.; MARCENO’, Le ordinanze di manifesta inammissibilità cit., 785 ss.; RUOTOLO, L’interpretazione conforme a Costituzione cit.,

[41] Così MARCENO’, Le ordinanze di manifesta inammissibilità cit., 785 ss.; SORRENTI, Corte costituzionale, giudici e interpretazione cit., 489, la quale parla in proposito di “inutile calvario”.  

[42] In tal senso, tra gli altri, ANZON, Il giudice a quo e la Corte costituzionale cit., 1082 ss.; GAMBINI, Un’ipotesi di conflitto fra Corte e giudice sull’esistenza del diritto vivente, in Giur. cost., 2000, 195 ss.; PUGIOTTO, Le metamorfosi delle sentenze interpretative cit., 985 ss.; LIPARI, Valori costituzionali e procedimento interpretativo, in NAVARRETTA, PERTICI (cur.), Il dialogo tra le Corti. Principi e modelli di argomentazione, Pisa, 2004, 56; MARCENO’, Le ordinanze di manifesta inammissibilità cit., 785 ss.

[43] In ordine ai rapporti tra la Corte di cassazione e la Corte costituzionale ed alla loro evoluzione nell’ordinamento italiano, v. CAMPANELLI, Incontri e scontri tra Corte suprema e Corte costituzionale cit., 157 ss.

[44] Per tali osservazioni v. pure CARDONE, Funzione di nomofilachia della Cassazione e pronunce della Corte costituzionale, in Giur. cost., 2001, 2889 ss.; SORRENTI, L’interpretazione conforme a Costituzione cit., 236.

[45] Corte cost., ord. 19 ottobre 2001, n. 338, Giur. cost., 2001, 2884, con nota di CARDONE, Funzione di nomofilachia della Cassazione e pronunce della Corte costituzionale.

Da sottolineare come la Corte si premuri di precisare che le proprie considerazioni venivano fatte “indipendentemente da ogni considerazione in merito al risultato cui la richiesta interpretazione sistematica, Costituzione inclusa, potrebbe condurre”.

[46] Corte cost., ord. 27 settembre 2001, n. 332, Giur. cost., 2001, 2821, con nota di SPANGHER.

[47] Corte cost., ord. 25 ottobre 2005, n. 399, Giur. cost., 2005, 3923.

[48] Corte cost., ord. 9 maggio 2003, n. 158, Giur. cost., 2003, 1292

[49] Cfr. Corte cost. 13 giugno 2000, n. 189, Giur. cost., 2000, 1625

[50] Cass. 29 gennaio 2002, n. 1100, Foro it., 2002, I, 683.

[51] Cass. 12 giugno 2002, n. 8369, Foro it., 2002, I,  2318.

[52] Corte cost., ord. 3 maggio 2002, n. 149, Giur. cost., 2002, 1278

[53] Allorché la questione di costituzionalità abbia ad oggetto la norma quale risultante dal punto di diritto affermato dalla Cassazione nella sentenza di rinvio, la Corte costituzionale, in ragione del carattere vincolante dell’interpretazione per il giudice del rinvio, esamina nel merito la questione anche in presenza di differenti linee interpretative ed anche se quelle a favore di un’interpretazione conforme erano prevalenti (v. la recentissima Corte cost. 16 marzo 2007, n. 78, G.U., 1° s.s., 21 marzo 2007, n. 12).

La SORRENTI (Corte costituzionale, giudici e interpretazione cit., 489) parla in proposito di “paradosso”, rilevando come la giurisprudenza costituzionale sull’obbligo di sperimentare l’interpretazione conforme può obbligare il giudice a “simulare” di condividere l’interpretazione avanzata dalla Cassazione in sede di rinvio, pena incappare nella dichiarazione di inammissibilità per mancata adesione soggettiva all’interpretazione censurata.

Per l’affermazione secondo cui, di fronte alle sentenze interpretative di rigetto, il giudice a quo si troverebbe nella stessa posizione del giudice di rinvio in ordine al punto di diritto fissato dalla Cassazione, v. CRISAFULLI, Ancora delle sentenze interpretative di rigetto cit., 102.  

[54] Corte cost. 22 novembre 2002, n. 470, Giur. cost., 2002, 3941, la quale, riferendosi alla propria precedente sentenza interpretativa di rigetto (17 giugno 1999, n. 242, ivi, 1999, 2146) rileva “che il rinvio alle considerazioni esposte da questa Corte a sostegno della interpretazione proposta non giustifica una dichiarazione di incostituzionalità della norma impugnata: la circostanza che in quella sentenza non sia in alcun modo argomentata l’incostituzionalità dell’interpretazione opposta a quella proposta, rivela con evidenza come questa Corte si sia limitata a prospettare la possibilità di una diversa interpretazione che, nel quadro di quanto allora dedotto dal rimettente, sarebbe stata idonea a fugare i dubbi di costituzionalità sollevati. Dal che la conclusione che, ‘dinanzi a una scelta interpretativa suscettibile di determinare un contrasto tra la norma censurata e la Costituzione, l’interprete deve ricercarne una diversa che eviti il supposto conflitto; e nel caso di specie l’opzione interpretativa del rimettente non era l’unica plausibile”.

[55] Corte cost., ord. 27 luglio 2001, n. 322, Giur. cost., 2001, 2592.

[56] Corte cost. 26 novembre 2002, n. 477, Giur. cost., 2002, 3980. Su di essa v. le osservazioni di D’ALOIA, TORRETTA, Sentenze interpretative di rigetto, “seguito” giudiziario, certezza e stabilità del diritto “conforme a Costituzione”, in BIN, BRUNELLI, PUGIOTTO, VERONESI (cur.), “Effettività” e “seguito” delle tecniche decisorie della Corte costituzionale, Napoli, 2006, 33-34.

[57] Nel solo periodo 2005-marzo 2007 le ordinanze di manifesta inammissibilità per mancata dimostrazione di aver sperimentato l’interpretazione conforme sono ben trentacinque (74, 89, 115, 130, 245, 250, 252, 306, 361, 381, 399, 419, 427, 452/2005; 34, 35, 57, 64, 94, 125, 187, 193, 209, 244, 272, 280, 299, 324 (che per rilevare il medesimo vizio adotta invece il dispositivo di inammissibilità semplice e la forma della sentenza)/2006; 32, 43, 47, 50, 68, 85, 108/2007. Per il periodo immediatamente precedente v. ROMBOLI, Il giudizio di costituzionalità delle leggi in via incidentale, in Aggiornamenti in tema di processo costituzionale (2002-2004), Torino, 2005, 110.

[58] Nel senso che la praticabilità dell’interpretazione conforme incide sulla rilevanza ed è per questo ritenuta condizione di ammissibilità il fatto di averla effettivamente esperita, v. AMOROSO, L’interpretazione “adeguatrice” nella giurisprudenza costituzionale tra canone ermeneutico e tecnica di sindacato di costituzionalità, in Foro it., 1998, V, 91. In ordine alla incidenza della giurisprudenza costituzionale in esame sul requisito della rilevanza, v. pure SORRENTI, Corte costituzionale, giudici e interpretazione cit., 482.

Secondo RUOTOLO (L’interpretazione conforme a Costituzione cit., nota 81) il tentativo di interpretazione conforme, nella logica della Corte, sembrerebbe preliminare e condizionante la stessa valutazione circa la rilevanza e la non manifesta infondatezza della questione.

[59] Analogamente v. PUGIOTTO, Le metamorfosi delle sentenze interpretative cit., 988; SORRENTI, Corte costituzionale, giudici e interpretazione cit., 480 ss.; G.U. RESCIGNO, Interpretazione costituzionale cit., 21, secondo cui, attraverso questa giurisprudenza, la Corte “stravolge il meccanismo come configurato nella legge costituzionale, la quale prevede che il giudice abbia l’obbligo di sollevare la questione non quando è convinto della incostituzionalità della norma, ma quando dubita della sua costituzionalità (ed anzi, a mio parere, quando ritiene ragionevole il dubbio espresso dalla parte che ha sollevato la questione)”.

In proposito si veda quanto già osservava MEZZANOTTE (Il problema della fungibilità tra eccezione di incostituzionalità e ricorso diretto alla Corte costituzionale, in Giust. e Cost., 1991, 79), secondo cui l’irrompere della tecnica della interpretazione adeguatrice ha segnato il definitivo crollo della nozione di non manifesta infondatezza.

[60] Così BIN, L’applicazione diretta della Costituzione cit.

Le dichiarazioni di manifesta inammissibilità per difetto di motivazione si riferiscono nel novanta per cento dei casi alla condizione della rilevanza e quasi mai fanno riferimento ad un difetto di motivazione in ordine al merito della questione di costituzionalità.

[61] Cfr. MALFATTI, PANIZZA, ROMBOLI, Giustizia costituzionale, Torino, 2003, 130-131.

[62] MARCENO’, Le ordinanze di manifesta inammissibilità per “insufficiente sforzo interpretativo” cit., 798 ss.

[63] Per tali considerazioni v., tra gli altri, GAMBINI, Un’ipotesi di conflitto fra Corte e giudice cit., 195 ss.; MARCENO’, Le ordinanze di manifesta inammissibilità cit., 804 ss., secondo la quale la Corte costituzionale, in coerenza con la giurisprudenza in discorso, dovrebbe non fare più sentenze interpretative di rigetto, né di principio, ma pronunciare solamente la manifesta inammissibilità per mancato esperimento dell’interpretazione conforme o sentenze interpretative di accoglimento in presenza di un diritto vivente.

[64]  A fronte di centodiciannove sentenze interpretative di rigetto pronunciate nel periodo 1993-1999, nei sette anni successivi (2000-2006) le medesime si sono ridotte a trentacinque. Nei primi tre mesi del 2007 non ne è stata pronunciata alcuna.

[65] In proposito v. le osservazioni di ELIA, Modeste proposte di segnaletica giurisprudenziale, in Giur. cost., 2002, 3688 ss. e CELOTTO, Il (pericoloso) consolidarsi delle “ordinanze interpretative”, ivi, 2003, 1462-64.

[66] In tal senso di esprime SORRENTI, L’interpretazione conforme a Costituzione cit., 232.

[67] Per un puntuale esame della giurisprudenza costituzionale in ordine all’interpretazione conforme nel periodo 2000-2005, v. RUOTOLO, L’interpretazione conforme a Costituzione cit.

[68] Corte cost. 74, 115, 130, 306, 419/2005; 209, 324/2006; 68/2007.

[69] Corte cost. 245/2005; 34, 94, 280/2006.

[70] Corte cost. 64, 187, 272, 299/2006; 32, 85/2007.

[71] Corte cost. 89/2005; 35, 125, 193/2006; 43, 47, 50/2007.

[72] Corte cost. 250, 361, 381, 399, 427, 452/2005; 57, 244/2006; 108/2007. 

[73] Corte cost. 410, 460 e 480/2005.

[74] Corte cost. 21 ottobre 2005, n. 394, Giur. cost., 2005, 3892, con nota di SICARI.

[75] Cfr. Tar Piemonte, ord. 3 settembre 2005, G.U., 1° s.s., 16 novembre 2005, n. 46.

[76] Corte cost. 7 aprile 2006, n. 141, Giur. cost., 2006, 1319

[77] Corte cost. 7 aprile 2006, n. 140, Giur. cost., 2006, 1314

[78] Corte cost. 27 ottobre 2006, n. 343, G.U., 1° s.s., 2 novembre 2006, ediz. str.

[79] Si vedano in proposito le osservazioni di GUAZZAROTTI, Fin dove arriva l’interpretazione correttiva della Corte costituzionale?, in Quaderni cost., 2002, 814-816

[80] Così CARLASSARE, Perplessità che ritornano cit., 191.

[81] Corte cost. 16 maggio 2002, n. 197 e 28 novembre 2002 n. 495, in Giur. cost., 2002, 1570 e 4074, con nota di FRONTONI.

[82] Corte cost. 26 settembre 1998, n. 347, in Giur. cost., 1998, 2632

[83] Corte cost. 5 giugno 2003, n. 198, in Giur. cost., 2003, 1520, la quale ha dichiarato infondata, nei sensi di cui in motivazione,  la questione di legittimità costituzionale dell’art. 32, 1° comma, d. lgs. 25 luglio 1998 n. 286, nella parte in cui non prevedrebbe che, al compimento della maggiore età, il permesso di soggiorno possa essere rilasciato anche nei confronti dei minori stranieri sottoposti a tutela, ai sensi degli art. 343 ss. cod.civ.

Il giudice a quo - pur rilevando che in alcuni casi altre autorità giudiziarie avevano ritenuto la disposizione impugnata applicabile anche nei confronti dei minori stranieri sottoposti a tutela e che tale risultato si impone alla luce del principio costituzionale di eguaglianza - aveva però considerato impossibile seguire una simile interpretazione, in quanto contraria al tenore letterale della disposizione ed ai canoni ermeneutici stabiliti dall’art. 12 delle preleggi, dal momento che la disposizione impugnata si riferisce esplicitamente ai minori stranieri dati in affidamento.

La Corte costituzionale osserva come l’interpretazione letterale dell’art. 32, 1° comma. d. lgs. 286/98 porrebbe lo stesso in sicuro contrasto con i valori personalistici che caratterizzano la nostra Costituzione e suggerisce pertanto un’integrazione della disposizione in via analogica, sulla base della comparazione fra i presupposti e le caratteristiche del rapporto di tutela del minore e del rapporto di affidamento, concludendo, su questa base, che l’art. 32, 1° comma, d. lgs. 286/98, va riferito anche ai  minori stranieri sottoposti a tutela, ai sensi del titolo X del libro primo del codice civile.

[84]  Cfr., ad esempio, Corte cost., ord. 25 maggio 2004, n. 153, in Giur. cost., 2004, 1579.

Assai opportunamente è stata da alcuni (PERINI, L’interpretazione della legge alla luce della Costituzione fra Corte costituzionale ed autorità giudiziaria, in MALFATTI, ROMBOLI, ROSSI (cur.), Il giudizio sulle leggi e la sua “diffusione”, Torino, 2002, 38 ss.) richiamata in proposito la posizione assunta, con giurisprudenza costante, dalla Corte in tema di conflitto di attribuzione tra poteri o tra enti, allorché parte formale o sostanziale (come nel secondo caso) sia l’autorità giudiziaria.

Il Giudice costituzionale ha infatti più volte sottolineato come al giudice non sia consentito in alcun caso di procedere alla disapplicazione della legge, dovendo egli, in caso di sospetta incostituzionalità della stessa, limitarsi a proporre l’eccezione di costituzionalità e come non spetti, d’altra parte, alla Corte di sindacare i vizi di interpretazione della legge in cui sia incorso il giudice, dovendosi questi farsi valere solamente nell’ambito del sistema delle impugnazioni. La stessa dottrina ha altresì ricordato quella giurisprudenza costituzionale che ha, in varie occasioni, ritenuto “plausibile” la posizione del giudice di non poter accedere alla interpretazione conforme allorché la lettera della legge non renda la stessa percorribile (v., a titolo di esempio, Corte cost. 9 giugno 2000, n. 184, in Giur. cost., 2000, 1602).

[85] M. ESPOSITO, “In penetrabilis pontificum repositum erat”: brevi considerazioni sulla parabola discendente del diritto scritto, in Giur. cost., 2004, spec. 3018 ss., il quale rileva come, così facendo, la Corte costituzionale fuoriesce dal sistema costituzionale, in quanto essa trae la sua legittimazione dalla funzione di garanzia con metodo giurisdizionale e non le è quindi consentito di indicare, a proprio giudizio, i contenuti da essa “creati”, anche in contrasto con la lettera della legge, in quanto conformi a Costituzione; in tal modo vengono vulnerate le dinamiche della responsabilità politica e viene a porsi un problema di deficit democratico, a detrimento del principio di certezza del diritto e di quello di eguaglianza.

[86] Cfr. ELIA, Sentenze “interpretative” di norme costituzionali cit., 1717;  RUGGERI, SPADARO, Lineamenti di giustizia costituzionale, 3° ediz., Torino, 2004, 137, i quali ritengono comunque insuperabili, per tale ipotesi, i dubbi sulla praticabilità teorica di un conflitto di attribuzione tra poteri che veda la Corte “parte passiva”; DOLSO, Prognosi sul futuro delle interpretative di rigetto cit., 2932, secondo cui “la via del conflitto, per quanto sovente accarezzata dalla dottrina, oltre ad apparire problematica di per sé ed assai improbabile di fatto, potrebbe anche suonare come sovradimensionata rispetto al problema sul tappeto”.

[87] Sul punto v. la polemica che vide contrapposti Giuseppe Branca, favorevole al riconoscimento di un’efficacia legale alle decisioni interpretative e Giuliano Amato, contrario a tale innovazione (Pol. del dir., 1971, 31 ss., 277 ss. e 655 ss.). Più di recente v. BIANCHI-MALFATTI, L’accesso in via incidentale cit., 75 ss.

[88] In tal senso si esprimono pure SILVESTRI, Legge (controllo di costituzionalità), in Dig. Disc. Pubbl., Torino, 1994, IX, 31 ss., secondo cui l’unico atto idoneo ad imporre ai giudici un certo significato di una disposizione normativa è la legge di interpretazione autentica; PUGIOTTO, Le metamorfosi delle sentenze cit., 988.

[89] Intendo riferirmi in particolare alla esperienza spagnola ed a quella tedesca.

Per quanto concerne la prima, la legge organica per il potere giudiziario, prevede che il giudice, prima di sollevare la questione di costituzionalità, deve verificare anche se il dubbio di costituzionalità non possa essere superato attribuendo alla disposizione legislativa un significato conforme ai principi costituzionali (art. 5, 3° comma), mentre il 1° comma della stessa disposizione, stabilisce che i giudici debbono interpretare leggi e regolamenti secondo i principi costituzionali “conformemente all’interpretazione degli stessi quale risulta dalle pronunce rese dalla Corte costituzionale in qualsiasi tipo di processo”. In proposito v., di recente, ARAGON REYES, L’interpretazione del Tribunal constitucional della Costituzione e delle leggi e la sua forza vincolante cit.

Anche in Germania la legge del 1970, recependo quanto già risultante dalla giurisprudenza costituzionale, ha previsto esplicitamente l’obbligo, per i giudici, di interpretazione conforme. In proposito v., di recente, SCHEFOLD, L’interpretazione conforme alla Costituzione, in La circolazione dei modelli e delle tecniche del giudizio di costituzionalità in Europa cit. e STARCK, Creazione giudiziale del diritto rispetto alla formulazione del dispositivo (tenorierung) e all’efficacia delle sentenze sul controllo di costituzionalità delle norme, ivi.

[90] Con riguardo alla Spagna, ARAGON REYES (op. ult. cit.) ricorda come le interpretazioni della legge da parte del Tribunal constitucional non possono ritenersi vincolanti per i giudici, i quali possono certamente seguire un’interpretazione diversa se la ritengono ugualmente conforme alla Costituzione. Ciò tranne in due casi: quando il TC (ed avviene assai raramente) afferma che quella indicata è l’unica interpretazione costituzionalmente corretta e quando il TC opera attraverso una pronuncia interpretativa di accoglimento.

In Germania l’impiego, da parte del Tribunale costituzionale, della formula “nell’interpretazione che risulta dai motivi” rende vincolante l’interpretazione conforme suggerita con effetto erga omnes, anche se il Tribunale, nell’indicare l’interpretazione conforme deve attenersi ai seguenti principi: a) se la legge ha un significato univoco, ad essa non può essere attribuito un significato opposto; b) il contenuto normativo della disposizione da interpretare non può essere determinato in maniera del tutto nuova; c) le finalità del legislatore non possono essere travisate in un punto essenziale delle medesime  (STARCK, op. ult. cit.).

[91] Rileva SCHEFOLD (op. ult. cit.) che la giurisprudenza in Germania è oscillante circa il riconoscimento dell’efficacia vincolante alle sentenze con cui il Tribunale costituzionale indica l’interpretazione conforme, ma che il problema è da ritenere più teorico che reale, in considerazione dell’esistenza del ricorso diretto del cittadino che può impugnare le sentenze che non si adeguino all’interpretazione suggerita dal Tribunale costituzionale.

[92] SORRENTI, L’interpretazione conforme a Costituzione cit., 131 ss.

[93] SORRENTI, Corte costituzionale, giudici e interpretazione cit., 494-496.

[94] L’unica ipotesi di ricorso diretto, quello dello Stato nei confronti delle leggi regionali e della regione avverso leggi statali o di altre regioni, è stata infatti, com’è noto, impiegata quasi esclusivamente per far valere il rispetto del riparto di competenze legislative fissato dalla Costituzione.

Cfr. in proposito, CARROZZA, ROMBOLI, ROSSI, I limiti all’accesso al giudizio sulle leggi e le prospettive per il loro superamento, in ROMBOLI (cur.), L’accesso alla giustizia costituzionale: caratteri, limiti, prospettive di un modello, Napoli, 2006, 679 ss., spec. 688 ss.

[95] ELIA, Sentenze “interpretative” di norme costituzionali cit., 1721, il quale sottolinea come ciò non sarebbe superato neppure se la Corte si astenesse dall’emettere sentenze interpretative di rigetto e moltiplicasse quelle di accoglimento.

[96] Si vedano le osservazioni sul punto di G.U. RESCIGNO, Interpretazione costituzionale cit., 21 ss. e di BIN, L’applicazione diretta della Costituzione cit.

[97] In proposito v. PIERANDREI, Corte costituzionale cit., 987, secondo cui la Corte esercita una funzione di “magistero costituzionale (o di didattica costituzionale)”, nel senso che a questa è riservata l’”interpretazione finale” della Costituzione e, nel giudizio di costituzionalità, anche l’interpretazione delle leggi per l’aspetto che si riferisce al rapporto con la Costituzione. Anche ELIA, Sentenze “interpretative” cit., 1723, parla di “interpretazione finale” della Costituzione che sarebbe riservata alla Corte costituzionale.

Secondo MEZZANOTTE (Il problema della fungibilità cit., 79) l’attività di interpretazione della Costituzione raggiunge il livello più alto di plausibilità ed oggettività quando proviene dal Giudice costituzionale.

Si veda altresì MODUGNO, Interpretazione per valori cit., 59-60, secondo cui la Corte ricopre, tra gli interpreti, un ruolo specialissimo e la sua giurisprudenza rappresenta il diritto costituzionale vigente ed effettivo; mentre PACE, Interpretazione costituzionale cit., 109 ss., nega che alla Corte possa riconoscersi un proprio “metodo interpretativo” ed il potere di definire il modo con il quale le norme debbono essere applicate alle fattispecie concrete.

In ordine al problema della divisione funzionale del lavoro tra la giurisdizione comune ed il Tribunale costituzionale federale tedesco, v. HABERLE, La Verfassungsbeschwerde nel sistema della giustizia costituzionale tedesca, Milano, 2000, 63, il quale osserva che “mentre i giudici sono chiamati ad interpretare la normativa ordinaria sulla base della loro esperienza pratica e della loro prossimità al caso da giudicare, il tribunale costituzionale federale ha il compito di far valere il diritto costituzionale materiale, anche nei suoi riflessi sulla normativa ordinaria”.

[98] Così AMOROSO, L’interpretazione “adeguatrice” nella giurisprudenza costituzionale cit., 102, secondo cui “la Corte, collocata al livello superiore delle tecniche di sindacato di costituzionalità, non si limita ad orientare la scelta tra le interpretazioni plausibili, ma transita attraverso il bilanciamento di valori, la comparazione di situazioni, la restituzione di ragionevolezza al sistema e, operando una valutazione di merito della costituzionalità della disposizione censurata, ricostruisce un significato normativo che assicuri la legittimità della disposizione”.

Cfr. pure SORRENTI, Corte costituzionale, giudici e interpretazione cit., 477, la quale accoglie la distinzione tra “interpretazione conforme” e “interpretazione adeguatrice”, sulla base della quale la seconda starebbe ad indicare un’operazione di “integrale riconversione della ratio delle disposizioni legislative impugnate”, rientrante nella disponibilità della sola Corte costituzionale.

In senso analogo anche Cass., ord. 11 giugno 2003, Tega, Foro it., Rep. 2003, voce Intercettazione di conversazioni, n. 19, la quale, a proposito di una interpretazione della Corte, ritenuta dal giudice di legittimità “più integratrice che adeguatrice”, ritiene la stessa “lodevolmente intesa a bilanciare valori costituzionali parimenti imprescindibili nelle moderne società democratiche” e che essa competa “più che all’autorità giudiziaria al Giudice delle leggi, attraverso lo strumento vincolante delle sentenze interpretative di rigetto”.

[99] Cfr., retro, testo e nota 11.

[100] Cfr., retro, testo e nota 20.

[101] Cfr. PACE, La garanzia dei diritti fondamentali nell'ordinamento costituzionale italiano: il ruolo del legislatore e dei giudici "comuni", in Nuove dimensioni nei diritti di libertà, Padova, 1990, 124, secondo cui "ormai non esiste più - dal punto di vista della sensibilità al diritto costituzionale - un giudice "buono" (la Corte costituzionale) e tanti giudici "cattivi" (i giudici "comuni"). Quanto più i valori costituzionali penetrano nella cultura individuale dei giudici, tanto più la tutela dei diritti costituzionali diventa diffusa a qualsiasi livello della giurisdizione".

[102] Per un giudizio positivo in ordine all’inserimento dei giudici comuni nella decisione della questione di costituzionalità, operato attraverso l’interpretazione conforme, v. CAPPELLETTI, Questioni nuove (e vecchie) cit., 34, secondo cui ciò fa da pendant allo sviluppo, ancor più accentuato, che la sent. 170/1984 della Corte ha esteso a tutti i giudici con il controllo della legittimità “comunitaria” del diritto nazionale.

[103] Sul futuro dello strumento delle sentenze interpretative di rigetto v. le osservazioni di DOLSO, Prognosi sul futuro delle interpretative di rigetto cit., 2930 ss. e di MARCENO’, Le ordinanze di manifesta inammissibilità cit., 785 ss.

[104] L’espressione è di DOGLIANI, Relazione, in PIZZORUSSO, ROMBOLI, ROSSI, Il contributo della giurisprudenza costituzionale alla determinazione della forma di governo italiana, a cura di Panizza, Torino, 1997, 306.

[105] ONIDA (La Corte e i diritti cit., 186) ha parlato di una “sorta di duplice funzione nomofilattica”, della Corte costituzionale e della Corte di cassazione.

[106] In ordine all’uso “alternativo” degli strumenti della sentenza interpretativa di rigetto e di quelle di accoglimento, v. le interessanti osservazioni di RUOTOLO, L’interpretazione conforme a Costituzione cit.,

Sul rapporto tra i due tipi di pronuncia v., tra gli altri, CARLASSARE, Perplessità che ritornano cit., 186 ss.; PIZZORUSSO, Principali fattori evolutivi del sistema delle fonti del diritto italiano, in NAVARRETTA, PERTICI (cur.), Il dialogo tra le Corti cit., 22; SORRENTI, Corte costituzionale, giudici e interpretazione cit., 468 ss.; PANZERA, Sentenze “normative” della Corte costituzionale e forma di governo, in RUGGERI (cur.), La ridefinizione della forma di governo cit., 506 ss.

La Corte costituzionale ha in questi giorni dichiarato l’illegittimità costituzionale di un’interpretazione, pur in presenza di una diversa lettura della stessa disposizione conforme a Costituzione – suffragata da una sentenza delle sezioni unite, successiva all’ordinanza di rinvio – in quanto espressa come punto di diritto, quindi vincolante per il giudice di rinvio rimettente. Nel dispositivo, la Corte ha precisato che l’incostituzionalità delle disposizioni impugnate veniva dichiarata “ove interpretate nel senso ….” (sent. 16 marzo 2007, n. 78, G.U., 1° s.s., 21 marzo 2007, n. 12).

[107] Affermando la propria contrarietà al riconoscimento di efficacia erga omnes alle motivazioni delle pronunce del Tribunale costituzionale, HABERLE (La Verfassungsbeschwerde cit., 72) sostiene, in aderenza alla concezione processuale e dinamica della Costituzione accolta, che “se l’efficacia obbligatoria si estendesse anche alla motivazione, il ‘colloquio giuridico’ verrebbe impedito, gli altri giudici perderebbero il coraggio di avanzare interpretazioni diverse e la forza innovativa di eventuali opinioni dissenzienti verrebbe bloccata. La società aperta degli interpreti della Costituzione diverrebbe, almeno in parte, una società ‘chiusa’”.

[108] Sottolineano l’importanza che assume in proposito l’esigenza di tutelare il principio di certezza del diritto ANZON, Il giudice a quo e la Corte costituzionale cit., 1082 ss.; D’ALOIA, TORRETTA, Sentenze interpretative di rigetto cit., 42 ss.; RUOTOLO, L’interpretazione conforme a Costituzione cit.

[109] Si vedano in proposito PUGIOTTO, Le metamorfosi delle sentenze cit., 988 ss., il quale rileva come il Giudice costituzionale sia stretto tra due poli: consenso e responsabilità, nel senso che qualora non ottenga, in via collaborativa, il consenso dell’autorità giudiziaria, la Corte dovrà assumersi la responsabilità di una dichiarazione di incostituzionalità. In senso analogo concludono pure AGRO’, Note storiche sui rapporti tra l’interpretazione del giudice comune cit., 3341 ss.; SCHEFOLD, L’interpretazione conforme cit.

(06 giugno 2007)