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Che ruolo debbono svolgere i costituzionalisti oggi in Italia?

Una proposta per il futuro dell'Associazione

di Stefano Sicardi
(p. o. di Diritto costituzionale nell'Università di Torino)

Mi permetto di sottoporre alcune mie brevi considerazioni su questioni sulle quali rifletto da tempo e che mi paiono di crescente importanza comune.

Da alcuni anni ormai ho maturato la convinzione che i costituzionalisti italiani, nel corso dell'ultimo decennio (ed io per primo mi metto tra gli inadempienti), abbiano vistosamente perso l'occasione di svolgere un'importantissima funzione che, in loro assenza, è stata assunta da altri. Per una serie di motivi - alcuni dei quali peraltro ben comprensibili (la preoccupazione di fronte a certe allarmanti tendenze istituzionali, il timore di trasformazioni avventate o di segno molto equivoco) - i costituzionalisti italiani, nel corso degli anni '90, di fronte ai dibattiti sulle trasformazioni costituzionali ed istituzionali, hanno assunto (peraltro, di regola, in sedi strettamente specialistiche) o un atteggiamento puramente e duramente difensivo della Costituzione vigente o, in certi casi, di distacco un po' sprezzante rispetto a dibattiti reputati 'volgari' e semplicistici. Il risultato è stato un duplice effetto. In primo luogo di mimetismo: i costituzionalisti noti come tali all'opinione pubblica non sono costituzionalisti: basti pensare a Sartori, Pasquino, Mario Segni, Miglio, Rodotà (e l'elenco potrebbe continuare); i costituzionalisti comunque noti all'opinione pubblica lo sono stati anzitutto e soprattutto in quanto politici (basti citare Amato, Elia e Manzella). Altri, insomma, hanno fatto il mestiere dei costituzionalisti, come lo volevano e lo sapevano fare. Il secondo effetto è stato quello del misoneismo: dire sempre no alle 'sciagurate' innovazioni significa essere iscritti in blocco al 'mondo di ieri' e riuscire sempre meno ad incidere sul mondo di oggi e di domani (ciò che invece dovrebbe essere uno degli specifici compiti dei costituzionalisti; anzi, andrebbe usata la parola 'dovere').

Insomma, oggi, i costituzionalisti, in quanto corporazione, nel senso migliore del termine, hanno la visibilità tutt'al più dei grecisti o dei glottologi; nulla a che vedere rispetto ai sociologi, agli economisti, ai politologi, ecc. E' ovvio che queste considerazioni non hanno a che vedere con meschinità accademiche o ventate di orgoglio disciplinare; le formulo poiché ritengo che nel nostro ambito di materia ci siano capacità e potenzialità che meritano ben altra attenzione e visibilità delle riviste specialistiche, dei convegni di categoria o di qualche isolatissima puntata mediatica, subito dimenticata.

Mi chiedo allora se proprio l'Associazione dei Costituzionalisti non possa farsi promotrice di una inversione di tendenza (sempre che ovviamente queste mie considerazioni non siano frutto di un pensiero del tutto isolato), al fine di proiettare nella discussione pubblica, ad un livello ovviamente non semplicistico, ma il più possibile articolato, fruibile però non solo dagli specialisti o dagli addetti ai lavori e quindi destinato anche ad incidere sulla società civile, una serie di approfondimenti sui temi via via centrali del dibattito costituzionale ed istituzionale (il sito internet, lodevolmente aperto ed opportunamente pubblicizzato, ma ovviamente non solo esso, potrebbe costituire uno dei punti di partenza), in una prospettiva specificamente progettuale e servente per chi sui temi ricordati deve produrre decisioni, ma anche per chi intende chiarirsi meglio le idee.

Mi rendo conto di almeno alcune delle obiezioni che potrebbero immediatamente essere mosse a questa proposta: oltre all'indubbia quantità e qualità di lavoro occorrente per immaginare un 'salto' di questo genere, ben si potrebbe far rilevare come l'Associazione non sia che il contenitore di molti singoli studiosi e quindi la sommatoria di tante e diverse impostazioni che non possono essere indebitamente compresse. Replicherei però chiedendomi se - ovviamente al di fuori di posizioni anche indirettamente correlate agli schieramenti politico-partitici - all'Associazione non resti ancora un grande spazio, quello della 'politica del diritto' nel senso più alto del termine, quello del discorso spassionato sulla 'progettazione istituzionale e legislativa' nei suoi vari aspetti, e soprattutto nelle sue compatibilità e nelle sue ricadute, tanto spesso sottovalutate, ignorate o trascurate per interesse o difetto di conoscenza. Insomma, sarei pronto a scommettere che l'Associazione possa darsi una dimensione di intervento pubblico (sottolineo: pubblico) contando (anche se non è facile delimitarlo) su quel 'minimo comune denominatore disciplinare' che, nonostante tutto, io credo esista. Proprio questo 'specifico disciplinare' (che ben può esprimersi anche con un ventaglio di posizioni, assunte però consapevolmente nella veste di membri dell'Associazione e non di consulenti di questo o di quello) io credo manchi sulla scena pubblica italiana e mi chiedo se non sia davvero il caso di mobilitarsi affinché sia finalmente presente. Basti pensare, nell'immediato, a due temi spinosissimi, ricchi di implicazioni non certo solo politiche ma anche tecniche (queste ultime suscettibili di retroagire sulle prime in termini a prima vista inimmaginabili), e su cui moltissimi hanno interesse (per dolo o colpa) a proporre argomenti, dati ed eventuali esempi stranieri solo per ragioni di corto respiro: mi riferisco alla devolution (che non perde di attualità, ma semmai viene ad inserirsi in un quadro diverso dal passato, a seguito dell'esito del recente referendum costituzionale) e alla separazione delle carriere dei magistrati. Più che mai sarebbe indispensabile che l'Associazione in quanto tale e non solo in convegni noti ai partecipanti o poco più potesse far sentire la sua (ovviamente anche pluralistica) voce, in incontri finalizzati all'esame di concrete possibili prospettazioni del problema discusso (magari con la tecnica della simulazione di più soluzioni/opzioni alternative) e con la specifica indicazione delle prevedibili correlative implicazioni e ricadute.

Si tratta, ovviamente, solo di due esempi sui quali l'Associazione potrebbe proporsi di dare il meglio del suo specifico disciplinare. Quel che più conta è, a mio parere, interrogarsi sulla funzione attuale dei costituzionalisti: essi devono mettersi davvero nelle condizioni di 'fare cultura', di 'fare opinione' verso il pubblico e verso le istituzioni o è invece inevitabile che restino rinchiusi nel loro recinto di specialisti poco o nulla noti all'esterno?

 

 


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