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In ricordo di Giovanni Grottanelli de’ Santi

È facile ma – ad un tempo – denso di complessità ricordare Giovanni Grottanelli de’ Santi, per chi gli è stato vicino in quanto parte della medesima Università e per chi, invece, dopo gli anni di studio ha conservato il legame da altre sedi. È facile per l’evidenza di una specificità della sua figura, per la diversità del suo approccio alle tematiche scientifiche rispetto alla coeva cultura giuridica, per l’originalità dei temi, per quel “pensare comparato” che segna i suoi scritti e il suo insegnamento e che si riverberava nel suo discorrere.

Questi tratti del suo percorso scientifico, che pescava in una forma unica di rapportarsi a cose e persone, portano naturalmente chi lo ha conosciuto a dire, quasi di getto, che la sua figura – che si staglia sullo sfondo di una lunga vita – viene sentita come davvero particolare e unica, quasi separata (abgesondert) dal resto del suo mondo e dal modo di pensare comune. In ciò profondamente “senese”, città così bella e così “lontana” eppure così godibile fin da quando appare in lontananza, alta sulla sua collina, nobile nelle sue torri.

Ciò detto, non è invece per nulla semplice dettagliare il perché di questo primo giudizio, dettato dall’affetto che Giovanni era capace di destare e di conservare. Ci sarà modo di comprenderne le radici, metodologiche e sostanziali, e di scandagliare come i suoi legami con il modo anglosassone abbiano determinato il suo pensiero e forgiato la sua specificità, espressa fin dai primissimi studi, degli anni Cinquanta, tutti dedicati all’ordinamento statunitense (ad es. Lo studio del diritto internazionale in America e il contributo critico del McDougal, in Studi Senesi, 1953; Rassegna di giurisprudenza della Corte Suprema degli Stati Uniti in materia di diritto di riunione, in Giurisprudenza costituzionale, 1958; La delimitazione dei poteri federali e statuali e la giurisprudenza della Corte Suprema degli Stati Uniti, in Rivista trimestrale di diritto pubblico, 1958; Nota bibliografica sul controllo giurisdizionale del processo di formazione della legge, in Rassegna parlamentare, 1959; Note sul sindacato giurisdizionale degli atti del Parlamento nei paesi anglosassoni, in Rivista trimestrale di diritto pubblico, 1959).

Non è facile – si diceva. Ma si avrà modo di farlo.

Basti qui oggi mettere in luce come, dopo la laurea a Siena, il Certificat de Hautes Etudes Européens al Collège d’Europe e il Master of laws alla Yale Law School, e a seguito dei suoi primi importanti studi sul diritto costituzionale italiano sulla scia di grandi maestri, in primis di Mario Bracci – di cui fu assistente di studio durante la prima Corte Costituzionale – molto del suo percorso scientifico si è alimentato di soggiorni americani e presso le università di Oxford e Cambridge, generatori di legami amicali di non comune ampiezza e profondità, come quelli con Anthony Bradley, Danis Galligan, Basil Markesinis e Boris Bittker.

Si è così consolidata in lui l’attitudine a guardare le cose da un punto di vista altro, unita ad una capacità di giudizio non assimilabile al proprium di un determinato contesto e di un determinato modo di pensare. Il contesto storico, filosofico e politico – che Giovanni, da studioso completo, ben conosceva – era come solo uno sfondo entro cui collocare le proprie riflessioni giuridiche, un contesto che ha sì una sua influenza, ma che non arresta l’osservatore, chiamato a descriverlo senza fermarsi ad esso, senza dimenticare il senso della propria continua ricerca di ciò che, fin nel dettaglio, appare interessante e forse anche vero e, comunque, tentativamente giusto.

Ne emerge una scrittura semplice, chiara e diretta, priva di formule e contorsioni di maniera, capace di delineare con acutezza i problemi e le soluzioni diverse prospettate dalla dottrina e dalla giurisprudenza, ma anche di trasmettere al lettore il senso di una curiosità per l’oltre e di una dinamicità che muove a più ampi orizzonti. Da qui la lontananza di Giovanni da una dogmatica definitoria e sistematica che blocca il pensiero e lo chiude al senso di incompiutezza e di precarietà delle umane cose. Di qui anche la sua naturale ironia, densa di un pessimismo mai scettico o distruttivo, ma anche la piena consapevolezza di quanto vi sia da fare, da costruire e da ricostruire, dopo i drammi della guerra e le problematiche della ricostruzione, cui si dedica osservando la nascita delle Regioni (Differenziazione tra Assemblea regionale e Camere di indirizzo politico regionale, in Giurisprudenza costituzionale, 1964; Interpretazione autentica delle leggi regionali, in Giurisprudenza costituzionale, 1967; Interesse regionale e partecipazione del Presidente regionale al Consiglio dei Ministri, in Giurisprudenza costituzionale, 1968), ad esempio, e identificandone da subito i limiti, non corretti dalla giurisprudenza costituzionale (Considerazioni sulla legge regionale delegata, in Il Foro amministrativo, 1973). Da Presidente del Monte dei Paschi e, poi, da Presidente della omonima Fondazione, vedrà tutti i travagli di un sistema nazionale che andava adattandosi alla globalizzazione ma fortemente prigioniero di ideologie e di intrecci di interessi che ne ostacolavano la modernizzazione, una modernizzazione da lui sentita quanto mai urgente, tanto da dedicare alcuni studi ad una tematica, quella ambientale, che allora si affacciava come rilevante e oggi divenuta fondamentale (Appunti sulla protezione dell' ambiente in Inghilterra, Milano 1974 e Il Ministero dell’ambiente e la tutela ecologica in Inghilterra, Milano 1975; La nuova disciplina delle aree in Gran Bretagna: Community Land Act 1975, Milano 1978). O a quella, di assillante attualità, della spesa pubblica, anticipando l’interesse poi sempre più diffuso tra i costituzionalisti e memore dell’insegnamento del suo supervisore a Yale (Recensione a C. A. Beard, Interpretazione economica della Costituzione degli Stati Uniti d'America, Milano 1959; Il controllo della camera dei comuni sulla spesa pubblica. Alcune tendenze recenti, Milano 1981; Finanza locale allegra e lealtà verso i contribuenti (in margine ad una decisione della Camera dei Lords), in Diritto e società, 1982; L’Italia e l’Europa: la situazione economica nell’attuale clima politico e normativo, in Studi e Informazioni, 1994).

Vi è dunque, nella sua figura, una complessità, per avvicinarsi alla quale può essere utile – ma certamente non esaustivo – leggere le Note introduttive di diritto costituzionale del 1988, scritte su impulso di amici e colleghi, in cui si percepire molto del suo pensiero. Si tratta di un testo molto utile per gli studenti che si avvicinano per la prima volta alla materia ed utile altresì per chi ne vuol comprendere le connessioni (ad esempio col diritto amministrativo e alla discrezionalità amministrativa, tema da lui approfondito anche grazie agli studi comparatistici) e i nodi che la tradizionale dottrina costituzionalistica non ha saputo ancora del tutto sciogliere. Si può poi, di qui, tornare due alle monografie classiche, I conflitti tra lo Stato e le Regioni e tra le Regioni del 1961 e Profili costituzionali della irretroattività delle leggi del 1970, tema quest’ultimo tanto delicato quanto ancora fondamentale per un ordinamento che non si spogli di quel senso ultimo di giustizia che dovrebbe del tutto permearlo. Ma sono forse alcuni saggi “minori” a mostrare molto meglio di tanti altri questa complessità e le sue qualità umane e di studioso: Le convenzioni costituzionali (A proposito di un recente libro di G. Marshall), in Studi e Informazioni, 1984; L'influenza dei valori costituzionali sui sistemi giuridici contemporanei: Gran Bretagna, in L’influenza dei valori costituzionali sui sistemi giuridici contemporanei, Milano 1985; Nota su Giorgio I che non parlava l’inglese, in Scritti per Mario Delle Piane, Napoli 1986; Atto politico e Atto di governo, in Enc. Giur., 1988; Indirizzo politico, in Enc. Giur., 1988.

Parlare di lui, per ricordarlo, desta un sincero desiderio di non abbandonare una fonte così fresca di conoscenza e di ispirazione. Ma occorre che lo si faccia sommessamente e brevemente. Giovanni, infatti, non avrebbe per nulla gradito sentire queste cose: lo annoiavano, come annoia parlare di sé chi è cosciente della propria limitatezza e della immensità del sapere (e non solo del sapere). Come dice il poeta: “ […] sembra che tutto faccia segreto di noi. Guarda, gli alberi sono; le case che noi abitiamo, rimangono. Solo noi tutto trapassiamo, come l’aria che muta. E tutto cospira a tacere di noi, un po’ come si tace un’onta, forse, un po’ come si tace una speranza ineffabile” (Rainer Maria Rilke, Elegie duinesi, Seconda elegia).

Elena Bindi, Mario Perini, Andrea Pisaneschi, Lorenza Violini

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