di Maria Romana Allegri
Massimo Luciani, nel secondo paragrafo del suo contributo introduttivo al tema “libertà di ricerca e intelligenza artificiale”, ha prospettato alcuni interrogativi che vertono intorno al rapporto fra diritto e scienza: è possibile e opportuno che il diritto regoli la ricerca scientifica o almeno le sue applicazioni, con particolare riferimento ai sistemi di intelligenza artificiale? A tale proposito, Francesco Cirillo, nella sua replica, ha evidenziato alcune criticità: le regole prodotte a livello di Unione europea in riferimento alle tecnologie digitali (il GDPR, i recenti regolamenti sui servizi digitali e sui mercati digitali, regolamento in fieri sull’intelligenza artificiale) ricorrono spesso a concetti vaghi e ambigui, producendo effetti distorsivi (fra cui quello dell’abnorme moltiplicazione dei decisori) e risultando in buona parte inefficaci. Da queste considerazioni possono derivare alcuni spunti di riflessione cui mi sembra opportuno accennare in questo spazio di dibattito relativamente informale, pur consapevole della necessità di ulteriore studio e approfondimento per rendere il ragionamento un po’ meno semplicistico. Mi vorrei soffermare, in particolare, sulla questione della trasparenza algoritmica nella più recente normativa e giurisprudenza, che si scontra con l’impossibilità di tradurre i processi algoritmici in linguaggio comune.


