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di Maria Romana Allegri

Massimo Luciani, nel secondo paragrafo del suo contributo introduttivo al tema “libertà di ricerca e intelligenza artificiale”, ha prospettato alcuni interrogativi che vertono intorno al rapporto fra diritto e scienza: è possibile e opportuno che il diritto regoli la ricerca scientifica o almeno le sue applicazioni, con particolare riferimento ai sistemi di intelligenza artificiale? A tale proposito, Francesco Cirillo, nella sua replica, ha evidenziato alcune criticità: le regole prodotte a livello di Unione europea in riferimento alle tecnologie digitali (il GDPR, i recenti regolamenti sui servizi digitali e sui mercati digitali, regolamento in fieri sull’intelligenza artificiale) ricorrono spesso a concetti vaghi e ambigui, producendo effetti distorsivi (fra cui quello dell’abnorme moltiplicazione dei decisori) e risultando in buona parte inefficaci. Da queste considerazioni possono derivare alcuni spunti di riflessione cui mi sembra opportuno accennare in questo spazio di dibattito relativamente informale, pur consapevole della necessità di ulteriore studio e approfondimento per rendere il ragionamento un po’ meno semplicistico. Mi vorrei soffermare, in particolare, sulla questione della trasparenza algoritmica nella più recente normativa e giurisprudenza, che si scontra con l’impossibilità di tradurre i processi algoritmici in linguaggio comune.

di Gian Luca Conti

1 – Il punto di partenza di Luciani è una idea “catastrofica” del futuro. Lo sviluppo tecnologico, e, in particolare, lo sviluppo della intelligenza artificiale, si potrebbe sottrarre al controllo etico dell’uomo e potrebbe distruggere la stessa umanità, almeno come la conosciamo.

di Francesco Cirillo

Vorrei provare, in risposta solo ad alcuni dei molti interrogativi posti, a segnalare alcune criticità della regolamentazione dell’AI, che sono pur documentate in dottrina e però godono di minor fortuna nel dibattito (scientifico e pubblico). Nel contesto europeo, alcune tecnologie di trattamento dei dati, in particolar modo rivolte (anche) ai dati personali, che siano implementate nell’offerta di prodotti e servizi digitali online, incontrano oggi una trama regolatoria inconsueta, se non altro per la densità sempre crescente e per il ricorso a clausole e principi generali che spesso integrano la vaghezza con una scivolosa ambiguità (ho tentato di suggerire in questo forum – lett. 5/2023 – che lo stesso riferimento all’AI “in generale” mostri probabilmente più di un vulnus concettuale).

di Massimo Luciani

1.- Conviviamo da quasi ottant’anni con la consapevolezza della possibilità di una nostra estinzione collettiva causata dall’olocausto nucleare e, da meno tempo, con quella della possibilità di una catastrofe causata dal cambiamento climatico. Una convivenza difficile, non solo perché genera ansie e angosce che hanno un notevole impatto sociale (e sulle quali c’è un’ampia letteratura psicologica), ma anche perché avvertiamo nel profondo che il rischio ci è imputabile. Imputazione alla specie e non necessariamente a noi come singoli, certo, ma pur sempre imputazione. Lungi dal consolarci questo c’inquieta, perché sin dagli anni Cinquanta Günther Anders aveva messo in luce il drammatico “dislivello prometeico” (prometeische Gefälle) che sovente caratterizza la ricerca scientifica e la sua applicazione tecnica, a causa della nostra incapacità di governarle riuscendo a gestirne le conseguenze. Sappiamo, insomma, che potremmo autodistruggerci, ma non ci consola vederci diversi dai grandi rettili del Cretaceo: quelli non potevano arrestare la caduta degli asteroidi sulla Terra, ma noi, che potremmo arrestare noi stessi, proprio di noi sappiamo di non poterci fidare.

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