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di Alessandra Algostino

Nel solco delle possibili risposte alla crisi del circuito politico rappresentativo, che interpreto come il fil rouge dell’interessante dibattito introdotto da Giusi Sorrenti, vorrei proporre una riflessione su altri modi di essere della partecipazione, “oltre la rappresentanza”.

di Salvatore Curreri

Benché certamente non nuovo, il tema della crisi della rappresentanza politica delle istituzioni democratiche opportunamente posto da Giusi Sorrenti merita di essere ripreso, non foss’altro perché l’astensionismo elettorale – che ha superato la barriera (non solo) psicologica del 50% - erode le loro fondamenta, rendendo la nostra una “democrazia a bassa intensità” di cui certo non possiamo accontentarci (così il Presidente Mattarella lo scorso 13 novembre all’Assemblea dell’Anci).

di Francesco Zammartino

La lettera di Giusy Sorrenti induce a molte suggestioni, perché affronta una tematica il cui interesse credo sia pari solo alla sua complessità. D’altro canto, basti pensare come  l’attuale crisi della rappresentanza politica sia da comprendere non solo più come crisi del partito politico, con conseguente esigenza di una nuova disciplina della forma partito per garantire il metodo democratico, ma in genere come crisi dei tipici istituti della rappresentanza (si pensi alle critiche rivolte da una parte della politica italiana a uno dei fondamenti delle istituzioni rappresentative, qual è  il divieto di mandato imperativo).

di Federico Girelli

Con questo intervento s’intende solamente provare a fare il punto sulla nozione di rappresentanza politica, così come fondata sull’art. 67 Cost., in quanto presupposto logico-giuridico dei problemi di partecipazione democratica così lucidamente delineati da Giusi Sorrenti.
Due in fondo sono gli elementi che compongono (rectius alimentano) la rappresentanza: la situazione ed il rapporto.

di Cesare Pinelli

Condivido lo spirito col quale Giusi Sorrenti ha avviato la discussione sulla crisi della rappresentanza politica. Una preoccupazione sullo stato attuale e sulle prospettive della nostra democrazia, che non si risolve interamente nella forma rappresentativa, né secondo la Costituzione né nella realtà, ma che certo ha trovato e trova in essa un perno indispensabile. Sono altresì d’accordo con lei sulla necessità di ricondurre al mutamento strutturale dei partiti le ragioni di fondo di tale crisi, e sul considerare recessivo il profilo della loro autonomia di fronte all’esigenza di considerare il metodo democratico un “pre-requisito della democrazia costituzionale”.

di Salvatore Prisco

La lettera indirizzata questo mese ai lettori del sito associativo riepiloga con acribia i motivi per i quali alla crisi della democrazia rappresentativa ― testimoniata dal netto calo delle iscrizioni ai partiti e dalla crescita esponenziale dell’astensionismo elettorale ― occorre trovare rimedi, a pena altrimenti di una delegittimazione della democrazia in se stessa.

di Gaetano Azzariti

La questione posta nell’intervento di Giusi Sorrenti nell’ultima lettera dell’AIC mi pare di fondamentale rilievo. Come riuscire ad “attrarre nuovamente nei congegni di formazione dal basso dell’indirizzo politico quanti – in gran numero – oggi protestano nelle piazze”? L’interrogativo non può essere eluso, tanto più se – come ancora si rileva – i sempre più eterogenei meccanismi di democrazia partecipativa non sembrano in grado di incidere sulla sfera pubblica, semmai sembrano destinati a venir confinati entro rigidi steccati di micro-partecipazione popolare, non in grado di surrogare l’opera di sintesi e definizione delle politiche nazionali che viene attribuita tradizionalmente (ma anche dalla Costituzione: art. 49) ai partiti. L’indicazione per provare a superare questo gap è quella di restituire “linfa e vigore alla democrazia interna dei partiti” tramite una riforma legislativa.

di Giusi Sorrenti

È constatazione comune tra i costituzionalisti, e non solo, che da alcuni decenni i veicoli classici della rappresentanza, in grado di alimentare i rapporti tra il demos e gli organi costituzionali e di integrare la comunità dei cittadini nella vita dello Stato, si siano progressivamente deteriorati e che una tale dissoluzione – privando il sistema degli strumenti attraverso i quali i molteplici interessi sociali si condensano in visioni comuni – abbia insterilito i processi di formazione delle decisioni pubbliche, tendenzialmente svuotando la rappresentanza politica. Il passaggio è cruciale, considerato che nelle coordinate della democrazia pluralistica – in cui si dà largo spazio alla compartecipazione di tutti al governo della cosa pubblica, oltre che all’implementazione dei diritti fondamentali – la frattura tra molteplicità dei cittadini e unità dell’ordine politico-giuridico, che si esprime in un unitario indirizzo politico, si compone inizialmente proprio attraverso il principio rappresentativo e la regola della maggioranza.

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