di Pasquale Pasquino
L’intervento della Professoressa Buffoni attira l’attenzione, tra l’altro, su quello di cui dobbiamo purtroppo, volenti o nolenti, prendere coscienza: lo sgretolarsi del diritto internazionale, sotto la pressione che viene dalla Russia di Putin, che viola le frontiere di uno stato indipendente, e quella di Trump, che attacca esplicitamente l’organizzazione mondiale del commercio e gli alleati degli Stati Uniti con ricatti e minacce, messe in atto e non solo enunciate.
Mettere la testa nella sabbia non è una strategia ragionevole. Il compito degli intellettuali è, in primo luogo, contribuire all’intelligenza della realtà e poiché il diritto non ha l’autonomia ontologica dei caciocavalli appesi in una salumeria, come diceva Antonio Labriola, è bene che gli studiosi del diritto prendano in considerazione il diritto insieme alla politica e alle relazioni internazionali.
Autori come Hobbes e Schmitt sono in questo necessario percorso esplorativo importanti guide, almeno per chi ne sappia estrarre l’utile rispetto alle scorie. E questo dipende dalla qualità del lettore. Entrambi hanno pensato e scritto durate periodi di violenti conflitti. Per Hobbes guerre di religione dopo lo scisma protestante, per il giurista tedesco nel corso della tragica esperienza dell’improvvisata democrazia di Weimar (Theodor Eschenburg). È interessante ricordare che Schmitt fu praticamente espulso dal partito nazional socialista nel 1936, per aver pubblicato un libro su Hobbes che faceva un elogio dello Stato, mentre il Nazismo aveva posto il Führer ed il “movimento” al di sopra di quello.
Hobbes aveva presentato lo stato moderno come il risultato istituzionale di un ordine politico-giuridico fondato sull’uguaglianza dei membri della comunità (commonwealth), l’assenza di gerarchie naturali e, dunque, la necessità dell’autorizzazione da parte dei cittadini dell’autorità artificiale del governo. Schmitt allievo di Weber – la prima versione di quella che sarà la Teologia politica era apparsa in una raccolta di sudi in memoria del grande sociologo tedesco – come tutta la scuola del diritto pubblico tedesca, incluso il socialdemocratico Hermann Heller, si opponeva alla scuola austriaca di Kelsen, che difendeva la teoria pura del diritto.
Politica e diritto sono forme della conoscenza e della realtà che vanno tenute insieme, il diritto senza la politica è inerte e la politica senza diritto è violenza. Oggi le due rischiano di separarsi e sono per lo più disgiunte nelle relazioni internazionali.
Buffoni ha ragione di far riferimento a Foucault che nelle sue Lezioni al Collège de France aveva mostrato come la principale preoccupazione di Hobbes fosse stata quella della pace, interna ed esterna. La prima grazie alla estinzione dei conflitti di religione, la seconda attraverso la difesa di stabili confini, che oggi il disordine delle relazioni internazionali si rifiuta di rispettare, dall’Ucraina - e almeno nelle intenzioni - alla Groenlandia.
Foucault opponeva la dottrina di Hobbes, che vedeva nel consenso (la cui metafora è quella del contratto sociale) l’origine e la legittimazione dell’autorità politica, a quella di Boulainvilliers, che considerava legittimo il potere ottenuto attraverso la vittoria sui campi di battaglia (dei Franchi sui Galloromani). E questo fa di Hobbes “un costruttore di ordine” e un difensore della pace, che sa costantemente minacciata dalla caduta nello stato di natura, che più che una origine storica è la figura minacciosa di una possibile destino.
Il diritto costituzionale, dal punto di vista del diritto positivo, è figlio della politica, quella, ad esempio, che nel corso deli lavori della Costituente diede nascita e forma in Italia alla Repubblica. Dal punto di vista del diritto emerge dalle idee, credenze e valori della élite, purché questi siano condivisi dalla maggioranza della pubblica opinione.
I problemi sollevati dallo scritto della Professoressa Buffoni vanno al di là di queste note minime. Ma affrontarli sul serio andrebbe al di là degli spazi ragionevolmente consentiti a reazioni come questa. Ma pare a chi scrive che essi meritano dibattito e più ampia investigazione.


