di Mauro Barberis
Da filosofo/teorico del diritto mi sento naturalmente sfidato dalle riflessioni di Laura Buffoni, il cui senso ultimo – la proposta di un realismo (politico) critico, all’altezza dei tempi (grami) che stiamo vivendo – ancora più ovviamente condivido. Da giurista e autore di un libro in uscita su temi contigui – Geo-diritto. Una teoria terra-Terra (Giappichelli 2025) –, non resisto però alla tentazione di riformulare proposta e problema in termini meno tellurici e più “terra-terra”, appunto. Il sospetto che Buffoni esprime sin dal titolo, dal punto di vista di una “scienza del diritto costituzionale” che io chiamerei costituzionalismo e basta, in particolare, vorrei radicalizzarlo così: il sogno del diritto è finito?
Naturalmente, non il sogno del diritto naturale, di cui parlava Bernhard Windscheid nel 1854, ma semmai di quei suoi eredi contemporanei che sono diritto costituzionale e internazionale. Da millenni il diritto regola conflitti, è la struttura stessa del conflitto, seguendo Vincenzo Tomeo, anzitutto per il possesso di terre. C’è riuscito con il diritto privato, che come aveva capito David Hume ben prima dello Schmitt del Nomos della terra (1950), nasce a Roma attorno alla divisione di proprietà immobiliari scarse. Il diritto occidentale-e-moderno, peraltro, ha voluto alzare l’asticella, cercando di regolare i conflitti politici (diritto costituzionale) e persino quelli bellici (diritto internazionale). Di qui il risveglio dal sogno.
Il ritorno della guerra, in un Occidente governato da un immobiliarista che progetta di investire su una Gaza de-palestinizzata, rimette in discussione il ruolo stesso del diritto. Basta riflettere su come sono cambiati gli scenari mondiali rispetto a prima. Ricordate la globalizzazione? Ma sì, quei trent’anni da Sogno-del-diritto cominciati pensando che finisse la Storia e cominciasse il regno del diritto e dei diritti: l’uno e gli altri occidentali, però, dunque estesi a Russia e Cina. In termini giuridici, il sogno del diritto equivaleva all’estensione di istituzioni occidentali – non solo la lex mercatoria, ma diritto costituzionale e internazionale – a paesi, imperi, culture, che li hanno sempre percepiti come una forma di colonizzazione.
E qui inserirei alcuni dettagli evolutivi, sempre tratti dal libro di cui sopra, che ridimensionano la necessità di ricorrere a Hobbes e Schmitt per capire gli eventi in corso. Come ci ricorda Gianluca Sadun Bordoni, Guerrra e natura umana. Le radici del disordine mondiale (il Mulino, 2025) l’“insocievole socievolezza” kantiana dipende da un carattere della specie umana, la neotenia: i nostri cuccioli dipendono più a lungo di altri da famiglia, gruppo, branco, e sviluppano paura e aggressività verso altri gruppi. Anche il dubbio sull’analogia domestica fra Stati e società internazionale era già nel “contenuto minimo di diritto naturale” di Herbert Hart (1961), e rinfocolava antichi dubbi sulla giuridicità del diritto internazionale
Tornando ai trent’anni della globalizzazione, rivelatisi meno gloriosi di quelli del boom, fra i tanti incidenti di percorso dell’occidentalizzazione del mondo occorre ricordare l’erosione del consenso attorno alle istituzioni liberaldemocratiche nello stesso Occidente. Il processo è partito da Washington e Londra con la prima elezione dell’immobiliarista e la Brexit, e accelerato dai nuovi media: il sottoscritto lo chiamava populismo digitale già in Come internet sta uccidendo la democrazia (Chiarelettere, 2020). Oggi l’alleanza fra immobiliarista populista e capitalismo digitale, che non era scontata, si è semplicemente saldata con la seconda vittoria elettorale del primo
Non occorre essere cultori di geo-politica, questa disciplina dal dubbio statuto scientifico, se proprio vogliamo parlare di scientificità, per ipotizzare che proprio in previsione di tale vittoria Putin abbia invaso l’Ucraina, e dopo di essa Netanyahu abbia pensato di chiudere a proprio modo la questione palestinese. Da allora, ogni giorno aggiunge una picconata alle istituzioni liberaldemocratiche che avremmo dovuto esportare: magistratura e autorità indipendenti, libera informazione e università, ultimi bastioni del liberalism. La divisione amico/nemico passa ormai di qui, non più dalla distinzione destra/sinistra: oppone liberaldemocratici, da un lato, e dall’altro la coalizione fra populisti, fondamentalisti e tecno-liberisti.
Prima di cadere nel giornalismo – nobilissima istituzione occidentale finita anch’essa sotto le bombe, a Gaza – occorre però tornare al nostro tema: il sogno del diritto e come un realismo politico critico potrebbe aiutarlo a sopravvivere. Qui torno provvisoriamente filosofo/teorico analitico, e mi permetto di tracciare una distinzione fra realismo politico e giuridico tout court, sedicente avalutativo ma in realtà anti-giuridico, e realismo critico. Quest’ultimo, anch’esso sia politico sia giuridico, non richiede necessariamente da parte di noi giuristi la reazione conservatrice che Buffoni paventa; semmai comporta un approccio pluralista sul piano sia conoscitivo sia normativo, che ri-propongo qui.
Quanto al realismo politico tout court, sul piano conoscitivo occorre davvero considerare il diritto come regola del conflitto, alternativa alla guerra, e trarre da questa consapevolezza alcune altre conclusioni. Se la politica è la continuazione della guerra con altri mezzi, come ha notato Michel Foucault, e non il contrario, come sosteneva von Clausewitz, allora il diritto costituzionale diventa impensabile senza la scienza politica e il diritto internazionale senza le relazioni internazionali e la stessa geopolitica. Contro le sempre risorgenti tentazioni isolazioniste e “professionalizzanti”, la stessa filosofia/teoria del diritto deve diventare spazio di discussione fra tutte le discipline, come quelle citate, divenute indispensabili al giurista.
Quanto al realismo critico, sul piano normativo il giurista deve ritrovare l’orgoglio del carattere anche normativo dello studio del diritto, ultimo custode dei valori dell’Occidente, reagendo alla derisione nei suoi confronti da parte dei pretesi scienziati sociali. Non se ne può più dei sarcasmi sull’irrilevanza della UE, l’inesistenza del diritto internazionale, l’inefficienza o peggio delle democrazie. Ricordate la battuta di Churchill sulla democrazia (occidentale) come peggiore dei regimi, esclusi tutti gli altri? Ecco, per una filosofia/teoria del diritto pluralista le divisioni, le differenze, i conflitti fra i poteri dello Stato occidentali, comparati con la geometrica potenza delle autocrazie orientali, sono il sale della democrazia.


