di Antonella Sciortino
1.- Le grandi sfide che l’Unione europea dovrà affrontare nei prossimi anni sollecitano una riflessione sull’importanza delle imminenti elezioni dei rappresentanti nazionali al Parlamento europeo (art. 14 TUE). A dispetto dell’asfittico dibattito pubblico che si sta svolgendo nel nostro Paese, che sembra confinare la questione ad un gioco tutto interno agli equilibri dei partiti politici per misurarne la relativa forza, la posta è altissima. Infatti, queste elezioni non determineranno solo quali saranno le componenti di maggioranza in seno all’organo parlamentare di co-legislazione dell’UE, ma esse avranno ricadute dirette e/o indirette sulla scelta del Presidente della Commissione (art. 17.7 TUE), dei suoi componenti così come di altre posizioni apicali all’interno delle istituzioni europee e sullo stesso indirizzo politico europeo con formidabili implicazioni sul ruolo dell’Unione europea nello scacchiere internazionale.
Peraltro queste elezioni si collocano in un panorama globale su cui peseranno varie “incognite elettorali” atteso che in questo stesso anno (il più “elettorale” che si sia mai visto) quasi due miliardi di abitanti di svariati Paesi sono chiamati alle urne per le elezioni politiche (USA, India, Bielorussia, Iran, Taiwan e altri senza contare elezioni già svoltesi come quelle presidenziali del marzo scorso nella Federazione russa) i cui esiti contribuiranno a ridisegnare gli assetti mondiali.
L’Europa che si presentava al rinnovo del Parlamento europeo nel 2019 era profondamente diversa da quella attuale. L’Ue non si era ancora misurata con la crisi pandemica, una sfida dai caratteri inediti, e con la guerra in Ucraina ai suoi confini e il suo portato di difficoltà nell’approvvigionamento energetico, mentre altri e nuovi conflitti premono, i cui esiti impredicibili rendono l’attuale panorama internazionale assai intricato.
Clima diverso quello che si registrava nella precedente tornata elettorale in cui il processo di integrazione europea doveva fare i conti in particolar modo con talune forze disgreganti della democrazia (sovranisti e populisti), che seppur presenti come gruppi politici in seno al PE già dagli anni ’90 (v. il primo gruppo sovranista “Europa delle Nazioni” risalente al 1994) sembravano integrare una seria minaccia al <<processo di creazione di un'Unione sempre più stretta tra i popoli dell'Europa>> (art. 1.2 TUE). Lo stesso accadde nelle elezioni del 2014 del PE a proposito delle quali Manzella parlò di <<Parlamento europeo un po’ meno europeo>> riferendosi a quanto i partiti politici europei, in palese violazione dell’art. 10.4 TUE secondo cui <<i partiti politici a livello europeo contribuiscono a formare una coscienza politica europea>>, stabilirono intese pre-elettorali fra partiti <<sovranisti>> e partiti <<patriottici>> tesi a suscitare una nuova crisi di coscienza europea e a creare gruppi in Parlamento in grado di contestare il processo di integrazione europeo e la moneta unica. Risultava insomma che la carica divisiva tra europeisti ed antieuropeisti era maggiore di quella tra partiti di opposte visioni ideologiche (socialisti, popolari, verdi).
Oggi forze di analoga ascendenza ideologica non sono venute meno e continuano ad alimentare sentimenti ostili verso le politiche dell’Unione proponendo una narrazione fondata su fattori di rischio per le economie degli Stati membri e per l’erosione progressiva dell’identità “nativista”. Inevitabile la domanda se l’UE di fronte al dilemma di Dahrendorf (1995), tutt’oggi concreto, tra globalizzazione, coesione sociale e libertà politica saprà perseguire idonee politiche europee necessarie per far “quadrare il cerchio”.
2.- Da qualche tempo a questa parte sembra che le crisi siano divenute sistemiche, parte integrante della complessità contemporanea e certamente non affrontabili dai singoli Paesi europei. Una prima questione che le istituzioni europee “rinnovate” dovranno affrontare sarà l’allargamento ai paesi dei Balcani occidentali. Fino ad oggi l’UE ha acceduto alle adesioni di nuovi Stati membri senza mutare le regole gioco, la struttura del bilancio e i processi decisionali. Ciò può essere spiegato con il fatto che dopo la caduta del muro di Berlino ci si prefiggeva l’obiettivo della riunificazione dell’Europa e si sono sottovalutati i vincoli economici, istituzionali e altro. Si riteneva inoltre che i nuovi ingressi non avrebbero creato soverchi problemi al processo di integrazione europea sia sotto il profilo economico sia sotto quello valoriale. Le vicende attuali ci consegnano risultati tendenzialmente positivi sotto il profilo della convergenza economica (in Polonia e in alcuni Paesi baltici), ma non altrettanto si può dire per il rispetto dei valori propri della Rule of law come dimostra l’esigenza a cui ha inteso rispondere la normativa che introduce un regime generale di condizionalità per la protezione del bilancio dell’Unione (reg. UE, Euratom 2020/2092). La conflittualità con alcuni di questi Paesi (Polonia e Ungheria) con i noti epiloghi (CGUE, 12 febbraio 2022, C-156 e 157/2021) da parte della giurisprudenza della CGUE insegna che l’allineamento ai valori democratici deve costituire una precondizione per l’ingresso di nuovi Stati membri. Tuttavia l’allargamento è un passaggio ineludibile, ma memori delle esperienze passate, occorrerà procedere tenendo presente i dovuti caveat (v. in particolare il caso della Turchia e di alcuni Paesi dei Balcani nelle Conclusioni del Consiglio sull’allargamento del dicembre 2023) e soprattutto le opportune modifiche dei Trattati. Nel novembre dello scorso anno peraltro il PE ha approvato la proposta di riforma dei Trattati nata a valle della Conferenza sul futuro dell’Europa: pur non potendoci addentrare, in questa sede, nell’analisi delle varie ipotesi modificative vale la pena di ricordare quella che va nel senso di introdurre un potere di iniziativa legislativa in capo al PE.
3.- Nella definizione degli assetti di un “nuovo” ordine mondiale (Kissinger, 2015) dinanzi a scenari come quelli attuali in cui la violazione delle regole vestfaliane e il ritorno alla politica di potenza non lasciano presagire nulla di buono, l’Ue si trova in un frangente epocale in cui rischia di occupare un posto di secondo piano nella geografia del potere globale a meno di un “cambiamento” su plurimi fronti attraverso un “rinnovato contratto politico” di cui parla il Manifesto per l’Europa che individua alcune improrogabili priorità che qui non ci si può che limitare ad elencare: 1) riformare i processi decisionali con l’introduzione della maggioranza qualificata in luogo della regola dell’unanimità; 2) ripensare i livelli di integrazione facilitando la costruzione dei nuclei duri di Paesi a geometria variabile così da progredire in campo economico, della difesa e della sicurezza; 3) ridisegnare il bilancio europeo: c’è chi (Buti) ha proposto di riorganizzare la spesa UE in modo da prevedere un’offerta di beni pubblici europei prodotti a livello centrale e dei trasferimenti agli Stati membri basati sulla loro perfomance secondo la logica dei PNRR. Inoltre secondo quanto si legge nel Rapporto presentato da Enrico Letta (Much more than a Market, aprile 2024) il potenziamento del Mercato unico dovrà necessariamente passare per un mercato finanziario integrato con regole e vigilanza comuni per rendere più agile la circolazione e l’attivazione dei capitali necessari per garantire l’autonomia strategica, la transizione energetica e digitale.
L’UE dovrà affrontare gli ostacoli di una competizione globale implicante l’elaborazione di economie di scala adeguate a quelle di Cina e Usa. La complessità di questa fase emerge anche dalle anticipazioni del Rapporto Draghi sulla competitività UE (che sarà presentato dopo le elezioni europee) dove difesa e transizione ecologica sono indicati come prioritari “beni pubblici europei” all’interno di un programma che delinea un “cambiamento radicale” per consentire all’UE di divenire un competitore credibile a livello globale. Un passo obbligato in questa direzione è l’elaborazione di una politica industriale unionale che non sia la somma di quelle nazionali. Al di là del disegno complessivo che potrà essere analizzato solo quando il Rapporto sarà ufficialmente presentato, all’UE si chiede un cambio “radicale” di prospettiva nel processo di integrazione che fino ad ora ha guardato alla concorrenza all’interno dei suoi confini, mentre colossi come Usa e Cina elaborano politiche industriali in grado di reggere la competitività internazionale.
4.- Come ho cercato di evidenziare, seppur in modo cursorio, la prossima legislatura europea dovrà affrontare scenari difficili in un contesto mondiale con troppe incognite. La poderosità dei problemi da affrontare rende impensabile un approccio olistico e il rinnovo del PE sollecita una riflessione a tutto tondo sulla direzione che si vorrà imprimere al percorso di integrazione europea. In una parte dell’opinione pubblica è prevalente l’idea che, nella dinamica dei rapporti tra gli organi istituzionali dell’UE, il PE svolga un ruolo non decisivo nella determinazione dell’azione di governo europea. Eppure è proprio alla funzione “integratrice” svolta dal PE, quale sede della rappresentanza dei cittadini degli Stati membri, che può essere ascritta la natura stessa dell’Unione europea come “ordinamento” e non come organizzazione internazionale tout court (Lupo, Manzella, Il Parlamento europeo, 2024).
Il PE, proprio facendo leva su tale funzione, sarà in grado di imprimere quella svolta necessaria al processo di integrazione combinando virtuosamente rigore e capacità istituzionali con l’esprit de finesse <<sempre necessari nel gioco di coordinamento dell’Unione europea>> ? (Buti, Jean Monnet aveva ragione? Costruire l’Europa in tempo di crisi, 2023).


