di Adriana Ciancio
Sono trascorsi ormai (quasi) tre lustri da quando il Trattato di Lisbona ha sancito che il Parlamento europeo è la sede della rappresentanza politica dei cittadini dell’Unione (Artt. 10, par. 2 e 14, par. 2 TUE) e non più (soltanto) dei popoli dei suoi Stati membri (Art. 189, par. 1 TCE). Questo fondamentale cambio di passo in termini giuridici non ha però ancora trovato effettiva corrispondenza dal punto di vista socio-politico. E, infatti, anche nel 2024 le, ormai imminenti, elezioni europee continuano a proporsi come l’espressione della volontà di 27 popoli diversi, piuttosto che di un unico demos sovranazionale. Quanto su ciò continui a pesare l’assenza di un reale e strutturato sistema di partiti europei, unitamente alla mancanza di una legislazione elettorale uniforme e, parallelamente, di circoscrizioni sovranazionali, è tema di cui si è già discusso abbastanza e sul quale, pertanto, non vorrei ritornare adesso (sul punto dunque mi permetto di rinviare, fra altri scritti, a quanto ho già espresso sulla Rivista di questa Associazione, nei nn. 3/2014 e 3/2016).
La lettera del mese di Antonella Sciortino, tuttavia, mi induce a riprendere uno spunto tra i molti, assai interessanti, che la collega suggerisce, su cui mi pare opportuno insistere.
Si tratta del passaggio iniziale in cui si denuncia quello che è sotto gli occhi di tutti, ossia come, dinanzi alle sfide epocali che attendono i prossimi Eurodeputati, in Italia il dibattito politico precedente le elezioni continui a presentarsi come un’asfittica prova di forza muscolare tra i partiti nazionali, anziché giocarsi intorno a diverse visioni sul futuro dell’Unione. In quest’ultimo senso, l’unico cleavage di respiro più ampio sembra essere quello dell’ulteriore posizionamento dell’Italia rispetto al conflitto russo-ucraino, su cui pure tornerò a spendere qualche parola in conclusione.
Al momento, mi pare opportuno rimarcare – se mai ve ne fosse bisogno – come numerose forze politiche abbiano indicato come propri capilista, nella maggior parte (PD, Europa+ e FI), se non in tutte (FdI, ma anche Azione) le circoscrizioni, il/la leader del partito, pur con la consapevolezza che nessuno di loro andrà ad occupare il seggio conquistato a Strasburgo. Tra costituzionalisti non vi è bisogno di spendere molte parole per sottolineare il vulnus alla democrazia di un tale sistema di captatio benevolentiae elettorale, che oltretutto non fa di certo bene alle ragioni dell’integrazione, la quale invece continua a restare avvolta nella nebbia di uno scontro politico tutto interno, quasi come se l’appuntamento elettorale europeo fosse né più né meno che una sorta di elezione domestica di mid-term, piuttosto che rivolto a tutt’altro contesto ordinamentale.
Con riguardo più specifico ai due maggiori partiti, rispettivamente di governo e di opposizione (ma anche nel caso di Europa+) balza inoltre agli occhi la frustrazione dello scopo degli strumenti di riequilibrio di genere, come previsti nella l. n. 65 del 2014 e andati a regime soltanto nella precedente tornata, pure salutati in termini di grande conquista del nostro ordinamento riguardo ad elezioni di carattere generale, giacché intervenuti prima che in direzione analoga si orientasse anche la legislazione elettorale per il Parlamento nazionale. Infatti, per una paradossale eterogenesi dei fini, l’applicazione che si prefigura del sistema «a doppia quota» per la selezione della rappresentanza politica europea (tripla preferenza di genere che si accompagna alla formazione paritaria delle liste, con in più l’obbligatoria alternanza di donne e uomini nelle prime due posizioni) risulterà in pratica a vantaggio delle candidature maschili.
Vi è da chiedersi a questo punto (e la domanda è apertamente retorica) fino a che punto gli elettori di tutto ciò siano avveduti.
Da qui, allora, l’attenzione naturalmente si sposta su un altro grosso nodo che circonda le imminenti elezioni e che riguarda il sempiterno tema del rapporto tra informazione e democrazia, o, se vogliamo dirla diversamente, la corrispondenza biunivoca tra il pluralismo della prima e l’effettività della libertà del voto e, cioè, della seconda, se intesa in termini kelseniani tra le molte accezioni che pure della stessa si possono dare.
E a quest’ultimo proposito, sovviene la vera, forse unica, grande novità di queste imminenti elezioni europee, le prime a svolgersi in un contesto di operatività dell’Intelligenza Artificiale, non solo cognitiva e predittiva, ma anche generativa e, pertanto, (spaventosamente, direi) anche potenzialmente conformativa dei gusti, delle preferenze, se si vuole, cioè, degli stessi comportamenti elettorali.
Intelligenti (è il caso di dire) pauca. Pertanto, aggiungo poco su questo punto. Mi basta invero sottolineare che tanto più pericoloso si rivela l’uso di tali strumenti – idonei, dunque, non solo a prevedere, ma di conseguenza anche (eventualmente) ad orientare la volontà popolare – tanto più presente, massiccia ed effettivamente indipendente dovrebbe essere – in una lotta comunque destinata a restare impari – la campagna di informazione affidata ai media tradizionali e/o comunque affidabili e, quindi, autorevoli. In altri termini, si ritrovano esasperate le preoccupazioni che già da tempo segnano lo svolgimento delle campagne elettorali nell’era dei social media, ben al di là del contesto localistico, interno e/o sovranazionale.
Anche per tale ragione, pertanto, non può – a mio avviso – non lasciare sconcertati la decisione della televisione di Stato – che pure recentemente ha trasmesso sul primo canale «importanti» appuntamenti canori di respiro europeo (l’Eurovision song contest) – di passare senza troppo clamore (soltanto su Rainews24 e senza nessun avviso sul palinsesto ufficiale) il confronto tra gli Spitzenkandidaten, organizzato il 23 maggio dall’European Broadcasting Union, di cui pure la RAI fa parte.
Vero è che tale sistema di candidature alla presidenza della Commissione UE, che non ha nessuna base giuridica nei Trattati (introdotto – come tutti ricordano – soltanto in via di prassi in occasione della tornata elettorale del 2014) in realtà non ha funzionato, in particolare se si ha memoria delle vicende che hanno condotto all’investitura di Ursula Von Der Layen nella legislatura ormai in scadenza.
E, tuttavia, l’adeguato risalto a tale confronto avrebbe potuto quantomeno segnalare ai cittadini ciò che Antonella Sciortino ci ricorda, ma che per i più resta del tutto ignoto, ovvero il peso che il proprio voto, al di là della scelta contingente per il partito e per il candidato al Parlamento europeo, finirebbe per avere sulla nomina del Presidente della Commissione. Ma uso volutamente il condizionale perché sia la lettera, per molti versi ambigua, dell’art. 17, par.7 TUE, sia, soprattutto, la prassi interpretativa che ne ha dato finora il Consiglio europeo, lasciano concludere che la decisione effettiva continua a restare saldamente nelle mani di quest’ultimo.
Eppure, il Presidente della Commissione è l’unica figura davvero di riferimento dell’Unione, almeno nella percezione esterna.
E ciò nonostante l’urgenza, divenuta ormai impellente, per un’unitaria voce di politica estera, oltre che per un sistema di difesa comune, a fronte di eventi drammatici che fino a pochi anni fa non ci saremmo aspettati, quale la ripresa di ostilità belliche in territorio europeo. Sicché, com’è noto, da mesi ormai si discute di rilanciare l’originario progetto di difesa europea a suo tempo avviato, ma alla fine anche abortito, sostanzialmente per volontà della Francia, (di cui – volendo – ho già ragionato su federalismi.it del 25 gennaio 2017), mentre la protezione armata del Vecchio continente continua a restare affidata all’Alleanza del Nord Atlantico e, dunque, sostanzialmente, ai suoi protagonisti (militarmente) più potenti. A maggior ragione per questa circostanza, direi, sull’Europa che verrà pesano in questo frangente quelle ulteriori incognite che l’amica Antonella Sciortino ci segnala: le elezioni USA (con il «pericolo» Trump e il suo, fra l’altro, preannunciato disimpegno sul fronte europeo), per un verso; l’ulteriore allargamento dell’UE (anche alla Turchia?), per altri.
E, tuttavia, in questi tempi oscuri, la nostra cara e ormai anziana Unione non riesce – come si accennava – ad esprimere una posizione di politica estera comune, nonostante i Trattati, questa volta sì, contemplino a tal proposito un’apposita figura istituzionale. Quell’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza (altresì vicepresidente della Commissione), che oggi è lo spagnolo Josep Borrell (e, nella passata legislatura, le nostra Federica Mogherini), le cui dichiarazioni, però, a prescindere dal titolare, paiono allo stato assumere, nello scacchiere geopolitico mondiale, il peso che – mutato ciò che c’è da cambiare – hanno talune enunciazioni programmatiche degli statuti regionali che si impelagano nella proclamazione di principi e diritti, talora nemmeno contemplati dalla Carta fondamentale.
Un cielo costellato di buone intenzioni, dunque, destinato, però, ad essere in un attimo oscurato dalle parole del Presidente francese, che, unilateralmente, preannuncia come sempre più realistica la possibilità di inviare forze armate nazionali sul teatro di guerra russo-ucraino; ovvero, da quelle del Cancelliere tedesco, che, un giorno sì e l’altro pure, mostra di cambiare idea sul tipo e la quantità di armamenti da fornire alla martoriata Ucraina.
E, dunque, anche dinanzi alla persistente mancanza di un’effettiva ed efficace politica estera comune, che poi vorrebbe dire dare ulteriore e concreta espressione verso i Paesi terzi alla personalità giudica dell’Unione, mi pare che continui sostanzialmente a rimanere senza risposta la famosa domanda (forse erroneamente) attribuita ormai molti anni fa al celebre ex Segretario di Stato americano, Henry Kissinger: « ma se voglio parlare con l’Europa, chi devo chiamare?».
Dunque, pure in un contesto profondamente mutato, sia in Europa che fuori, rispetto a cinque anni prima, come lucidamente messo in chiaro nella lettera AIC del mese, sento di poter amaramente concludere questa breve riflessione nel senso di nihil sub sole novum e in tal modo dare sintetica, ma sostanziale risposta alla mia stessa domanda iniziale.


