di Carlo Amirante
La lettera di Renato Balduzzi sul decreto-legge sicurezza (4/2025) non è solo un appello ai costituzionalisti perché s’impegnino a mettere in evidenza le non poche ipotesi d’incostituzionalità che esso contiene.
Infatti, è innanzitutto una convincente riflessione – che dovrebbe preoccupare con i giuristi tutti i cittadini che hanno a cuore la democrazia, i suoi valori e le istituzioni che ne promuovono e garantiscono l’effettività – sui rischi divenuti purtroppo già realtà di una così progressiva e inarrestata delegittimazione del Parlamento, da giustificare l’opinione sempre più diffusa e passivamente (a quanto sembra) accettata del consolidamento di un regime autoritario. Un regime che pur restando formalmente costituzionale si avvia a consentire una forma di governo in cui il “capo” decide, in particolare a livello europeo e internazionale ma spesso anche in politica interna, ignorando e snobbando il dibattito parlamentare.
Opinione, purtroppo, confermata dalla circostanza, che ha fatto scalpore, dell’invito implicito nella dichiarazione del premier Meloni di recarsi al seggio senza però ritirare la scheda per esprimere il voto referendario, un atteggiamento sprezzante verso quell’ampio concetto di partecipazione democratica espressione della sovranità popolare, esplicitato anche nelle dichiarazioni di esponenti della maggioranza parlamentare che invitano i cittadini a disertare i seggi; impedendo così il raggiungimento del quorum e provocando il fallimento dell’iniziativa referendaria. Un’iniziativa che si propone di compattare l’opposizione popolare innanzitutto contro il grave disegno di revisione della Costituzione e di suoi istituti fondamentali.
Di per sé, già il ricorso al decreto-legge - ignorando l’affermazione della Corte Costituzionale dell’ ”esistenza” di una “straordinaria necessità e urgenza” e non della semplice necessità ed urgenza - come escamotage per eludere il dibattito parlamentare, sottraendo così all’opposizione la possibilità di far valere le proprie ragioni critiche, potrebbe costituire un’ipotesi di censura della Corte Costituzionale anche a causa, come sottolinea giustamente Balduzzi, della disomogeneità delle materie oggetto del decreto-legge.
Ma ciò che è ancora più grave, è che col decreto-legge il governo si appropria del potere di cambiare unilateralmente ed in modo determinante il Codice Penale, seguendo le orme dei regimi autoritari che accanto alla creazione di nuovi reati configurano addirittura anche ipotesi configurabili come delitti d’autore.
Ma non meno preoccupante è l’introduzione di fattispecie penali che irrompono con decisione scandalosa in quel panorama di prassi politiche democratiche in cui da decenni si esprime con efficacia il dissenso politico. Azioni, comportamenti e prassi che spesso consistono anche in forme di resistenza passiva, con le quali, in alcune fasi drammatiche della vita repubblicana, i lavoratori e le più giovani generazioni hanno difeso con successo i valori fondamentali della nostra Costituzione.
Avendo ben presente che la prova di forza che il governo ha affrontato con il decreto-legge sicurezza altro non è che la premessa dell’inevitabile scontro sulle gravi riforme costituzionali che il governo Meloni intende portare a termine in questa legislatura, le norme destinate a criminalizzare cortei non autorizzati, sit-in, ecc… altro non sono che la predisposizione di ulteriori strumenti per indebolire, fiaccare e neutralizzare la resistenza sia spontanea che organizzata a un progetto eversivo che, come afferma a ragione Balduzzi, se risultasse vincente stravolgerebbe sia la forma di stato che la forma di governo.
Proprio per questo, la condotta tenuta dal Presidente della Repubblica nell’emanazione del decreto sicurezza appare più che discutibile perché, a mio avviso, non in linea con il suo ruolo di Garante di una Costituzione il cui stravolgimento appare un obiettivo indispensabile, non solo per legittimare le prassi di emarginazione del Parlamento ma anche per intaccare l’autonomia e l’indipendenza della Magistratura.
Ma soprattutto il rafforzamento costituzionale della figura del Premier - quel “premierato assoluto” che già Leopoldo Elia bollò come un intollerabile vulnus per il sistema democratico del nostro paese – rappresenta il cavallo di Troia della prossima campagna elettorale decisiva per le sorti della democrazia nel nostro paese.
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L’impegno a difesa dei principi di libertà di pensiero e della sua manifestazione in tutte le forme storicamente riconosciute dalle democrazie occidentali è l’oggetto dalla lettera del Presidente dell’Associazione Italiana dei Costituzionalisti, Renato Balduzzi. Un invito più che opportuno, rivolto in particolare ai costituzionalisti ma che dovrebbe essere accolto con preoccupazione da tutti coloro che nel decreto-legge sicurezza -con cui il governo ha imposto la propria visione tradizionale e autoritaria (paradossalmente ottocentesca, se non peggio) di sicurezza - vedono un concreto pericolo per la nostra democrazia.
Il limite o direi l’errore di fondo che ha reso poco efficaci ed incisive le critiche e le pur giuste dimostrazioni contro il decreto sicurezza, sta proprio nell’accettare che “il grande problema della sicurezza” si riduca al tradizionale e antico problema del controllo dell’ordine pubblico e dell’opposizione politica.
Ben altri sono però oggi i problemi di sicurezza interna - ed ancor più internazionale - in una fase storica così incerta e confusa da essere definita caoslandia.
Appare gravissima ancora oggi l‘assenza di una chiara, realistica visione dell’ampiezza e della complessità dei rischi dovuti soprattutto alla scarsa consapevolezza del momento storico in cui siamo tutti gettati, che i più avvertiti e lungimiranti geo-politici definiscono società liquida, postdemocrazia o riassuntivamente caoslandia.
Ancora una volta, quindi, nei partiti, nel Parlamento e nel Paese reale - ma anche mondo digitale - si è persa l’occasione di passare dalla sacrosanta difesa degli spazi di libertà e di partecipazione politica a quella “coscienza universale di incertezza e d’insicurezza” su cui con straordinaria lungimiranza Jurgen Habermas richiamava l’attenzione già più di quarant’anni fa.
Già allora si profilava, infatti, quella “nuova mancanza di chiarezza” dovuta, come facevo notare sulla scia di uno splendido saggio di Erhard Denninger, all’incredibile velocizzazione non solo dei processi conoscitivi e informativi ma anche produttivi e lavorativi. Dinamiche rese ora tanto più gravi quanto evidenti dai preoccupanti conflitti e dalle guerre in atto ai confini dell’Europa. Guerre che sommandosi alle nuove guerre economiche (a sfondo tecno-finanziario) caratterizzano in modo inedito i rapporti e i conflitti fra i maggiori blocchi di potere politico e militare. Influendo, così, in modo determinante sul rapporto fra scienza, politica e tecnologia e dando luogo a nuove forme di sviluppo economico e sociale create dal nuovo modo di produzione non solo di beni e servizi ma delle forme stesse di organizzazione della vita politica e sociale e dei rapporti di lavoro e di vita comune.
In definitiva, se non si assume coscienza che gli annosi problemi della tutela dell’ambiente, della salute, della centralità e della sicurezza del lavoro, del controllo e della gestione corretta e sociale delle nuove tecnologie e, per conseguenza, della formazione scolastica, universitaria e della ricerca scientifica (settori da troppi anni trascurati e definanziati), rappresentano la vera dimensione della diffusa insicurezza, il nostro paese è destinato ad un declino inarrestabile e irreversibile.


