di M. Cristina Grisolia
1. Il preoccupato (ed aggiungerei, preoccupante) richiamo fatto da Michele Troisi alle riforme, ancora in atto, che investono le nostre Università, è destinato ad aprire un dibattito che tocca la sensibilità di tutti noi costituzionalisti. Da tempo coinvolti, a far data dalla l. n. 240 del 2010, nei ripetuti tentativi che si sono succeduti per migliorare e potenziare i meccanismi istituzionali volti a garantire l’autonomia universitaria e la qualità della didattica e della ricerca.
Sempre uguale la prospettiva assunta in tal senso dai vari provvedimenti, ma diversi i risultati via via ottenuti; ancora ben lontani da raggiungere la meta finale.
Ma non è su questo che vorrei intervenire.
Prendendo spunto dall’oggetto della lettera di Michele Troisi e, se volete, sfruttando i suoi allarmati contenuti, vorrei richiamare l’attenzione su una problematica che, apparentemente estranea a questo dibattito, ne costituisce invece a mio giudizio il primo e principale presupposto.
Se è vero, infatti, che il fine ultimo cui tende ogni tentativo di miglioramento e di valorizzazione dei meccanismi scientifici, didattici e organizzativi che fanno capo all’Università è quello di garantire la migliore qualità nella formazione e nella crescita delle nuove generazioni; se questo è vero, dicevo, quella che rappresenta l’ultima tappa di questo complesso cammino - gli studi universitari, -costituisce di fatto anche il risultato finale di un impegno che dovrebbe marcare, in eguale modo, tutti gli ordini e gradi dell’insegnamento.
Questa premessa per introdurre, come detto, un tema che a me è sempre apparso centrale, anche se da molti trascurato. Il tema cioè della sostanziale mancanza fino ad oggi in ogni percorso formativo, quale essa sia, di una reale volontà volta all’educazione ai principi e ai valori del nostro Stato costituzionale. Così da trasmettere nella formazione di quella che sarà la parte attiva del Paese la “cifra” che dovrebbe caratterizzarne l’impegno civico e professionale.
Mi riferisco alla necessità di riconsiderare in modo più attento e fattivo l’insegnamento della educazione civica nelle scuole di ogni ordine e grado.
Un tema, questo che, come studiosi della Costituzione, ci ha sempre riguardato, ma che oggi più che mai, alla luce delle evidenti carenze che caratterizzano la crescita culturale della nostra società, dovrebbe impegnarci, come Associazione, a promuovere e sensibilizzare chi di tale formazione è il diretto responsabile.
Quale è il problema.
L’insegnamento dell’educazione civica nei vari ordini e gradi delle scuole trova oggi la sua disciplina nella l. n. 92 del 2019 e nelle successive linee guida ministeriali che ne hanno dato puntuale attuazione.
Tale legge ha avuto il merito di fare ordine su una serie di interventi, sia legislativi che amministrativi, i quali a partire dal D.P.R. n. 585 del 1958 (a firma del Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi e del Ministro della pubblica istruzione Aldo Moro) hanno disciplinato negli anni e con fortune diverse l’insegnamento della “educazione civica nelle scuole”.
2. All’atto dell’approvazione della legge all’educazione civica (allora denominata “cittadinanza e Costituzione”) non era stato ancora riconosciuto uno stato di disciplina autonoma. Associata, come era, a distinte materie di insegnamento (corrispondenti alle aree storico-geografica e storico-sociale). Di conseguenza, priva di un monte ore ad essa assegnato (così da essere del tutto dipendente dalle scelte discrezionali del singolo docente cui era stata collegata) e, soprattutto, mancante di una propria e distinta valutazione (v. d.l. n. 137 del 2008 convertito in l. n. 169 del 2008).
Un insegnamento, dunque che, nonostante il tempo trascorso dalla sua prima previsione e le molte modifiche intervenute, rimaneva caratterizzato quale disciplina ancillare di un curriculum formativo che, a dispetto delle molte sperimentazioni e dell’impegno profuso dalle singole scuole, non era ancora riuscito a raggiungere un suo soddisfacente consolidamento (S. Panizza, La rintroduzione dell’insegnamento scolastico dell’educazione civica da parte della legge n. 92/2019, con a fondamento la conoscenza della Costituzione. Tra buone intenzioni e false partenze, in “dirittifondamentali.it”, n. 2,2019).
Quali i principali cambiamenti introdotti dalla nuova legge che, a tutt’oggi, regola la materia.
Riassumendoli qui In breve sintesi, in primo luogo, il riconoscimento di una nuova “dignità” alla materia, quale insegnamento volto “a formare cittadini responsabili e attivi e a promuovere la partecipazione piena e consapevole alla vita civica, culturale, economica e sociale delle comunità nel rispetto delle regole, dei diritti e dei doveri”. Come tale finalizzata a sviluppare “nelle istituzioni scolastiche la conoscenza della Costituzione italiana e delle istituzioni dell’Unione europea per sostanziare, in particolare, la condivisione e la promozione dei principi di legalità, cittadinanza attiva e digitale, sostenibilità ambientale” (art.1).
Una materia, dunque, incentrata sull’insegnamento della Costituzione, quale strumento primario per assicurare una crescita culturale fondata sulla “condivisione e la promozione dei principi di legalità, cittadinanza attiva e digitale, sostenibilità ambientale”.
Una materia, poi, finalmente affrancata dalla sua dipendenza a singoli insegnamenti, ma ora impartita in modo autonomo e – principale novità - ad essi trasversale; con l’assegnazione, infine, di un proprio “monte ore” (fissato, nel minimo, ad almeno trentatrè ore annuali), e soprattutto di una sua autonoma valutazione (art. 2, comma 3 e 6).
Lascio ai pedagoghi e agli esperti del settore ogni ulteriore considerazione, che qui non interessa.
Ciò che invece ci riguarda sono gli scarsi risultati ottenuti da questa legge che, per condivisa opinione, ha fino ad oggi ottenuto ben poco successo.
Quello che appare, infatti, è l’assoluta insufficienza di un impianto che, al di là delle solenni dichiarazioni di principio, si è dimostrato non in grado di elevarla davvero dalla posizione ancillare da sempre ad essa riservata.
Tra le cause di questo insuccesso forse potremmo annoverare il divieto di possibili incrementi finanziari oltre che del personale scolastico e di ore eccedenti l’orario obbligatorio. Quest’ultimo, divieto, proprio per la scelta della trasversalità, evidentemente in grado di esporre la materia a facili contrazioni e trascuratezze (art.2, comma 7). Ma soprattutto ci pare rilevi l’obbligata declinazione di un tema, quello incentrato sulla Costituzione, in un elenco di contenuti dall’assurda ampiezza, che, benchè in parte razionalizzato nelle linee guida ministeriali, ha evidentemente risentito di tutti i limiti appena richiamati (art.3, commi 1e2).
È a fronte di tutto ciò, dicevo, e nella ferma convinzione dell’alto significato formativo di una materia che si concentri sulla educazione degli studenti ai fondamenti del nostro Stato Costituzionale, che mi è parso necessario sollevare il problema. Un problema divenuto, e quasi inutile dirlo, tanto più importante, quanto più pressato, come esso è, da una emergenza educativa che registra giorno dopo giorno profonde carenze nello sviluppo culturale delle giovani generazioni.
È mia convinzione, infatti, che un’Associazione come la nostra, che non voglia essere unicamente rappresentativa di un gruppo di studiosi, debba considerare seriamente il problema e farsi carico di iniziative che ne promuovano la soluzione. E ciò adempiendo non solo ad un dovere professionale che ci distingue come “costituzionalisti”, ma soprattutto rispondendo ad una sorta di impegno civile di fronte ad una realtà segnata dalla profonda crisi dei meccanismi della nostra democrazia.


