di Anna Mastromarino
Le dichiarazioni della Cassazione dello scorso gennaio non generano stupore. Possono deludere chi ritenga che i giudici della Suprema Corte avevano la possibilità, tenuto conto dei pressoché concomitanti accadimenti di Acca Larentia, di impostare un cambio di rotta rispetto a una giurisprudenza che dalle prime pronunce si è dimostrata reticente a dare piena efficacia giuridica tanto al dettato costituzionale, quanto alla legislazione repubblicana. È evidente che, pur non essendo vincolati, essi hanno preferito restare saldamente ancorati a un filone interpretativo fondato su precedenti che sin dalla loro pronuncia hanno lasciato in bocca un fastidioso retrogusto di accondiscendenza nei confronti di certa nostalgia fascista.


