Vittorio Angiolini è stato per noi che oggi lo piangiamo una figura sempre presente, vicino o meno che fosse fisicamente, come sempre accade quando il legame assume una profondità tale da superare i luoghi e i tempi della vita materiale. Siamo certi che così sia stato per tutti coloro che hanno condiviso con Lui percorsi di studio e di ricerca, lungo itinerari anche geografici che sembravano replicare, sviluppandoli, quelli del Maestro Giorgio Berti: Firenze, Milano, Ferrara e ovunque Vittorio lasciava il segno; lo lasciano ancora, e lo lasceranno sempre, le sue opere, con le quali ha contribuito significativamente all’evoluzione del diritto pubblico contemporaneo. La sua singolare capacità di guardare ai grandi temi di diritto costituzionale con il bisturi dell’amministrativista e alle questioni di diritto amministrativo con il grandangolo del costituzionalista (qui lo studioso dev’essere “ambidestro”, amava spesso ripetere!) costituisce il tratto distintivo del suo impegno, nei diversi ambiti in cui lo abbiamo visto protagonista in questi aspri, pieni di vita, quasi cinquant’anni: quello accademico, innanzitutto, quello dell’avvocatura e, non da ultimo, quello dell’impegno civile, sempre a fianco di movimenti, associazioni e privati per l’avanzamento dei diritti e per la crescita democratica di questo Paese che a Vittorio Angiolini e alle sue battaglie deve molto. Portano la sua firma battaglie fondamentali per i diritti civili e sociali: dalla rivoluzione bioetica innescata dal caso Englaro alle pronunce in tema di convivenze familiari e di procreazione medicalmente assistita, fino alla recente sentenza della Corte di giustizia sui contratti a tempo determinato nel settore scuola, a cui si aggiunge l’attività svolta in occasione dei referendum abrogativi e costituzionali che hanno segnato la storia recente del nostro Paese, ultimo quello costituzionale del marzo 2026.
In chi ne è stato allievo, collega e amico si affollano, in questo momento, tante immagini e ricordi, che riportano alla mente gli scambi di opinione e i confronti appassionati, ai quali Vittorio è sempre stato pronto, con la gentilezza, la brillantezza e la vis polemica che lo caratterizzavano: troppi per poterne fare una sintesi, come testimoniano anche gli innumerevoli messaggi pervenuti fin dal primo momento in cui la notizia della sua scomparsa ha cominciato a diffondersi: ognuno li conserverà dentro di sé come un tesoro prezioso.
Ricchissimo, d’altro canto, il suo lascito scientifico: dal franco e quasi “irriverente” intervento giovanile al convegno su La cultura delle riviste giuridiche italiane (organizzato a Firenze nel 1983 dai Quaderni fiorentini per la storia del pensiero giuridico moderno) ai suoi libri, ormai veri e propri classici del diritto: Gli organi di governo della Regione (1983), Necessità ed emergenza nel diritto pubblico (1986), La manifesta infondatezza nei giudizi costituzionali (1988), Diritto comunitario e diritto interno: profili costituzionali e amministrativi (1990, con Nicoletta Marzona), Riserva di giurisdizione e libertà costituzionali (1992), Costituente e costituito nell’Italia Repubblicana (1996), Il diritto degli individui (2005), Diritti umani. Sette lezioni (2012), Sulla rotta dei diritti (2016), pubblicati lungo un arco temporale punteggiato di interventi pubblici, articoli e saggi, che si segnalano tutti per l’acutissima intelligenza giuridica mai disgiunta da un’ineguagliabile capacità di penetrazione dei fatti e da una dissacrante ironia.
Al fondo di tutte le sue opere rimane, tuttavia, un senso profondo di insoddisfazione verso una scienza del diritto pubblico ancora legata a un certo modo di definire la propria “responsabilità”, sempre tributaria della finzione positivistica dell’individuo spogliato del potere e idoneo a divenirne titolare solo per “riflesso” dell’ordinamento statale, con il paradosso di diritti che vengono proclamati umani e al tempo stesso messi fuori dalla portata dell’uomo.
Uno dei possibili trait d’union della speculazione giuspubblicistica di Vittorio è allora proprio qui: nella ritenuta necessità che la scienza sappia resistere alla tentazione di immaginare qualcosa al di sopra del diritto e della Costituzione – una legge di natura, una “Grundnorm”, una “teoria generale” – cui tutto il sistema, giudice incluso, debba sottomettersi come al cospetto di una divinità laica, quasi a dover assicurare di esserne la pura e semplice fonte di riconoscimento. E invece, sembra dirci Vittorio, se qualcosa, dalla scienza giuridica, può essere presupposto non è affatto l’obbedienza ma la libertà, cioè la possibilità per l’uomo di scegliere “responsabilmente” se accettare il diritto o, avendone la forza, rifiutarlo.
Alla scienza, quindi, l’invito a non dimenticare che tra i vincoli “professionali” del giurista (e del giudice anzitutto) vi è anche quello di considerare l’uomo come è, immerso nella sua esperienza, nella sua irriducibile condizione esistenziale: un uomo presunto libero e coraggioso, signore dei propri diritti e consapevole delle sue responsabilità.
Quella libertà, quella forza e quel coraggio che Vittorio ha sempre dimostrato, giorno per giorno, nell’insegnamento, nella ricerca, nella professione, nella vita, anche quando questa lo ha chiamato a rendere ancora più marcate tali qualità.
Proprio per questo, forse, la notizia della sua scomparsa ha colto molti di sorpresa e ha lasciato a noi, che abbiamo avuto il privilegio del suo colloquio scientifico, della sua sensibilità e della sua amicizia, insieme al dolore lacerante della mancanza, un inguaribile desiderio di continuare il dialogo così penosamente interrotto.
Facciamolo allora con le sue stesse parole. Nelle pagine finali di Sulla rotta dei diritti, Vittorio descrive Carl Schmitt – eretto a simbolo della dottrina tedesca della prima parte del XX secolo – come un «giurista di terra», un uomo che non conosceva il mare, anzi lo temeva, in quanto luogo popolato da mostri.
Tu Vittorio, invece, eri un “giurista di mare”, hai amato la libertà dei mari e al mare – quello della tua Versilia ma anche l’“alto mare aperto” dello spirito – hai dedicato la copertina di quel tuo ultimo libro, con l’immagine della barca, spavaldamente in navigazione, che si lascia alle spalle tutto il dramma racchiuso in densi e minacciosi nuvoloni. È una barca salpata dal molo della tua Viareggio e, in quella immagine, la celebre frase di Mario Tobino «in te son nato e in te spero morire» sembra oggi racchiudere la cifra del tuo pensiero, suonando come il tuo saluto più dolce.
Maria Agostina Cabiddu e Marco Magri


