Non è mai facile scrivere il ricordo di un maestro vero, anche per il sentimento di inadeguatezza che si prova o si dovrebbe provare. Tantomeno lo è se la persona che si ricorda è il proprio maestro: qui si aggiunge l'inevitabile carico di ricordi personali, interni ed esterni alla professione accademica, con il rischio che la rievocazione diventi, anche inconsapevolmente, un'occasione per parlare di sé e non di lui.
In ambito universitario, come in altri, all'origine del rapporto con il maestro sta anzitutto e sovente la scelta fatta dall'allievo: tu capisci che quella è la persona giusta per avviarti e accompagnarti sul sentiero, mai facile, della ricerca e della didattica. Fu così per me, fu così per Giuseppe (Memmo) Floridia, a lui carissimo, come per altri allievi. Il professore Sorrentino non ingaggiava, ma incoraggiava, senza mai edulcorare possibili asprezze del cammino.
Era un professore esigente, certo, sia con gli allievi (quale fra i suoi allievi non ha in qualche cassetto un testo mai pubblicato, perché il maestro non era convinto della sua bontà?), sia con gli studenti (soprattutto durante gli anni genovesi superare l'esame di diritto costituzionale con lui richiedeva uno studio attento e il rischio di ripeterlo anche più volte non era da sottovalutare...). Uno che non faceva sconti, anzitutto a sé stesso prima che agli altri: sta qui la ragione del buon rapporto che egli sempre ebbe anche con gli studenti, i quali potevano beneficiare di una serietà e di una dedizione che anche l'accumulo di esperienza accademica non portò mai a diminuire. Ancora oggi, quando capisco che qualche mio allievo giovane si stupisce nel vedermi preparare una lezione, anche su oggetti che sa essere nelle mie corde, non ho difficoltà a dirgli che questa abitudine è un lascito, uno dei tanti, del mio maestro.
Queste sue caratteristiche spiegano perché, anche in queste ore, siano molteplici le testimonianze (sui social o attraverso posta elettronica e messaggi vari) di colleghi e colleghe che ne sottolineano proprio gli aspetti di competenza e umanità, di rigore e insieme di attenzione: insomma, una persona esigente, ma, appunto, esigente anzitutto con sé stesso, e che riusciva a trasmettere questa caratteristica agli altri. Lo stesso accadde quando, nel 2022, decidemmo di onorarlo, in vista dei suoi ottant'anni, con un volume di scritti suoi, articolati in diversi capitoli affidati a introduttori, scelti insieme a lui, che comprendevano sia i suoi allievi, sia colleghi e colleghe che con lui avevano avuto un rapporto particolare. Li voglio ricordare tutti, proprio perché il loro elenco testimonia esattamente questo aspetto di grande simpatia che Federico ha sempre raccolto nel mondo accademico: in ordine alfabetico, Adele Anzon, Gaetano Azzariti, Sergio Bartole, Roberta Calvano, Lorenza Carlassare, Pasquale Costanzo, Antonello D'Atena, Michele Francaviglia, Federico Ghera, Riccardo Guastini, Massimo Luciani, Valerio Onida, Cesare Pinelli, Eleonora Rinaldi, Giancarlo Rolla, Nicola Viceconte, Gustavo Zagrebelsky.
Quanto al profilo scientifico, sin dai primi scritti giovanili Federico Sorrentino si afferma come un autore che, quando si occupa di un tema, diventa un ineludibile punto di riferimento per i successivi studiosi. Questo vale già per lo scritto, che rielabora la tesi di laurea, sui conflitti di attribuzione tra poteri dello Stato, e vale per quello sugli statuti delle regioni ad autonomia ordinaria e per quelli sul referendum abrogativo a pochi mesi dall'entrata in vigore della legge n. 352/1970. A maggior ragione vale per i due volumi su "Corte costituzionale e Corte di giustizia delle Comunità europee", dove si tratteggia un completo affresco dei rapporti tra ordinamento interno e ordinamento sovranazionale, nel dialogo, mai appiattito, con la Corte costituzionale e con la Corte di Lussemburgo. C'è una ragione che spiega questa significatività scientifica del professor Sorrentino: le sue letture erano sovrabbondanti rispetto quanto poi veniva consegnato nello scritto. Ricordo quando mi disse, a margine di una conversazione dedicata ad altri temi, che una nota di poche righe, nel suo lavoro del 1972 sull'abrogazione all'interno dell'unità dell'ordinamento giuridico, gli era costata parecchie settimane di studio, perché aveva valutato di dover approfondire la figura e l'opera di Adolf Merkl (tra l'alro, allora non ancora tradotto in italiano). Un'indicazione quanto mai preziosa.
C'è un metodo proprio di Federico Sorrentino? In apparenza, non è un metodo originale, quello dell'approccio per principi, ma la sua peculiarità sta nella cura con cui egli evita i rischi dell'astrattezza e dell'arbitrio che le impostazioni per dire così principialiste possono lasciare trasparire. In particolare, e qui lasciamo parlare Sorrentino, il rischio di astrattezza viene da lui fugato alla luce di una convinzione secondo cui "il diritto è principalmente uno strumento per la risoluzione di controversie di quanti lottano per l'affermazione della giustizia e che quindi casi senza i principi esibiscono una scienza giuridica cieca e principi senza i casi una scienza giuridica vuota" (la citazione è tratta dall'ultima lezione, quella del maggio 2012, svolta alla Sapienza: come altri passaggi di quella stessa lezione, essa costituisce una sorta di testamento scientifico-spirituale del maestro).
Casi e principi. Di questa sua convinzione, Sorrentino dà prova anzitutto nei lavori dedicati alla riserva di legge, i quali partono da uno scavo empirico, cioè dalla rassegna di tutte le decisioni in cui la Corte costituzionale aveva avuto modo di imbattersi in questo istituto, ma quello scavo empirico è illuminato da alcuni principi e a sua volta dà vita a conclusioni che permettono di declinare meglio quei principi e che daranno poi luogo a quella sintesi del suo pensiero nella nota voce Riserva di legge sull'Enciclopedia del diritto. Naturalmente il "metodo Sorrentino" si trasferisce poi in misura organica nelle Lezioni sulle fonti del diritto: anche queste, come già quella sulla riserva di legge, recano un titolo anodino e umile, ma chi ha potuto seguire l'evoluzione delle diverse edizioni delle Lezioni sulle fonti sa bene che dietro all'aggiornamento, collegato alle modificazioni legislative e giurisprudenziali, c'è sempre una verifica attenta di ciò che queste modificazioni comportano in ordine allo svolgimento del pensiero dell'autore relativamente ai singoli istituti e alle singole fonti del diritto.
La "cifra" più significativa dell'apporto scientifico di Federico Sorrentino agli studi del diritto costituzionale mi sembra tuttavia quella dello stretto nesso tra l'approfondimento tecnico-giuridico e la considerazione delle implicazioni lato sensu politiche del diritto stesso. Anche in questo caso, conviene lasciare parlare il maestro, in un fondamentale lavoro del 1985 per gli "Scritti Crisafulli", intitolato Strumenti tecnici e indirizzi politici nella giurisprudenza della Corte costituzionale (scritto nel quale si riproducevano i primi risultati di una davvero pionieristica ricerca sulla giurisprudenza costituzionale, anche utilizzando gli allora incipienti strumenti informatici): rispetto alla duplice insufficienza di limitarsi allo studio dei meccanismi tecnico-processuali attraverso i quali il giudice opera, e di studiare le pronunce del giudice in termini esclusivamente politici, trascurando "che esse scaturiscono principalmente da un processo governato da regole dalle quali il giudice normalmente non decampa", Sorrentino propone la considerazione combinata delle scelte interpretative e dell'uso degli strumenti processuali a disposizione del giudice quale base per una corretta valutazione delle opzioni compiute da quest'ultimo "e quindi, anche attraverso la successione e l'accostamento di queste valutazioni in riferimento alle diverse pronunce, ad un giudizio critico sulle sue scelte e sui suoi indirizzi politici". Il maestro non rinuncia mai, quale che sia il contesto, all'indipendenza dello studioso, purché ancorata sempre a una base di diritto positivo: sul punto, è fondamentale un passaggio del suo commento alla sentenza della Corte costituzionale n. 1 del 2013 in tema di distruzione delle intercettazioni del Presidente della Repubblica: "Chi scrive sa bene che la Costituzione racchiude fondamentalmente una serie di principi che, connessi tra loro, indicano l'assetto delle nostre istituzioni, la forma di governo e la forma di Stato, onde ritiene indispensabile fare ad esso riferimento per l'interpretazione del testo costituzionale e per la soluzione dei problemi che esso pone, ma rivendica energicamente all'interprete il compito e la funzione di trarre quei principi dalle disposizioni normative (scritte) piuttosto che queste da quelli".
Vi saranno altri momenti per ricordare il professore Federico Sorrentino e uno di questi momenti non potrà non essere promosso dall'Associazione italiana dei costituzionalisti che egli presiedette (eravamo ancora negli ultimi tre anni dello scorso secolo) e alla quale seppe infondere uno slancio innovativo senza mai, tuttavia, indulgere ad atteggiamenti dirigistici.
In questo momento il pensiero va alla famiglia Sorrentino: alla moglie Elena, ai figli Adriano, Gisella (con gli amatissimi ancorché geograficamente lontani nipoti) e Antonio, alla sorella Franca, senza scordare la davvero indimenticabile prima moglie Giulietta, prematuramente mancata ormai quindici anni fa. La famiglia sa che, anche negli affetti privati, Federico Sorrentino era esigente, ma anzitutto con sé stesso.
Caro Federico, noi tuoi allievi, che abbiamo potuto sperimentare e beneficiare dei tuoi tanti doni, insieme alle nostre famiglie (in particolare alla mia, verso la quale hai sempre dimostrato grande benevolenza e grande affetto), non possiamo che ricordarti con struggente nostalgia.
Che il Signore della vita, nel quale hai sempre, con sobrietà ed essenzialità, ma altresì con ferma determinazione, creduto, possa accoglierti come meriti.
Renato Balduzzi


