Fra i tanti ricordi in suffragio del prof. Loiodice, due in particolare aiutano a meglio descriverne i tratti caratterizzanti.
Il primo è quello di Renato Balduzzi, che ha ricordato “la figura di giuspubblicista di tempra, caposcuola riconosciuto di generazioni di studiosi, sempre attento agli snodi tra libertà ed eguaglianza […]”.
Il secondo è quello di Enrico Grosso, che ha rimarcato i caratteri di “una persona generosa e libera”.
Ed effettivamente, quello del giuspubblicista di tempra, generoso e libero, è forse il profilo che maggiormente rende ragione della straordinaria avventura scientifica, accademica, professionale e soprattutto esistenziale del Maestro; un’avventura tutta imperniata sulla centralità della persona umana, colta all’interno dei fenomeni sia macro-sociali (Stato, Regioni, Mezzogiorno, enti locali, ecc.) e sia micro-sociali (povertà, ingiustizie, vessazioni del potere pubblico, ecc.). Così che – come ha scritto nell’ultimo lavoro pubblicato quasi postumo – «l’actio finium regundorum tra diritto, morale e religione, non può essere sufficiente; talvolta, trova difficoltà a risolvere i problemi profondi della “giustizia”, crea ostacoli ad attivare un diritto che abbia come protagonista l’uomo come persona e che costruisca la società come “terreno” naturale per l’uomo ed il suo sviluppo pluridimensionale» (Id., Interpretazione costituzionalmente adeguata e il legato giuridico per Leone XIV (ausilio all’interpretazione giuridica per i diritti e le libertà costituzionali), in Stato Diritti Autonomie Europa. Scritti in onore di Stelio Mangiameli, Torino, II, 746).
E così, non solo non c’è stata discontinuità fra i distinti ambiti d’intervento giuridico ove Egli ha operato, permanendo su tutti «il compito del diritto già consolidato dai giuristi romani: “omne ius hominum causa constitutum est”» (ivi, 735); ma nemmeno c’è stata resistenza a reggere l’impeto della sua iniziativa da parte dei tradizionali confini politici (destra-sinistra), scientifico-disciplinari (diritto costituzionale-diritto comparato) e accademici (scuole di riferimento) coinvolti, così che talora non ha esitato a passare dall’altra parte con conseguente scandalo di tanti. E tuttavia, non si trattava di cambiare schema o appartenenza, bensì di proseguire nel proprio impegno, tenendo conto delle dinamiche intercorse e anticipando i passaggi storici incombenti.
E così, attento alla realtà, Egli riusciva a guardare più lontano.
Emblematica è stata la teorizzazione della libertà d’informazione come principio costituzionale e come diritto soggettivo caratterizzante le fonti dell’informazione a tutela dei destinatari, già elaborata nel 1967 (edizione provvisoria) e ultimata nel 1969 nell’apposito volume pubblicato nella collana della Facoltà giuridica di Napoli. In linea con l’approccio metodologico sperimentato negli stessi anni da Giorgio Lombardi, Suo incomparabile riferimento e amico, l’interpretazione sistematica non è stata limitata al piano strettamente positivo, venendo piuttosto rapportata alle caratterizzazioni storiche, culturali e sociali del sistema, così da rimanere incardinata nella realtà del testo costituzionale.
Con pari lucidità gli studi si sono orientati a ricostruire i fondamenti costituzionali della disciplina concernente gli avvocati, i medici e anche i consumatori. Al contempo, le fonti del diritto sono state oggetto d’attenzione sin dal 1964: le leggi di esecuzione dei trattati internazionali sono state indagate come leggi rinforzate, denominate “tipiche” (secondo la terminologia di Sica e di Spagna Musso); gli statuti regionali sono stati presentati nella dimensione anche politica; per arrivare, infine, ai regolamenti dell’università e ai fenomeni dell’autonomia in genere, come il tema del referendum (pubblicato nell’Enciclopedia Treccani), quello dell’eccesso di potere legislativo (pubblicato negli scritti degli allievi offerti ad Alfonso Tesauro) e quelli infine riguardanti la giustizia costituzionale.
Il criterio interpretativo è stato spinto sino all’indagine del costituzionalismo latino percorsa da Pierangelo Catalano, differente da quello organicista o germanico per l’accento sulla persona umana anziché per l’attenzione alle strutture. Le fonti non giuridiche sono state impiegate quale ausilio dell’interpretazione specie costituzionale; la stessa dottrina sociale della Chiesa è stata intesa quale fonte extragiuridica “incorporata” nella prima parte della Costituzione, con l’effetto di trasferire i temi del diritto naturale nella prospettiva dell’attuazione costituzionale e dell’interpretazione costituzionalmente adeguata.
La medesima sensibilità è emersa negli scritti comparatistici. In questi l’attenzione è stata portata verso il metodo comparatistico, per arrivare alle questioni riguardanti l’ordinamento universitario nell’America Latina, gli studi sulla Costituzione albanese e sull’Avvocato del popolo nello stesso ordinamento.
Anche gli studi sui profili amministrativistici, come ha ricordato Giuseppe Abbamonte, hanno manifestato una pari sensibilità costituzionale: la conoscibilità dell’attività amministrativa, il ruolo degli ospedali, la sanità, i comuni, le province, le opere pubbliche, la delega di funzioni amministrative, il linguaggio della pubblica amministrazione, il processo amministrativo come strumento di partecipazione, i capitolati speciali, le cooperative edilizie, i parchi naturali, i controlli ed i procedimenti disciplinari forensi; varietà di temi che attingono a riferimenti costituzionali efficacemente utilizzati e portati nella dimensione sistematica.
E tuttavia, a guardare più da vicino, l’impegno profuso in tanta produzione scientifica e professionale è stato un tutt’uno con quello più propriamente umano. Determinante è stata la (ri)scoperta della fede; una fede raggiunta tardi, così da fargli dividere la propria esistenza fra un prima e un dopo; e ciò alla stregua di sant’Agostino, che più tardi confessò: “Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai. Tu eri dentro di me ed io ero fuori. […] Lì ti cercavo. Tu eri con me, ma io non ero con te. […] Mi chiamasti, e il tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti, e il tuo splendore dissipò la mia cecità”.
In questo nuovo abbraccio la Sua generosa umanità ha trovato il sostegno per reggere le contraddizioni e difficoltà della vita, andando avanti sempre pimpante (come tanti Colleghi hanno ricordato con incredula e sorridente ammirazione); soprattutto, ha trovato il sostegno per riuscire a cogliere e condividere le tante sofferenze della vita degli altri, sia vicini che lontani. Manifestava sempre una straordinaria capacità di comprensione, di empatia, di sapere dire le cose giuste: quelle in qualche modo capaci di correggere e raddrizzare le storture in atto sul piano sia umano e sia eventualmente istituzionale e professionale. Per tutti c’era sempre un segno di speranza.
Nel corso di uno degli ultimi giubilei face una confidenza che ben ne delineava la personalità. Sul telefonino aveva redatto l’elenco delle persone decedute, cui aveva deciso di pregare per ottenere l’indulgenza plenaria e favorire l’ingresso in Paradiso. Fra queste c’erano le persone più disparate e inimmaginabili. C’era addirittura Frank Sinatra. Disse d’aver ricevuto tanto dalle sue canzoni e che quindi avrebbe dovuto ricompensarlo in pari modo. E aggiunse sorridendo che così, al momento del proprio trapasso in Cielo, sarebbero stati tanti ad accoglierlo.
Camminando nella fede, riusciva ad affrontare le delusioni per gli accadimenti ingiusti e avversi senza covare rancore, o astio. Diceva che era sufficiente applicare “la strategia dell’attenzione” di Aldo Moro, rifuggendo da ogni tentazione vendicativa.
Camminando nella fede, soprattutto, percepiva gli avvenimenti di Grazia e i miracoli che sempre dispensa il Signore a chi lo invoca con cuore sincero. È accaduto così anche con riguardo all’indagine giudiziaria sui concorsi universitari, che tanto gli è costata in termini di umiliazione, al punto che nemmeno fu possibile organizzare in Università la presentazione degli Scritti in Suo onore, per non fornire l’occasione del colpo di teatro delle manette in diretta televisiva. Una volta, passeggiando fuori dallo studio, confidò d’aver saputo che era pronto l’ordine d’arresto, aggiungendo però di non temere, perché stava recitando la novena alla Madonna di Pompei, la quale certamente avrebbe fornito il necessario aiuto. Ovvio lo sconcerto per la notizia e per quanto prospettato in ordine alla soluzione. Eppure, fu così! Giorni dopo raccontò la successione degli avvenimenti, che fecero svanire una simile evenienza e che infine portarono all’archiviazione.
Ora è salito in Cielo. È morto il 3 luglio, giorno in cui la Chiesa festeggia la memoria di San Tommaso, l’apostolo rimproverato da Gesù per l’incredulità sulla sua resurrezione. Sorpreso dalla carnalità della rivelazione fisica di Gesù, Tommaso si limitò a esclamare con commozione: “mio Signore e mio Dio”, senza aggiungere altro. Basta la semplicità del riconoscimento, per rendere lieto il cuore dell’uomo.
Le stesse parole, con la medesima commozione, ora il Professore potrà invocare nel punto saliente della Sua esistenza: “mio Signore e mio Dio”. E che continui a curarsi di noi, sostenendo le nostre fragilità.
Raffaele Guido Rodio
Vincenzo Tondi della Mura


