Con la morte di Adele Anzon (per noi tutti, Lilita), si riduce ulteriormente la piccola comunità degli allievi diretti di Vezio Crisafulli. Il quale, succeduto a Carlo Esposito alla guida della scuola romana di diritto costituzionale, ha poi lasciato il testimone ad altri grandi maestri, a cominciare da Aldo M. Sandulli, che letteralmente “adottò” gli allievi di Esposito e Crisafulli.
Lilita appartiene alla generazione formatasi dopo la morte di Esposito: ai giovani, cioè, che per primi elaborarono la propria tesi di laurea sotto la guida di Vezio Crisafulli, come – tra gli altri – Federico Sorrentino, Damiano Nocilla, Sergio Panunzio e lo scrivente.
A quanto ricordo, quegli anni furono entusiasmanti. Il carisma del maestro e il suo impegno in quel laboratorio che era la rivista “Giurisprudenza costituzionale, ci contagiò tutti: i “vecchi” allievi di Esposito e i neofiti crisafulliani. L’impegno nella Rivista era un passaggio obbligato per tutti noi, poiché non eravamo incoraggiati ad elaborare immediatamente la monografia con cui ci saremmo presentati alla libera docenza (che richiedeva forze più sperimentate), ma a concentrare le nostre energie sulle opere dette minori, come articoli, e, soprattutto, note a sentenza: un genere letterario oggi negletto, ma tra i più complessi e formativi, il quale educa a costruire il proprio ragionamento, contrapponendo argomento ad argomento, con rigore e coerenza logica, senza sconti.
Ciò che teneva insieme quella compagine non era una dottrina (o un catechismo), ma un metodo, il quale ha consentito a ciascuno di sviluppare autonomamente la propria personalità scientifica, con differenze reciproche anche molto marcate. Una scuola, infatti, come Crisafulli aveva scritto ricordando Vittorio Emanuele Orlando, non è una gretta chiesuola dove i migliori sono i più zelanti ripetitori del pensiero del maestro, ma è concordia discors, tra studiosi non accomunati dai risultati, ma dall’approccio critico (e, quindi, dalla verificabilità – o, popperianamente, dalla falsificabilità – degli apporti di ciascuno).
Questo ambiente plurale, in cui si celebrava il libero confronto delle idee, era, per la giovane Lilita, un habitat ideale. Un habitat, nel quale, sin dai suoi primi lavori, ha potuto sviluppare quelle doti di rigore e di anticonformismo intellettuale che ne avrebbero contrassegnato l’intero cammino scientifico. Doti, cui non sono mancati significativi riconoscimenti da parte della nostra comunità scientifica. Si pensi che è stata la prima Presidente di una delle più prestigiose associazioni costituzionalistiche italiane: il “Gruppo di Pisa, nato nel 1990, di cui fanno parte numerosi colleghi provenienti da tutte le Università del Paese. E che – come ella scrisse – ebbe anche il merito storico di offrire ai giovani costituzionalisti un podio dal quale parlare ed essere ascoltati da una platea di colleghi e “maestri” (il virgolettato è suo).
Non è, ovviamente, possibile, in questa sede riassumere in poche battute la ricchezza della sua produzione, che ha spaziato tra i più diversi ambiti del diritto costituzionale: dalla giustizia costituzionale alla Costituzione europea, dalle fonti del diritto al Consiglio superiore della Magistratura, dal segreto di Stato al diritto comparato (con particolare riferimento alla Germania, di cui era una profonda conoscitrice, come testimoniano la monografia sulla Bundestreue e la traduzione, in collaborazione con Jörg Luter, del Grundgesetz, con introduzione di Peter Häberle). Non c’è dubbio, tuttavia, che successivamente alla riforma del tit. V Cost. la sua riflessione si sia particolarmente concentrata sulle tematiche del federalismo e del regionalismo, sollecitata, in questo, oltre che dalle riforme costituzionali e dalla particolare creatività della giurisprudenza della Corte costituzionale in quella stagione pionieristica, dalla titolarità dell’insegnamento del diritto regionale nell’Università “Tor vergata” di Roma.
C’è però un aspetto della sua personalità scientifica che non può essere taciuto. Mi riferisco al suo coraggio nella difesa di posizioni di cui era convinta, anche quando le sosteneva in pressoché totale solitudine. Mi riferisco inoltre all’assoluto rigore con cui intendeva il mestiere del costituzionalista, soprattutto di fronte alle sollecitazioni generate dal tumultuoso avvicendarsi delle ipotesi di riforma, da allora susseguitesi a ritmo sostenuto.
In relazione al primo punto, non può non richiamarsi un articolo pubblicato, nella Rivista AIC, nel 2018 (e coerente con una serie di prese di posizione da lei assunte anche in sede associativa). Si tratta del lavoro intitolato “Dignità delle donne e parità tra i sessi nell’accesso ad uffici pubblici e cariche elettive”, nel quale – come è esplicitato dal sottotitolo – reagisce alle proteste di costituzionaliste e costituzionalisti per l’assegnazione a soli uomini di tutte le “posizioni” parlamentari allora disponibili. A suo giudizio, infatti, sarebbe proprio la dignità della donna ad esigere che le assegnazioni siano sex blinded. L’incontrovertibile squilibrio di fatto nella presenza dei due sessi nelle assemblee rappresentative, infatti, non dovrebbe essere affrontato trattando le donne – come lei scriveva – alla stregua di esemplari di una “specie protetta”.
Non è qui il caso di considerare il merito di una questione così complessa. Quello che non può non colpire è la capacità di contrapporsi alla stragrande maggioranza dei colleghi, per sostenere tesi delle quali il meno che può dirsi è che siano impopolari. Le quali espongono, fatalmente, il proprio autore a pagare il prezzo dell’isolamento. Un prezzo – sia consentito aggiungere – che non gode di una propensione particolarmente diffusa.
Non meno significativo è l’articolo sul ruolo dei costituzionalisti, anch’esso apparso nella Rivista dell’Associazione (n. 1/2017), che si inserisce nel dibattito sviluppatosi sulla riforma Renzi-Boschi (alla quale andavano i suoi favori, a quanto risulta da una serie di scritti dell’epoca). Però il punto su cui si intrattiene in quell’articolo non è rappresentato dal merito della riforma, ma dagli argomenti di ordine costituzionale avanzati al riguardo (soprattutto per contrastarla). Come l’argomento secondo cui l’elezione indiretta del Senato avrebbe inferto un insopportabile vulnus al principio democratico, la tesi secondo cui la riforma avrebbe presentato una carica addirittura “eversiva” o quella secondo la quale al Governo sarebbe inibita l‘iniziativa legislativa in materia di revisione della Costituzione. Tutti argomenti, la cui consistenza tecnica è – se ci si vuole esprimere con un eufemismo – vacillante.
L’autrice ovviamente riconosce che “anche allo studioso del diritto costituzionale spetta, come a qualunque cittadino, di formarsi un giudizio anche propriamente politico sui vari passi del testo legislativo e [...] di schierarsi a favore o contro uno dei possibili esiti obbligati del referendum”. Il problema, però, sorge – aggiunge – “quando questo studioso è interpellato o si presenta nella discussione pubblica in questa sua specifica veste e non in quella di comune cittadino”. In questo caso, dovrebbe rigorosamente distinguere gli argomenti tecnico-giuridici dagli apprezzamenti di opportunità politica, “considerando – è sempre lei che parla – il testo da valutare come ineliminabile punto di partenza e conducendo la propria analisi secondo le regole, lo stile e il linguaggio del giurista, mediante il confronto tra tesi diverse”.
È il richiamo a principi deontologici in cui ritrovo l’insegnamento dei nostri grandi Maestri. E che presenta una permanente attualità.
Non posso concludere questo breve ricordo senza un cenno di carattere personale. Mi riferisco al suo stile semplice e riservato, al suo modo di esprimersi molto diretto (quando non ruvido), all’ombrosità che traspariva talvolta dalle sue reazioni. Dietro tutto questo, c’era una delle persone più altruiste che io abbia conosciuto. La cui generosità ha trovato un’ultima, commovente, testimonianza nella sua volontà di mettere i suoi organi a disposizione di quanti affollano le liste d’attesa dei centri trapianti.
Antonio D’Atena


