Il Presidente Luciani, ricordando sul nostro sito Stefano Rodotà, ha scritto giustamente che la sua scomparsa “è una grande perdita per la comunità dei giuristi, anche per quella sua parte che dedica il proprio impegno allo studio della Costituzione”.

Con Rodotà si chiude un pezzo significativo della storia della mia generazione di giuristi, e specialmente di costituzionalisti: anzi, direi ancor meglio, di costituzionalisti appassionati soprattutto al tema dei diritti e delle garanzie, quindi della giustizia costituzionale, e appassionati anche di politica (vera).

Appena appresa la notizia della sua scomparsa, ho ripreso in mano i fascicoli delle prime annate di “Politica del diritto”, la rivista da lui fondata e diretta. Luglio 1970: un anno di novità e di sommovimenti nel nostro ordinamento, dallo statuto dei lavoratori al divorzio all’avvento delle Regioni ordinarie. Riguardando quei fascicoli, due cose specialmente mi hanno fatto riflettere.

La prima è la rubrica dei “commenti”, che, dopo l’editoriale anonimo, aprono ogni fascicolo. Sono numerosi, e non sono firmati (a parte alcuni casi in cui vengono pubblicate più note sullo stesso argomento, con l’indicazione degli autori). Una prassi che, se non ho visto male, continua immutata fino al primo fascicolo del 1979: dopo di allora anche i commenti sono firmati. Non sono dunque scritti “scientifici”, o meglio “accademici”, da ascriversi a questo o quell’autore, anche se in ogni numero compare l’elenco di coloro che “hanno collaborato alla redazione di questo numero” (anch’io qualche volta ebbi modo di scriverne, pochi in verità; e non sono nemmeno sicuro di riuscire sempre a ricordarli e riconoscerli). Gli autori non potevano includerli fra le proprie pubblicazioni da utilizzare in sede concorsuale, ma essi esprimevano il pensiero “politico” della Rivista. E non è detto che non fossero, anche singolarmente, il frutto di un lavoro “collettivo” (ho memoria di una volta in cui Giuliano Amato – che evidentemente dirigeva l’opera comune, insieme a Stefano e forse a qualcun altro - mi telefonò per dirmi che un “commento” da me scritto era stato da lui risistemato).

Questo apparente dettaglio connota la Rivista e il suo intento: quello appunto di parlare di “politica” e non solo di diritto, oltre che di far parlare non solo la scienza giuridica, ma anche le altre scienze sociali. L’editoriale del primo numero parlava infatti della necessità di superare “il presupposto della netta separazione tra diritto e politica”, in cui i giuristi perdono “ogni rapporto con i problemi reali della società” o si limitano a svolgere il ruolo di “consigliere (molto deferente) del principe”. E la politica della Rivista era la politica di un gruppo, se vogliamo di un gruppo “di tendenza”, anche se non certo di un “partito” organizzato. La rivista dei giuristi “di sinistra”? In dialettica con essa, tre anni dopo, nasceva una rivista (che definire di giuristi “di destra” sarebbe sicuramente improprio, leggendo i nomi dei direttori e redattori), ”Diritto e Società”, nel cui primo numero  Giovanni Cassandro (Il “fare” del giurista) prendeva proprio spunto polemico dal primo editoriale di “Politica del diritto”.

La seconda cosa che ho ritrovato è la grande attenzione rivolta da “Politica del diritto” all’attività, agli atteggiamenti e al ruolo della Corte costituzionale (non solo da parte di Stefano Rodotà, ma anche, fra gli altri, di Carla Pogliano Rodotà, per tanti anni assidua “frequentatrice” e studiosa della Corte, e il cui nome compare costantemente fra i collaboratori dei primi numeri della Rivista): a partire dal saggio, sul primo numero, di Stefano Rodotà su “La svolta «politica» della Corte costituzionale”, e sempre con esplicita considerazione e valutazione, anche critica, del significato e della portata “politici” delle sue pronunce.

Forse oggi andremmo più cauti nell’identificare la “politica” della Corte, tenendo anche conto che a distanza di cinquant’anni si è attenuata – ma non è certo scomparsa – la contrapposizione intrinseca fra un ordinamento legislativo in massima parte pre-costituzionale (e spesso anti-costituzionale) e la “novità” della Costituzione repubblicana, affidata per tanti aspetti alla Corte per la sua prima attuazione. Ma in ogni caso, anche di fronte al manifestarsi di altre istanze giudiziarie, nazionali e sovranazionali, a loro volta portatrici di ruoli “politici”, il pensiero e gli scritti di Stefano Rodotà stanno a dirci che la “politica del diritto” – e in definitiva la “politica” tout court – è qualcosa di ben più nobile e  più necessario al progresso umano di quello che oggi tanto spesso tende ad apparirci come un puro scontro di poteri personali o una corsa ad accaparrarsi il consenso (e il potere), non in nome di “valori”, ma di  paure o di piccoli interessi.

Grazie, Stefano!

Valerio Onida

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