Capita a volte anche ai giuristi di dover scrivere parole che non hanno a che fare con la riflessione astratta, con il distaccato ragionare per sillogismi, con il puntiglioso sistemare gli schemi di quel dover essere che ci illude di dominare una realtà che invece sfugge a ogni controllo, ma sono fatte di ricordi vivi, profonda commozione, tristezza. Insomma nascono dalla vita vera. Capita perché questa vita è altro, è il tempo che corre, è il mistero di un inafferrabile succedersi di eventi, talvolta lieti, più spesso tristi, che occupano la breve esistenza di ciascuno di noi, quale che sia l’attività con cui cerchiamo, in fondo, solo di ingannare l’inesorabile. E la vita è fatta purtroppo anche di separazioni, di addii che sappiamo essere inevitabili, e che tuttavia ci lasciano sempre attoniti, incapaci di reagire, fermi a farci domande che però – lo sappiamo bene – non avranno risposta.

Manlio Mazziotti di Celso ci ha lasciato, e se n’è andato con Lui uno dei punti di riferimento della nostra vita, non solo accademica. Lo avevamo incontrato agli inizi del nostro percorso, quale relatore di tesi di laurea o quale coordinatore del Dottorato in Diritto costituzionale alla Sapienza (cui avevamo avuto accesso nel medesimo ciclo). Subito avevamo compreso che quell’austero Professore avrebbe potuto essere per noi una guida preziosa, ci avrebbe imposto un impegnativo ma indispensabile confronto per mettere alla prova la plausibilità delle nostre aspirazioni universitarie, per acquisire un metodo di ricerca che nei Suoi scritti, nelle Sue lezioni, e nel Suo stesso parlare di diritto si traduceva in un ragionare nitido, esemplarmente lineare, talvolta severamente stringente, ma sempre acuto e comprensivo nei confronti della personalità di chi aveva di fronte. Lo avremmo seguito per oltre trent’anni e fino a oggi, gratificati dalla Sua saggezza e onorati della Sua amicizia. Come lo hanno seguito i moltissimi studenti che, direttamente o tramite i Suoi libri di Lezioni di diritto costituzionale, trasfusi in seguito nel Manuale, si sono giovati, nel corso degli anni, delle Sue esemplari capacità didattiche. Lo stesso nitore espositivo, accompagnato da una grande lucidità di analisi e capacità di cogliere in anticipo le innovazioni concrete dell’assetto costituzionale, si trova nei lavori più strettamente scientifici, come le monografie sul diritto al lavoro (1956), sulla potestà legislativa delle Regioni (1961), sulla libertà di espatrio (1966) e su quella di riunione (1969), sui conflitti di attribuzione tra i poteri dello Stato (1972), nonché nella più recente Storia breve delle istituzioni italiane dal 1900 al 1994 (2000), che testimonia, oltre all’interesse dell’Autore per i temi storici, la Sua capacità di fornire sintesi magistrali di ampi periodi temporali. E la prospettiva dell’integrazione europea, sulla cui natura costituzionale ha poi espresso dubbi di non poco rilievo, è stata oggetto di uno dei suoi primi scritti nel 1953.

Salvo una rara e breve eccezione, allorché Livio Paladin, allora ministro, Gli chiese di far parte della Commissione paritetica relativa alla Regione siciliana, Manlio Mazziotti non ricoprì cariche istituzionali, più volte respingendo le lusinghe della politica.  Con lo stesso stile, si teneva lontano dalle contese accademiche e invitava gli allievi tutti a non seguire i pettegolezzi che spesso avvelenano la vita universitaria. Durante la sua permanenza come Professore “decano” di Diritto costituzionale alla Sapienza, ha voluto proseguire la tradizione di un unico ciclo di seminari tenuti dai collaboratori delle cattedre, così assicurando quel clima di collaborazione e di scambio che ha cementato più di una generazione di studiosi romani. Perché riteneva che il dottorato di ricerca non dovesse limitarsi a un semplice corso avanzato di studi, ma dovesse essere vera e completa palestra di formazione per i giovani destinati alla carriera accademica.

Era un conservatore, il Professor Mazziotti: ma un conservatore libero e liberale, nel senso più elevato del termine. Si trovava in Lui, fors’anche in ragione della Sua formazione culturale, della tradizione familiare da cui aveva attinto quel tratto di signorilità aristocratica che tutti Gli riconoscevano, uno spirito di accoglienza che non era mai semplice e convenzionale tolleranza, ma sincera apertura alle ragioni dell’interlocutore, collega, allievo o studente che fosse. Anche quando era in disaccordo con le tesi altrui (e ciò non era così raro), mai si investiva dell’autorità che ben Gli sarebbe potuta derivare dalla cattedra e dall’indiscusso prestigio personale di cui godeva, ma si confrontava apertamente e alla pari, svelando le eventuali contraddizioni e carenze del ragionare altrui, e riconoscendo sempre, senza alcuna remora, le buone ragioni e la dignità delle posizioni dell’altro ogni volta che ne ravvisava la solidità logica e la sincerità intellettuale. Dote non troppo diffusa nell’accademia, che Gli era sempre valsa la stima spontanea e duratura anche di chi tra i colleghi si trovava, per storia personale e per scelte politiche, in aree assai diverse dalla Sua.

Era altresì un cattolico, credente e praticante: ma sempre in modo profondo e intelligente, mai arroccato su posizioni intransigenti, comunque disponibile a comprendere le ragioni altrui, il dubbio dell’esistenza e della fede, e anche pronto a riconoscere i limiti di una Chiesa non sempre all’altezza del suo ruolo: dialogare con Lui di temi religiosi, come di temi storici, era sempre momento istruttivo e fecondo. Discorsi che erano illuminati dalla Sua vasta cultura, non solo giuridica, che sapeva ravvivare ogni passaggio, anche sui temi più seri, con un aneddoto arguto, una citazione dotta, un velo di saggia ironia.  E non per caso: perché prima di avvicinarsi alla carriera accademica del costituzionalista, Manlio Mazziotti aveva praticato la letteratura, curando traduzioni da autori classici greci, nonché da autori moderni russi e francesi, si era interessato a temi filosofici, pubblicando insieme al matematico e storico della scienza Federigo Enriques, nel lontano 1948, un libro di commenti ai testi di Democrito d’Abdera, e aveva svolto ricerche in campi diversi, forte della Sua ricca conoscenza linguistica (parlava correntemente tedesco, francese, inglese e russo), ma soprattutto di un’inesausta curiosità intellettuale, che già in gioventù Lo aveva portato – per fare solo un esempio – a laurearsi in Giurisprudenza con una tesi sull’influenza del confucianesimo nel diritto cinese. E da tutto questo aveva tratto un esemplare equilibrio, un’inconsueta capacità di dialogo, di comprensione e rispetto di prospettive culturali diverse. Non per caso, allora, nel 1991, allorquando si stava aprendo una turbolenta stagione politica, il Rettore Giorgio Tecce lo nominò alla guida di un inconsueto gruppo di studio sulle riforme delle nostre istituzioni, chiamato a fornire la voce dell’accademia “senza posizioni di parte”. E in questa occasione, Egli invitò, con sguardo aperto e lungimirante, anche autorevoli docenti stranieri – dalla Germania agli Stati Uniti, dalla Russia alla Francia - che consentirono di estendere le riflessioni al di là dei ristretti confini nazionali. 

Ora, quando ci saremo davvero resi conto che non è più con noi, potremo forse consolarci pensando che Lo avremo ancora qui con i Suoi scritti, con l’insegnamento che sempre trasparirà dalle Sue numerose opere scientifiche: ma ci resterà sempre il rimpianto delle parole ancora non dette, e soprattutto di quelle ancora non ascoltate, la memoria degli incontri e delle conversazioni che avevamo con Lui nella quiete della Sua bella casa sull’Aventino, ravvivata dalla movimentata e ricca vita di una famiglia grande e affettuosa, in un profondo eppur lieve discorrere di diritto, di storia, di letteratura e di musica. Vale!         

                                                                                                   Francesco Rimoli      Giulio M. Salerno

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