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La costruzione del diritto costituzionale europeo secondo il metodo haeberliano

di Jörg Luther, Università del Piemonte Orientale

Si fanno oramai così tanti convegni scientifici, che perfino i webmasters stentano a registrarli tutti. I bilanci economici restano per lo più segreti e dei bilanci scientifici si trovano semmai tracce nella pubblicazione degli atti, procedimento per il quale raramente si stabilisce un termine. Eppure il genere letterario dei resoconti dei convegni servirebbe tanto all’autocritica culturale, quanto alla prevenzione di sprechi in un mondo come quello accademico che farebbe meglio non presumersi virtuoso. 

Nei giorni del 14 e 15 maggio 2009, in Germania qualcuno ha festeggiato la vittoria sui romani nella foresta di  Teutoburgo. A Torino studenti ed operai no global ha manifestato, anche con moi violenti, contro la chiusura di università e fabbriche. All’università di Granada invece, un folto gruppo di amici accademici di Peter Haeberle erano convenuti per riflettere insieme sullo stato della “costruzione del diritto costituzionale europeo”, anche senza farsi condizionare dalle attese della sentenza di Karlsruhe sul trattato di Lisbona. In questo profondo sud dell’Andalucia, luogo simbolico per le speranze in un euro-islam e in un euro-cristianesimo tolleranti, si sono così mescolate alcune relazioni in lingua tedesca, italiana, spagnola e messicana, portoghese e brasiliana, con poche parole di inglese e francese.

Paolo Ridola, Roma, ha aperto il convegno con una laudatio che ha disegnato ritratto molto raffinato dell’opera intellettuale e scientifica del maestro di Bayreuth, ritratto che sotto il profilo estetico è stato paragonato – non senza una punta d’ironia - ad un’opera di Piero della Francesca. Se avesse dovuto intitolare una Festschrift, il laudatore avrebbe forse proposto il trittico “Responsabilità, Speranza, Apertura”. Alcuni aspetti come quello della sistematicità e del carattere paradigmatico del pensiero haeberliano indicavano nel suo metodo la radice più profonda della sua teoria della costituzione come condizione culturale di una società.

Gustavo Zagrebelsky avrebbe dovuto iniziare il convegno con una riflessione sul problema dell’identità europea. Il suo contributo poteva essere solo letto, ma coglieva con il suo spirito critico la consapevolezza del momento difficile che attraversa la “costruzione del diritto europeo”. L’identità europea non potrà certo essere opera dei giuristi e parlarne significa quasi riconoscere che necessita di essere finta. Il trattato di Lisbona peraltro parla solo più dell’identità degli stati nazionali. 

La prima sessione, diretta dal presidente dell’associazione dei costituzionalisti tedeschi Helmuth Schulze-Fielitz, Würzburg, era incentrato sui diritti fondamentali. Secondo il chairman, il diritto costituzionale europeo dei diritti fondamentali si alimenta da almeno sei fonti diverse che si coordinano senza gerarchia tramite procedure di ricerca di una cultura comune: la CEDU come interpretata a Strasburgo, le tradizioni comuni europee come accertate dalla giurisprudenza della Corte di giustizia, la Carta di Nizza finora solo soft law, la giurisprudenza di Lussemburgo in merito alle altre libertà fondamentali di tipo economico, la giurisprudenza costituzionale nazionale e, ove esistente, quella regionale.

La relazione di Markus Kotzur, Lipisa, su “Fundamental Rights in Europe” ha approfondito lo statuto giuridico e la funzione integratrice dei diritti fondamentali della Carta di Nizza, in particolare con riguardo ai diritti universali dell’uomo e quelli particolari della cittadinanza nazionale, europea e mondiale. Le spiegazioni dei diritti della Carta sarebbero solo indicazioni relative ai processi di recezione culturale di cui sono espressione, mentre l’interpretazione sarebbe il compito di un dialogo scientifico transnazionale e transdisciplinare sulla costruzione dogmatica in merito all’efficacia nei confronti di terzi privati (Drittwirkung), ai doveri di garanzia (Schutzpflicht), alla sistematica dei limiti e al contenuto essenziale.  

In particolare su quest’ultimo elemento si è fermato Lothar Michael, Düsseldorf, che ha messo in luce come le conseguenze giuridiche collegate all’essenza dei diritti fondamentali siano variabili nei singoli ordinamenti europei, sia come imperativo di bilanciamenti (tesi relativizzanti), sia come divieto di bilanciamenti (tesi assolutizzanti). A giorni d’oggi restano soprattutto da approfondire i collegamenti tra la costruzione giuridica del contenuto dell’essenza e l’evoluta idea della dignità umana. Justus Vasel, Bayreuth, ha infine sondato i nessi tra la teoria del margine di apprezzamento e i principi di sussidiarietà, di self restraint della Corte di Strasburgo e di complementarietà tra standards nazionali ed europei di tutela.

La seconda sessione del convegno, presieduta da Fulco Lanchester, Roma, era destinata alla democrazia in Europa. La relazione di José Joaquin Gomes Canotilho, Coimbra, su “O princípio democrático entro o direito constitucional e o direito administrativo”, sosteneva che la trasformazione europea dello Stato in regolatore e garante sta portando a un superamento del modello della democrazia rappresentativa parlamentare a favore di un “identikit” (Suchbild) di legittimazione democratica sempre più influenzata dal diritto amministrativo. Alla Costituzione spetterebbe in questa ottica la funzione di “statuto giuridico del politico”, sia nella legittimazione sia nel controllo sulla “mecânica da nova governance”. L’intervento di chi scrive cercava invece di dimostrare come il giurista possa contribuire, da osservatore partecipante, sia alla teoria della democrazia in Europa (confrontando in particolare quelle repubblicane e liberali di G. Zagrebelsky e C. Moellers), sia al progresso della prassi democratica, studiando ad es. le proposte di riforma elettorale per il parlamento europeo che intendono creare una European constituency, un uso della nuova iniziativa civica al fine di promuovere un referendum consultivo e la compatibilità con la democrazia europea di un referendum nazionale sull’allargamento dell’UE. Il successivo intervento di Miguel Azpitarte Sánchez, Granada, ha approfondito l’analisi della democrazia europea, separando bene le responsabilità dei costituzionalisti da quelle dei cittadini.

La terza sessione, presieduta da Antonio d’Atena, Roma, affrontava la sfida della globalizzazione per l’Unione europea. La relazione di Carlos de Cabo Martin, Complutense, metteva in luce come la lo stato sociale è da considerarsi non solo all’origine, ma anche precondizione costituzionale dell’Unione europea per la quale la globalizzazione significa quindi decostituzionalizzazione.  Dall’ottica della filosofia del diritto, Rafael de Agapito Serrano, Salamanca, cercava di rileggere Kant per interpretare l’esperienza dell’Unione europea come il modello più promettente per un diritto del mondo globalizzato, giustificabile su base repubblicana e cosmopolitica. Juan F. Sanchez Barrilao, Granada, indagava il “mito” che racconta il diritto europeo come un approccio alla globalizzazione, indicando peraltro come via alternativa al rafforzamento del carattere costituzionale dell’Unione quella di riforme costituzionali nazionali che cercassero di regolare tanto il processo di integrazione quanto quello di globalizzazione.

La quarta sessione, presieduta da Pedro Cruz Villalon, Sevilla, aveva poi per oggetto i profili storici del diritto costituzionale europeo, più precisamente la storia politica contemporanea dell’Unione europea. La relazione di Gregorio Camára Villar, Granada, offriva una ricostruzione dell’idea del carattere costituzionale dei trattati esistenti come strategia di legittimazione che,  al di là dei progressi e delle battute di arresto, non ha colmato il deficit di costituzionalizzazione dell’Unione. L’analisi della dialettica tra gli spazi costituzionali domestici e comunitari sarebbe quindi  il compito principale della teoria del diritto costituzionale europeo. José Maria Porras Ramirez, Granada, e Concepción Pérez Villalobos affrontavano le opzioni e frustrazioni della politica costituzionale europea attuale.   

La quinta sessione, presieduta da Maria Luisa Balaguer Callejón si interrogava sulla recezione del diritto costituzionale europeo nell’America latina. Gilmar Ferreira Mendes, Presidente del Tribunale Supremo Federale del Brasile, si interrogava sull’esistenza di un “diritto costituzionale latinomaricano”, riferendo ad es. il dibattito sull’istituzione di una Corte di giustizia  e le esperienze della Conferenza delle corti supreme latinoamericane che interpretano il patto del Mercosur come  una sorta di diritto sovranazionale. Ingo Sarlet, Rio Grande do Sul, analizzava la giurisprudenza e dottrina latinoamericana in merito ai diritti sociali per verificare l’esistenza del cd. divieto di “social regression”. Miguel Carbonell, UNAM Città del Messico, abbozzava in colori inquietanti lo stato dei problemi della società iberoamericana dei poteri costituenti di fonte, ad es. alla telecrazia, e il ruolo della Corte Interamericana dei diritti dell’uomo.  In questi contributi emerse peraltro l’eccezionale fortuna del pensiero di Peter Häberle nell’America latina, quasi una teologia della liberazione del diritto costituzionale latinoamericano.     

La sesta sessione, presieduta da Roberto Miccù, Roma, tentava di concludere sui metodi del diritto costituzionale europeo. La relazione di Francisco Balaguer Callejón metteva in luce il contributo di Peter Haeberle, in particolare la sua teoria delle costituzioni parziali che integra in un rapporto dialettico e in un “diritto costituzionale postnazionale frammentario”sia il diritto costituzionale incompleto dell’Unione europeo, sia il diritto costituzionale nazionale con le sue aperture all’integrazione. Osservazioni giuridiche molto dettagliate di Jose Antonio Montilla Martos e considerazioni acute del contesto culturale di Enrique Guillén López, entrambi Granada, integravano questo capitolo.

Il discorso di ringraziamento di Peter Häberle ha offerto un contributo anche alla sessione metodologica. La teoria della costituzione come scienza della cultura si alimenta in effetti dell’arte della differenziazione disciplinare, ragione per cui anche questo discorso non poteva non distinguere i tre diversi piani del discorso: il primo di carattere scientifico generale, il secondo con riguardo al tema del convegno e il terzo di carattere piuttosto personale-umano sui viaggi  in Spagna. Nel costituzionalismo haeberliano, l’aggettivo multilevel significa insomma solo “saper distinguere per poter integrare”, non “costruire” delle gerarchie.  Pertanto, sul tema del convegno la conclusione era una raccomandazione: “che la teoria, lanciata nel 1989, secondo cui  la comparazione costituzionale sia il „quinto“ metodo di interpretazione del diritto costituzionale sia praticata in modo consapevole. Forse solo la prossima generazione potrà delineare una (tardiva) teoria metodologica specifica.”

(13 ottobre 2009)